La moda non è social

Qualche giorno fa si è tenuta la seconda edizione dei Fashion Colloquia. Dopo Londra (e prima di Parigi e New York) la Domus Academy ha organizzato a Milano due giornate fitte fitte di incontri, tavole rotonde, PechKucha, tutti dedicati a pensieri attorno alla moda.

Che non sono molti, questo bisogna dirlo, visto che il settore non è abituato a sedersi, riflettere e condividere i propri punti di vista e le proprie visioni.

Christina Lundari di Google Italia ha fatto uno degli interventi più interessanti a cui ho assistito: interessante notare come, in un convegno dedicato alla moda, sia stata una persona totalmente fuori da questo mondo a dare gli spunti più utili e in linea con il cambiamento. Google lavora con molte aziende del settore, che però pensano solo alla visibilità e poco al dialogo, si preoccupano delle impressioni e non di quanta discussione sono in grado di generare, vogliono essere popolari ma mantenere l’esclusività e spesso credono che la Rete sia troppo di massa per loro. Come ha raccontato Christina, Google non vede i suoi concorrenti soltanto tra i suoi simili, tra i big dell’informatica come Facebook e Microsoft, ma li cerca nei garage, dove si stanno sviluppando quelle idee e quelle imprese che nel giro di pochi mesi potrebbero cambiare il mercato.

La moda fa qualcosa di tutto questo? No.

La moda osserva, ma lo fa per copiare: come ha dimostrato il PechaKucha di Nicola Searle (intitolato The Intellectual Property Paradox), la copia è una norma sociale accettata e condivisa. La moda è molto avanzata a livello di formazione e ce lo hanno raccontato gli interessanti interventi della Parsons di New York. Ci sono in circolazione antropologi, sociologi e studiosi che sono in grado di approfondire la storia delle pratiche quotidiane del settore (Marie Genevieve Cyr ha descritto l’origine della sfilata partendo dalle processioni dell’antica Grecia!), ma l’industria non si preoccupa nemmeno di stare a sentire quello che hanno da dire.

L’ascolto è fondamentale, ma oggi il dialogo è più che mai necessario, non solo per far parlare di sé, ma anche per fare business per il futuro. Purtroppo l’industria della moda ascolta poco e origlia molto, non si sa mettere in sintonia con le persone, tende ad osservare solo se stessa, quando guarda gli altri lo fa dall’alto in basso. E se per caso si mette ad ascoltare, non vuole sentire ragioni.

Probabilmente il settore moda è il meno social che ci sia. Produce tante immagini, sempre più video, ma non è abbastanza. Ci vorrà ancora qualche anno, probabilmente dovranno scomparire tanti attori oggi apparentemente inamovibili, ma la nuova generazione è pronta a scardinare i meccanismi obsoleti di oggi.

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