Sentire e vedere il terremoto

Sono nato lungo l’Abetone Brennero, all’altezza del 45esimo parallelo, a due passi dagli epicentri dei terremoti del 20 e del 29 maggio. Ma non ci vivo più: il 20 ero a Roma, il 29 a Milano. Di conseguenza il terremoto in Emilia e nel mantovano l’ho sentito come un’eco, ma l’ho visto benissimo.

Prima in TV e in Rete, alla ricerca di notizie sullo stato di cose e persone, ricevendo in cambio le consuete immagini di edifici sventrati, caduti, lesionati, persone abbattute (ma quasi mai disperate), accampamenti, transenne e tutto il resto. Per settimane è stato per me un terremoto quasi esclusivamente degli occhi, con tutto il suo corollario di estetica tremenda e prevedibile. L’ho quasi toccato attraverso le fotografie e le parole sui social network, con mille telefonate e sms con partenti ed amici colpiti. Ma restava una cosa distante, della quale sapevo tutto ma della quale avevo vissuto solo un’eco di tremolio un martedì mattina alla mia scrivania.

Poi l’ho visto dal vivo. Il primo impatto è stato attraverso i finestrini del treno regionale 6258 che mi portava verso il paesello natio. Prima è apparso qualche fienile crollato, ma non si poteva dire se fosse per il terremoto o solo per l’incuria: la Pianura Padana è piena di vecchie case di campagna abbandonate da decenni che inevitabilmente prima o poi cadono, iniziando dal tetto che si sfonda: non sono sulle cartoline ma fanno parte del panorama di chi ci è nato, così come le rovine antiche a Roma e dintorni.

Il primo vero impatto è stato alla stazione di San Felice sul Panaro, che si trova accanto al castello, protagonista di tutta la prima settimana di terremoto visto dai media. Non mi ero mai reso conto di quanto fosse grande quel castello, c’è voluta una voragine per farmi capire quanto fosse imponente. Nelle immagini, i danni del terremoto sembrano più piccoli: forse perché l’inquadratura (che richiede sempre un’interpretazione da parte dell’operatore e del fotografo) limita e toglie tutto quello che sta attorno, non permette di percepire il vuoto, la voragine, lo spazio lasciato da quello che prima c’era e che ora è ridotto in macerie poco sotto. Quando lo vedi dal vivo, un attore o un personaggio televisivo sembra sempre più basso o più minuto: siamo abituati a vederli sgrandangolati sul grande schermo, oppure sul piccolo, ma a botte di dettagli e primi piani. Ma quando un disastro naturale viene raccontato per immagini, il contesto e la profondità cadono, non ci sono la lunghezza e la larghezza del fenomeno reale, che viene rimpicciolito. Passando dal racconto alla testimonianza diretta, si percepiscono la grandiosità e la potenza del sisma.

Nelle news ci sono anche le cartine geografiche, un’altra spietata semplificazione, che non permette di rendersi veramente conto dell’estensione dei danni. Attraversando da sud a nord l’Emilia, lungo la Bologna-Brennero, le tracce delle tante scosse sembrano non finire mai, te le trovi e ritrovi per decine e decine di chilometri che, ovvero decine e decine di minuti con un trenino regionale. E in questo modo ti accorgi che la terra ha sobbalzato a causa di un mostro davvero gigantesco, che ha dormito per 500 anni sotto la pianura. Il Bigatto di Giuseppe Pederiali, a suo confronto doveva essere poco più di un lombrico.

Un’altra cosa che non mi aspettavo sono state le finestre sbarrate, che appaiono violente come occhi chiusi e bocche bendate sulle facce dei paesi. Qui è arrivato il vero brivido, la vera percezione del danno. Sono cresciuto in queste terre, dove c’è sempre stato un brulichio incessante di persone e mezzi: TIR e furgoni lungo la SS12, uomini e donne dal passo veloce ad ogni ora del giorno, macchine a tutta velocità su statali e provinciali ad ogni ora della notte, senza distinzione tra paesi e città. Ma in questi giorni sembra ferragosto: case intatte ma deserte, scuri sigillati, tapparelle abbassate e porte ben chiuse. La campagna è verdissima, pronta ad esplodere e a dare il suo meglio in vista dell’estate e dell’autunno. Ma tutto attorno, per chilometri e chilometri, gli unici segni di vita sono poche persone che passeggiano tra le tende della protezione civile e le ruspe al lavoro.

Aprendo il finestrino (l’aria condizionata non funzionava, toh!) mi ha colpito come uno scappellotto un chiaro odore di caseificio. Non odore di formaggio, ma di caglio, di tosello, di “freschino”, del latte che ha appena iniziato a trasformarsi in oro. Immediatamente mi sono visto davanti agli occhi le immagini delle scalere crollate e delle forme a terra con le ferite aperte. Ho annusato di nuovo e ho sentito quell’odore ad ogni stazione, come se la parte più intima del Parmigiano Reggiano fosse esalata e corsa ad abbracciare tutto il suo distretto. In queste terre si è pronti a sentire altri odori: quelli del letame, delle stalle, del vino che fermenta, del tiglio. Ma non avevo mai sentito odore di caseificio lontano da un caseificio.

La radio nelle orecchie era sintonizzata su Radio Pico, la one-nation-one-station della Bassa, che copre tutta l’area di tre regioni (Emilia, Lombardia e Veneto) che hanno ballato sul mondo. In un solo stacco pubblicitario sono passati tre annunci legati al terremoto: la festa del salame devolverà l’intero ricavato ai paesi terremotati, la ditta di tensostrutture in acciaio e PVC offre tariffe speciali per proteggere le merci delle aziende colpite, il mercato di Carpi non si terrà in piazza ma nel piazzale di una nota azienda di abbigliamento. Il messaggio è arrivato forte e chiaro: niente e come prima, ma tutto è rimasto uguale. Si trema, si salta, si muore, ma nonostante tutto lavoro e solidarietà sono quelli di sempre.

Le ferite resteranno a lungo, spaventose ma ammirate, accarezzate e raccontate come cicatrici di guerra. I centri storici scomparsi saranno ricostruiti da architetti e archistar, verranno amati e odiati molto a lungo, dando argomenti di discussione ai vecchietti con le braccia dietro alla schiena che ripopoleranno le piazze. Nei bar di paese si parlerà per decenni del terremoto del ’12, così come i nostri nonni ci hanno raccontato dell’inverno del ’29, della Campagna di Russia, dei campi di prigionia, delle bombe degli alleati, delle piene del Po.

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