Ma c’era una volta?

La sfilata di Dolce&Gabbana per il prossimo AI 2012/2013 è stata salutata dalla stampa internazionale come una delle loro migliori prove di sempre. Barocchismi, oro, mediterraneo, ricami, pizzi, fiori, opulenza, Bellucci, Pavarotti, La donna è mobile: insomma, il mash-up definitivo, la perfetta visione dell’Italia così come la immagina il resto del mondo, “a dramatic Italianate vision of Palazzo life” (come ha scritto Suzy Menkes). In sostanza, un passato che prima non c’era e ora c’è.

Se domenica scorsa un alieno fosse atterrato al Metropol, avrebbe immaginato di trovarsi alla sfilata di un marchio storico, una solida azienda giunta alla terza o alla quarta generazione di imprenditori, una collezione magistrale pensata per ribadire la forza di una tradizione. Ma Domenico Dolce e Stefano Gabbana hanno sfilato per la prima volta nel 1985, senza nessuna eredità stilistica alle spalle. È vero che già da qualche stagione hanno spinto al massimo la retromarcia, andando alla ricerca di fondamenta forti nella sartorialità, nel calcio, nel cinema, nelle immagini più riconoscibili: ma usano la retromarcia per andare avanti, con una Ferrari che non procede in contromano, ma sulla corsia giusta, la coda al posto della testa. E lo dimostra anche il fatto che siano i migliori tra gli stilisti italiani ad usare il web e i social network.

Stanno immaginando uno scintillante futuro, così come fece Giovan Battista Giorgini nel dopoguerra con le sfilate della Sala Bianca, quando chiese ai nostri sarti di creare una tradizione della moda ispirata ai classici del Rinascimento, per poi invitare gli americani a comprarli. Allo stesso modo Dolce&Gabbana sta creando un passato che fino a ieri non c’era, ma che domani ci sarà, senza rivoluzioni ma con chiarezza di idee e una dose massiccia di creatività.

Vista la forza del loro presente e passato, sarebbe bello vederli lavorare non soltanto attraverso la creazione di stimoli stilistici e comunicativi, ma anche con la produzione di veri e propri contenuti culturali inediti. Verso un futuro che non c’era.

3 Comments

  1. Donatella, questi non sono contenuti culturali, non è conoscenza, ma sono contenuti di comunicazione, quindi soltanto informazione. La produzione di cultura aziendale non è comune nella moda, che tende a parlarsi addosso e non a parlare agli altri. Non organizzano mostre, non curano eventi culturali, non aprono le porte alla città. Purtroppo queste cose le fanno quasi solo le aziende piccole e legate al territorio.

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  2. Alla luce di questa chiarificazione, penso che loro stessi non possano creare contenuti culturali perchè sono schiavi del tempo della moda, che è esclusivamente direzionato (per quando riguarda gli stilisti del mainstream ovviamente) verso il business. Rafforzano la propria immagine amplificando gli stereotipi dell’italianità di anno in anno per creare una tradizione del marchio e un immaginario che viene venduto soprattutto all’estero.
    Per avere una riflessione su se stessi dovrebbero smettere idealmente di produrre a questo ritmo o di non produrre solo economicamente parlando.

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