La pelle dell’abito

Cannes

I tessuti sono la pelle dell’abito, la parte esteriore che li delimita e che ne stabilisce i confini, ma anche l’elemento che li forma e costituisce in maniera più evidente.

I capi d’abbigliamento hanno nella maggior parte dei casi la forma di una o più parti del corpo: busto, gambe, braccia, piedi. Si tratta però di un guscio senza vita, che necessita dell’intervento di qualcuno per iniziare a muoversi e ad agire. Il tessuto indossato inizia a rivestire un corpo, ed ecco che diventa anche la pelle di chi li porta: come l’epidermide, così il tessuto (o ugualmente il pellame, o il sintetico, o il non-tessuto) protegge dalle intemperie, dagli sguardi, regola la temperatura, diventando scudo ad un tempo funzionale ed emotivo.

Tuttavia la pelle oggi è volontariamente trattata e maltrattata in mille modi, con modalità note che vanno dal più innocuo tatuaggio al più inaspettato piercing, passando per sfregi rituali, modifiche di colore e alterazioni della forma. In modo analogo, il tessuto oggi si vive in tutto e per tutto come la pelle tra i popoli cosiddetti primitivi: è il nostro contatto con il mondo, la parte più esterna che può dire molto di noi, perché non è sempre vero che l’abito non fa il monaco. Con i tessuti possiamo comunicare qualcosa di noi, modificandoli senza perciò essere costretti a modificare la nostra epidermide.

Tessuto e pelle sono dunque qualcosa di affine. Se è vero che il tessuto è una sorta di pelle, può essere vero anche il contrario? È legittimo ritenere la cute sia una sorta di superficie intercambiabile, una struttura da modificare o addirittura rimuovere e sostituire?

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