Davvero stile italiano

New York

Molti operatori della moda stanno parlando della minaccia di una serpeggiante “russizzazione” di molti marchi italiani, proprio quelli dei quali ci vantiamo quando andiamo all’estero, o quando accompagniamo qualche amico straniero per le strade delle nostre città. In questi giorni di fiere e sfilate, è normale entrare un uno showroom e di vedere due sezioni distinte, una delle quali riservata al mercato russo. Ma anche le vetrine di Montenapo e le pagine di Vogue di questi mesi, sembrano confezionate apposta per fare l’occhiolino a clienti che arrivano da noi attraversando gli Urali.

Lo stile italiano è Armani, ma anche Cavalli, tanto quanto Scervino e Dolce&Gabbana, così come i decoratori di interni romani o i sarti napoletani. Stile italiano è pizza e cotoletta, cassöla e prosciutto e melone, salame e tiramisù. Sono tutte cose diversissime tra di loro, spesso agli opposti, ma solo se consideriamo lo stile inteso come insieme di segni. Noi italiani lo stile l’abbiamo sempre definito in modo da piacere al conquistatore di turno: gli austriaci a Milano, i Borbone a Napoli, gli americani con i dollari negli anni ’70.

L’origine della moda italiana viene fatta risalire alla Sala Bianca, legata alle iniziative imprenditoriali di Giovan Battista Giorgini: non si trattava altro che di un modo di dare un bel volto, una bella faccia ad un metodo produttivo esistente ma in affanno dopo la guerra. Giorgini chiese ai migliori sarti italiani di reinterpretare il Rinascimento e la storia dell’arte, in sostanza di dare agli americani quello che si aspettavano, di rendere abbigliamento quello che vedevano per le strade e nei musei.

Oggi la storia si ripete: ci stiamo semplicemente trasformando, per l’ennesima volta. E non sarà l’ultima, sicuramente. Gli stili si devono evolvere nella direzione più opportuna, e di solito vanno nella direzione degli affari migliori. Quello che non deve cambiare è il nostro sistema produttivo, il “made in” che ci rende veramente unici al mondo.

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