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Milano

Da qualche settimana è stato inaugurato il nuovo negozio di Tom Ford a Milano, in via Verri.

All’ingresso sembra un hotel, con una guardia del corpo che ti apre la porta e una gentile ma decisa signorina che saluta gentilmente da dietro ad una scrivania. Si nota una stanzetta tutta specchi e profumi, un bonsai, i pesanti tendaggi e si salgono le scale.

Ad aggirarsi per i piani superiori si ha la netta impressione di curiosare tra le stanze della casa di un magnate russo, tra i suoi ordinatissimi armadi, sfiorando con un po’ di disagio poltrone, caminetti, sculture. Ma non basta.

L’operazione di immagine è tale che gli abiti passano in secondo piano. Camicie, scarpe, borse in coccodrillo, giacche da camera, cappotti vogliono avere l’allure di un grande classico quando in realtà sono sul mercato da pochissime stagioni, quindi non ne hanno la credibilità. Nel negozio ci sono troppi materiali, troppo marmo, troppo legno, troppa moquette, troppi maggiordomi, troppo nero. Anche le citazioni stordiscono: anni ’40, anni ’70, anni ’80, Italia, Francia, Inghilterra, Boston, gli Hamptons, in un tùrbine che lascia la certezza che non ci sia nulla di veramente originale. D’altronde Tom Ford ci aveva già dimostrato da Gucci di essere un grande centonatore, un archeologo dello stile, un nostalgico di un lusso dannunziano che probabilmente hanno vissuto solo alcuni nobili o pochi ricchissimi. Un lusso che non è mai esistito, forse, se non in letteratura.

All’uscita resta l’impressione di aver fatto una passeggiata in un parco a tema del lusso. Se ci si crede è come essere bambini per la prima volta a Disneyland, altrimenti resta solo un po’ di sottile disincanto.

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