L’eredità di Jole

10630545824_8820491af6_oJole Veneziani è uno dei nomi più noti della storia della moda italiana, ma allo stesso tempo uno dei meno conosciuti. In questi giorni e fino al 24 novembre, Villa Necchi Campiglio ospita un piccolo gioiello di mostra che ne racconta la storia attraverso una curatissima selezione di abiti, provenienti dalla Fondazione Bano di Padova. Il sottotitolo della retrospettiva dice tutto quello che ci si vede aspettare: “alta moda e società a Milano”.

Gli abiti in mostra sono sparpagliati per le stanze della Villa, su manichini che raccontano i preparativi per una festa, in un percorro ideale che va da mattina a sera. Tessuti e lavorazioni si possono osservare nel dettaglio, facendo scoprire particolari incredibili, ma soprattutto mostrando l’eredità che Jole Veneziani ci ha lasciato.

La Veneziani faceva dunque alta moda, mica prêt-à-porter. Dopo aver iniziato con la pellicceria è passata agli abiti, vestendo le donne più eleganti di Milano e alcune delle dive più note del secondo dopoguerra, come Maria Callas. Gli abiti su misura erano destinati a rendere indimenticabili le prime della Scala oppure film come “Giulietta degli Spiriti”. È stata una delle protagoniste delle mitiche sfilate organizzate da Giorgini a Firenze, ma anche consulente di Alfa Romeo per l’utilizzo del colore nelle automobili.

Guardando i ricami, i tagli netti, le forme geometriche, le piccole trasgressioni nelle lunghezze, si scopre ad esempio che l’abbigliamento disegnato da Miuccia Prada, per come lo conosciamo oggi, non sarebbe mai esistito. Si vede benissimo che le reti di cristalli, i ricami scultorei e tridimensionali, l’uso delle pietre, i pantaloni drittissimi e leggermente svasati alla caviglia, portati in passerella da Prada negli ultimi anni “massimalisti”, erano il marchio di fabbrica di Veneziani già negli anni ’50 e ’60. La Veneziani sosteneva che la sua donna ideale deve essere semplice e seria di giorno, allegra e pronta a fare festa di notte, due poli opposti che ben si adattano anche all’approccio al giorno e alla sera di Prada. Fa anche piacere scoprire che Prada in questo caso non è né copiona né citazionista, solo fortemente legata alla tradizione della milanesità più profonda e autentica, in cui la creatività e il rigore non si separano mai.

I cambiamenti del 1968 (quelli con i lanci di uova ai suoi abiti alle prime della Scala) sono stati l’inizio della fine dello stile (e della maison) Veneziani. E proprio in quegli anni Miuccia Prada prendeva parte alle manifestazioni studentesche: avrà tirato qualche uovo anche lei sugli abiti realizzati da Jole Veneziani? Probabilmente no, perché Miuccia ne ha idealmente raccolto il testimone, trasformando negli anni ’80 uno stile che non aveva più ragion d’essere, ma che avrebbe mantenuto la tradizione della moda di Milano.

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