[New (New York)]

New York, 2006
New York, 2006

In una remota cartella sul mio computer ho trovato la versione originale di un articolo su New York, scritto all’inizio del 2001 (e rimaneggiato nel 2008) su commissione di K-Code, una gloriosa rivista che ore non c’è più. E non esistono più molte delle cose di cui scrivevo allora. Però in questa fotografia ormai sbiadita si riconoscono molte cose della New York che amo ancora oggi.

 

New, prima di qualunque cosa.

Persino il nome è mitica promessa di una serie di scoperte eccezionali, uniche, memorabili. Una parola semplice, comprensibile a tutti, se non altro perché la vediamo nei supermercati di tutto il mondo, stampata (dentro ad un’esplosione) sopra ogni detersivo che si rispetti. Tutto a NYC è una scoperta. Tutti a New York sono cacciatori. Ma per non perdersi tra le novità, meglio affidarsi ad un esperto taxi driver: vero Caronte, figura mitica, guida prototipica, risolutore di serate piatte, ha in pugno la città. È lui che più di tutti vede la strada, ma soprattutto quello che per strada accade. La vede e la rivede più volte al giorno, osservandone trasformazioni ed evoluzioni, dalla coda per entrare allo Splash Bar, al tipo di gente che potete trovarci dentro.

Si arriva in città per la prima volta (e ogni altra volta successiva) attratti dal mai visto, ma ci si rende immediatamente conto che la tv, i giornali, il cinema, hanno già fatto arrivare alla nostra percezione piccoli frammenti di quello che accade su questo grande set a forma di metropoli. Le strade degli inseguimenti dei film con De Niro, i bar frequentati dai personaggi di Glamorama di Bret Easton Ellis, i grandi magazzini attraversati dai protagonisti dei telefilm, i teatri dei musical più celebrati: tutto già visto, anche se mai visto dal vero. Così tutti si sentono Cristoforo Colombo, scopritori di nuovi mondi. Non tutti i locali sono facili da trovare, come il G Lounge, che però merita la ricerca tenace, specialmente se si vuole vedere dove vanno a finire gli abiti delle vetrine di Madison Avenue.

Tanti si credono Colombo, ma pochi sanno di essere Amerigo Vespucci, coloro che si accorgono che di nuovo c’è solo il nome. La forza del nome fa diventare alcuni posti degni di essere visitati, fosse solo per capire in che relazione sta con chi lo fa nascere o chi lo frequenta: come si fa a non andare in un posto che si chiama Tokyo Lucky Hole? Shiny people, techno geeks e psychedelic deejays ne sono il menu. Ma perché un nome così?

New, innanzitutto, ma anche York, ovvero il vecchio mondo, la tradizione della storia che va indietro di millenni. Infatti tutto a New York è già stato visto da qualcuno prima di noi. Il passato a New York prende la forma di decine di flea market e vintage shops. Un mercatino per tutti: 26th Street and Sixth Avenue, nei weekend. Un negozio di usato: Argosy, in particolare per i jeans e le T-shirt, colorate al limite dell’umana sopportazione. Ma non si possono dimenticare due istituzioni, Antique Boutique e Ressurection Vintage, tappe irrinunciabili per chi voglia vedere i fasti e gli obbrobri della moda che fu. Il passato lo puoi anche mangiare, dandogli la forma di una t-bone steak e di dieci onion rings, meglio se da Gallagher’s, dove si respira odore di sigaro e si mangia in un’atmosfera degna di Sopranos.

Siamo nella città del pop, ma anche nella città più pop: come Warhol riprendeva e ripeteva mille volte icone su icone, allo stesso modo ogni operatore della cultura, della moda, dell’immagine, raccoglie il suo bottino e lo espone dietro a questa grande lente di ingrandimento. Ma il bottino non va cercato altrove, arriva da solo in città, con un desiderio immenso di diventare popolare, di esporsi in vetrina, di essere ammirato ed – eventualmente – comprato. Accade da M Sonii, il luogo perfetto per mettersi a cercare gli accessori migliori della città, nuovi, antichi o semplicemente vecchi, provenienti tanto da NYC come dall’estremo oriente. Times Square è l’emblema di questa congenita propensione alla visibilità estrema: incrocio eccezionale di street, avenue e Broadway, è impossibile da evitare. Ed ecco che gli studi televisivi più ambiti sono proprio qui, affacciati sulla gente che attraversa le strade e vuole vedere quello che c’è dentro la scatola audio/video che ha a casa, ma allo stesso tempo vuole farsi vedere da tutto il pianeta. Un altro modo per vedere il mondo è una visita in uno degli spazi di Universal News: la scelta di riviste è a dir poco impressionante, e vanno dalla moda italiana alle fanzine di Star Trek. Un pomeriggio passa in un attimo, facendo zapping tra le pagine e scoprendo che in tutto il mondo la gente si interessa di cose decisamente assurde. E anche i nostri interessi, quando sono messi così crudamente a confronto con quelli di mezzo mondo, sembrano o banali o bizzarri.

La grandezza delle menti creative della città è quella di riproporre il già visto da una nuova prospettiva. Perché  non usare la facciata di un palazzo come schermo televisivo? Perché non vendere a giugno alberi di Natale? E perché non mettere nel cuore della città una piccola stazione di polizia con tanto di neon colorati? E non sarebbe male nemmeno far invadere la città da centinaia di mucche una volta all’anno…

E così si torna a casa, si aprono le valigie, si mettono nel bagno gli shampoo raccolti negli hotel e si sviluppano le fotografie. È tragico accorgersi che si sono fotografati mille grattacieli, che ora ci sembrano tutti uguali, inquadrati di sotto in su per strada o dall’alto al basso dalla terrazza del World Trade Center. E la gente? L’umanità delle strade? La sensazione di porto di mare (in una città che ci si dimentica essere sul mare)? La cultura della città si fa per strada, qui come mai altrove. Non esiste un creatore di moda che non dica che quando cerca ispirazione va a spasso per la Grande Mela, o si siede dietro le vetrine di un qualsiasi Starbucks Coffee. E quello che vedi per strada lo vedi allo stesso modo nei fashion bunker, che siano locali, negozi, show room o gallerie. Tutto sotto gli occhi di tutti: sembra essere una regola di vita per chi vive qui, una regola che il tessuto umano e urbano ti ficcano nel DNA. Così, se vi trovate come per magia all’inaugurazione di una mostra alla Mary Boone Gallery, non vedrete nulla di nuovo, se non quello che avete incrociato pochi minuti prima per le strade di SoHo. Lo stesso accade al Canteen di Mercer Street, club di John McDonald e Mattew Kenney: tra gli arredi e le architetture di Marc Newson e Philippe Starck, si incontrano frotte di ‘stylish thirthysomething’. Lo slogan del locale è chiaro: “Canteen. Look. Eat”. Attorno a mezzanotte li trovi al Twilo, per sentire dal vivo la musica dei Deep Dish. Evitando la solita Manhattan, si può trovare Boat, quello che secondo il Village Voice è il bar con la migliore atmosfera in città. L’arredo è semplicemente la luce, e la bella gente di Smith Street si trova per sedere e chiacchierare e (ancora una volta) farsi vedere, in uno spazio dove, a sentire i gestori, “everyone looks pretty fucking attractive”.

Essere “pretty fucking attractive” è lo scopo di ognuno qui, sembrare leggermente distanti dalla folla, arrivati un attimo prima, leggermente più esperti, sottilmente più informati. Un metro, un centimetro, un secondo, un giorno: sono misure fondamentali per potersi ritenere in anticipo sul nuovo, sufficienti per stabilire un primato, per fornire un diverso contenuto, fino all’arrivo della prossima novità (naturalmente).

Ma forse anche qui l’unica cosa new è il nome del contenitore.

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