Invisible, beautiful, everywhere

foto-5“Naturale e inevitabile”: questa l’idea di Wired USA a proposito dell’evoluzione del design in direzione di una sempre maggiore ubiquità invisibile. La copertina del (bellissimo!) numero di settembre è proprio dedicata ad un futuro già in corso, in cui il design (inteso all’americana, ovvero il mondo del progetto a 360 gradi) sta sempre di più andando verso una smaterializzazione quasi magica, in cui la tecnologia diventa ubiqua ma per nulla invasiva, e bella quando ci sia ancora qualcosa da vedere (come un’interfaccia o un oggetto).

Si parla di “embedded devices”, di sensori intelligenti dentro ad altri oggetti, anche accessori e capi di abbigliamento. Forse proprio perché sono nascosti mi sa tanto di agenti segreti al nostro servizio, infilati dentro i nostri oggetti.  Come possiamo controllare che non facciano il doppio gioco?

Il motto infatti sembra essere: “Non pensare, ci penso io” e a pensarci è sempre una macchina che raccoglie tonnellate di dati e sceglie per noi la migliore opzione. Tutto bene se avremo la possibilità di impostare un po’ di cose all’inizio e controllare un po’ di cose tutte le volte che vogliamo. Mica tanto bene se invece ci sarà vietato di intervenire sulle scelte che compie il sensore. In questi casi è importante ricordare (la memoria digitale è perenne), ma noi siamo esseri umani e alcune cose le vogliamo dimenticare.

Il mio auspicio è che ogni funzione del design del futuro, sia essa oggetto, servizio, esperienza, possa avere un ctrl+alt+canc, un pulsante che ci consenta di controllare e/o resettare i dati che avremo condiviso. Spero in una tecnologia che ogni tanto ci consenta di fare a meno di lei.

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