New New York

New York

New, prima di qualunque cosa.

Persino il nome è mitica promessa di una serie di scoperte eccezionali, uniche, memorabili. Una parola semplice, comprensibile a tutti, se non altro perché la vediamo nei supermercati di tutto il mondo, stampata sopra ogni detersivo che si rispetti.
Si arriva in città per la prima volta (e ogni altra volta successiva) attratti dal mai visto, ma ci si rende immediatamente conto che la tv, i giornali, il cinema, hanno già fatto arrivare alla nostra percezione piccoli frammenti di quello che accade su questo grande set a forma di metropoli. Le strade degli inseguimenti dei film, i bar frequentati dai personaggi dei romanzi, i grandi magazzini attraversati dai protagonisti dei telefilm, i teatri dei musical più celebrati: tutto già visto, anche se mai visto dal vero. Così tutti si sentono Cristoforo Colombo, scopritori di nuovi mondi. Ma pochi sanno di essere Amerigo Vespucci, coloro che si accorgono che di nuovo c’è solo il nome.
La forza del nome fa diventare alcuni posti degni di essere visitati, fosse solo per capire in che relazione sta con chi lo fa nascere o chi lo frequenta: come si fa a non andare in un posto che si chiama Salvör Kiosk?

New, innanzitutto, ma anche York, ovvero il vecchio mondo, la tradizione della storia che va indietro di millenni. Infatti tutto a New York è già stato visto da qualcuno prima di noi.

Siamo nella città del pop, ma anche nella città più pop: come Warhol riprendeva e ripeteva mille volte icone su icone, allo stesso modo ogni operatore della cultura, della moda, dell’immagine, raccoglie il suo bottino e lo espone dietro a questa grande lente di ingrandimento. Ma il bottino non va cercato altrove, arriva da solo in città, con un desiderio immenso di diventare popolare, di esporsi in vetrina, di essere ammirato ed – eventualmente – comprato.

E la gente? L’umanità delle strade? La sensazione di porto di mare (in una città che ci si dimentica essere sul mare)? La cultura della città si fa per strada, qui come mai altrove. Non esiste un creatore di moda che non dica che quando cerca ispirazione va a spasso per la Grande Mela, o si siede dietro le vetrine di un qualsiasi Starbucks. E quello che vedi per strada lo vedi allo stesso modo nei fashion bunker, che siano locali, negozi, showroom o gallerie. Tutto sotto gli occhi di tutti: sembra essere una regola di vita per chi vive qui, una regola che il tessuto umano e urbano ti ficcano nel DNA.

Essere “pretty fucking attractive” è lo scopo di ognuno a New York: sembrare leggermente distanti dalla folla, arrivati un attimo prima, leggermente più esperti, sottilmente più informati. Un metro, un centimetro, un secondo, un giorno: sono misure fondamentali per potersi ritenere in anticipo sul nuovo, sufficienti per stabilire un primato, per fornire un diverso contenuto, fino all’arrivo della prossima novità (naturalmente).

Ma forse qui l’unica cosa che è new è il nome del contenitore.

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