L’orizzonte che ci voleva

foto-4Come diceva Nanni Moretti, “le parole sono importanti”. Soprattutto quando si scrive.

Un’ovvietà, ma non nella saggistica di moda contemporanea, dove i luoghi comuni e gli stereotipi si usano, riusano e abusano, facendo sembrare tutti i libri uno uguale all’altro. Per non parlare degli aneddoti che puntellano i racconti della vita di stilisti arcinoti,  pettegolezzi agiografici trasformati in elementi fondanti l’opera del divo.

Ecco perché L’orizzonte degli eventi ci voleva. Un libro che racconta “gli stili della moda dagli anni Sessanta a oggi” senza pettegolezzi, senza ossequio al divismo, senza ripetere quello che è ormai riportato in tutte le enciclopedie del costume. Ma soprattutto con parole nuove.

Finalmente qualcuno che non si vergogna a dire che Yves Saint-Laurent non è stato poi tutta ‘sta rivoluzione, che Valentino è un grandissimo sarto ma che si è guardato l’ombelico per tutta la carriera. Fabriano Fabbri “osa” persino dire che buona parte del cosiddetto Made in Italy contemporaneo è debitore del Giappone più di quanto non immaginiamo; che i Leitmotiv hanno molto in comune con Tokidoki; che c’è un esercito di giovani designer che dei meccanismi della moda se ne fregano bellamente.

L’impianto teorico è debitore tanto alla fenomenologia degli stili (come teorizzata da Renato Barilli) quanto alla scienza (a partire del titolo), dalla biologia alla fisica. I ping pong concettuali tra Einstein e Pollon fanno venire in mente Jovanotti (“è questa la vita che sognavo da bambino/un po’ di Hello Kitty e un po’ di Tarantino”) e non suonano né surreali né dissacranti: semplicemente giusti.

E poi il linguaggio, la lingua, la precisione chirurgica di termini arcaici o pseudo-scientifici (“ribollii iletici”), associata ad acrobazie pure e illuminanti (“Viviamo in realtà solide, ma respiriamo pixel”), ma anche a neologismi astutissimi (dal wabi-sabi al wabi-cyber).

Insomma: questo libro lo devono leggere tutti quelli che credono che la moda scritta non sia solo riviste e fashion blogging, che amano ragionare oltre le tendenze stagionali, che hanno pazienza di leggere un testo e non solo una didascalia, che sanno che la moda “concorre a pieno titolo e con pari dignità all’indagine intorno ai grandi interrogativi della coscienza collettiva, senza distinguo tra saperi alto-simbolici e basso-popolari”.

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