Madonna Gaga Lana

Tre ordini di grandezza, tre spessori diversi, tre pseudonimi, quasi tre generazioni (due di certo), comunque tre musiciste di cui è inevitabile parlare se ci si occupa di stili.

Madonna è la regina (anzi, da qualche settimana l’imperatrice) della sovrapposizione: il suo lavoro è accostare, sovrapporre, aggiungere, citare, con l’atteggiamento di chi allestisce un museo. Prende a prestito, espone, restituisce. Sempre. E in questo processo da curatrice sistema gli oggetti e gli stili fino a creare contrasti orientati al sublime: antico Egitto e circo hip-hop, parkour francese e grafica giapponese, Marilyn e luna park, Metropolis e Gola Profonda, “Greta Garbo and Monroe, Dietrich and Di Maggio”. Le sue fonti sono tutte perfettamente ricostruibili e tracciabili, ogni suo progetto è un omaggio, un ricordo, in un esercizio genuinamente postmoderno. Non è un caso che da qualche anno appoggi ovunque la sua M maiuscola, come fosse un marchio di fabbrica, un timbro nella ceralacca, messo a suggello di ogni suo passaggio, dalla copertina dell’album al palcoscenico, dagli occhiali all’abito di scena. E ai fan non resta che restare immobili e adoranti.

Gaga no: lei prende miriadi di ispirazioni, le clona, le duplica, le copia, le incolla e le muta geneticamente. Non è una curatrice, ma una scienziata che lavora a livello di DNA, dando vita a creature meravigliosamente mostruose, sorprendenti e inaspettate, scherzi della natura e dello stile, in un delirio sperimentale che ricorda da vicino Frankenstein. E infatti ogni suo progetto “è vivo!”: dopo qualsiasi performance inizia la mitosi, la proliferazione in rete di emulazioni, interpretazioni, trasformazioni messe in atto dai suoi piccoli mostri, creativi quanto lei, attivi quanto lei, fondamentali quanto lei allo sviluppo del progetto Lady Gaga. Il suo laboratorio è la Haus of Gaga, non per caso un collettivo, che opera ad ogni livello ed è in grado generare un livello mai visto di varietà è creatività. Se le dinamiche sono quelle della fringe sicence, il risultato è un fringe style (musicale e visivo) che può piacere o disgustare, far amare o disprezzare, e per i medesimi motivi. Di certo Lady Gaga si è imposta con una rapidità sorprendente e dimostra una capacità di definire il corso degli stili come non la si vedeva da tempo.

L’apprendista è Lana del Rey. Tra alti e bassi è con noi da pochi mesi, ma è già riuscita a creare fazioni di sostenitori e detrattori che si chiedono: autentica o costruita? Figlia di papà o ribelle di famiglia? La prossima Lady Gaga o la prossima meteora? Certo è che si tratta di un work in progress che sta dando risultati interessanti ma anche qualche delusione. La prima release era Elizabeth Grand, ma si trattava di una versione alpha che non ha convinto molti. Ora Lana è in beta: ci sono alcune cosucce da sistemare, visto che ogni tanto si presenta un calo nel servizio, partito con molte ambizioni ma forse non ancora all’altezza. Ma se questa fase convincerà gli investitori (i fans) allora si potrà parlare di successo vero. Sicuramente il prodotto è buono, visto che Born To Die è bel disco e ben confezionato. Da Madonna ha imparato la capacità di giustapporre (Fointainebleau e le tigri, l’haute couture e i tatuaggi, Massive Attack e orchestra), da Lady Gaga la generosità nell’offrirsi, in Rete e fuori (la si vede parecchio su Facebook). Per ora è difficile  scommettere su di lei, ma di certo sa esprimere un piccolo aspetto di quello che succede oggi nel mondo della creatività, sempre più aperto ai processi e ai backstage.

Passato, presente e futuro si rincorrono nello stile di ognuna delle tre, nella loro storia, nella loro musica. Ma chi sopravviverà a se stessa?

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