Scarpe come cioccolato

Per capire la moda oggi si deve guardare a quello che succede ed è successo in anni recenti nel mondo alimentare.

Negli anni Ottanta, proprio quando si andava diffondendo sempre di più il fast food, in Italia e in Europa sono nati per reazione i movimenti legati allo slow food: non solo cibo lento, ma anche legato alle origini degli ingredienti, alla storia dei territori, alla cura delle ricette. In parallelo, il desiderio di esclusività, ha visto nella scelta e nella degustazione del vino un ulteriore tassello di esperienze lussuose e uniche. Poi è arrivato il cioccolato, che lungo tutti gli anni Novanta ha fatto il salto da commodity per golosi a prodotto di qualità per intenditori, diventando il caviale di tutti i giorni. I casi analoghi da citare in questa parabola gustativa e culturale sarebbero tantissimi (il caffè, l’olio, il pane, il gelato, il miele, la pasta, il sale, l’aceto, le spezie): basta guardare quanti prodotti alimentari sono passati dallo scaffale del supermercato alla teca delle boutique. E si tratta sempre di cibi apparentemente marginali, ma in grado di dare il vero tocco di unicità al gusto. Gli italiani lo sanno bene: ognuno di noi custodisce gelosamente il segreto per il caffè perfetto, per la pasta ideale, per l’insalata meglio condita, e si tratta sempre di piccoli gesti o di ingredienti complementari ma insostituibili.

La moda, come spesso accade, è arrivata dopo. Negli anni Ottanta l’abito era il protagonista assoluto del guardaroba: giacche, gonne, mantelle, pantaloni, camicie erano gli emblemi degli stilisti che, stagione dopo stagione, cercavano di imporsi attraverso capi simbolo, portando il meccanismo dei trend stagionali ad un’iperbolica e costante negazione di sé votata all’obsolescenza. Poi la gente si è stancata e ha iniziato a creare lo slow food della moda: il vintage. I mercatini e i negozio di abiti usati (dalla Montagnola a Porta Portese, da Camden Town a Williamsburg) sono diventati le vene aurifere della personalizzazione, i luoghi mitici in cui trovare il meglio a meno, in cui avventurarsi alla ricerca del pezzo antico (ma anche solo quello vecchio) che poteva dare identità e unicità a chi lo indossava. Questo atteggiamento ha fatto grippare il sistema delle tendenze di stagione, spingendo gli stilisti a citare se stessi, a rovistare negli archivi (Tom Ford docet), a recuperare il passato, oppure ad inventarsene uno. Ma soprattutto a puntare su scarpe e borse: pezzi più accessibili, adatti ad ogni tipo di fisico, trasversali alle mode. Gli anni Novanta sono stati dunque gli anni in cui l’accessorio è diventato IL necessario, in cui il particolare è diventato il tutto, facendo aumentare in maniera esponenziale il contenuto di ricerca e lo sforzo commerciale in scarpe, borse & Co.

Le scarpe sono diventate il vino della moda, le borse ne sono diventate il cioccolato, le calze l’olio, gli headpieces il caffè, ovvero ingredienti di qualità eccelsa, sempre a portata di mano, da usare come ingrediente segreto nella ricetta dell’outfit perfetto.

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