Divina carneficina

Carnage è un gran bel film, senza se e senza ma.

Ha dell’incredibile come Polanski sia riuscito ad inventare così tante inquadrature in uno spazio piccolo quale il soggiorno in cui si svolge la quasi totalità delle scene. E ti sale a poco a poco una sensazione di claustrofobia che prende alla gola e allo stomaco, travolge e coinvolge, mettendo in discussione tutte le possibili relazioni tra persone: genitori e figli, marito e moglie, rapporti di cortesia ma anche di amicizia. Ci si trova schierati da una parte e dall’altra, sballottati tra un comportamento e il suo esatto opposto, tra chi dice che il mondo va salvato a tutti i costi e chi sostiene che si nasce, vive e muore da soli.

La sceneggiatura porta lo spettatore ad essere solidale con la vittima, ma dopo un attimo si applaude per il carnefice. E alla fine il cinismo coincide con la verità, facendo scoprire che in fondo, almeno una volta nella vita, siamo stati noi ad afferrare il bastone per rompere i denti a quel ragazzino. E ci è piaciuto farlo.

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