Paolo Nutini: copiare, incollare, innovare

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Tre album, ben distribuiti in tra il 2006 (These Streets) e il 2014 (Caustic Love), pensati e profondi, ognuno con un proprio carattere, a formare uno stile forte e chiaro come poche volte capita di sentire da un’artista con nemmeno dieci anni di carriera alle spalle.

Paolo Nutini è figlio della sua generazione. Nato nel 1987, è cresciuto con il digitale ben presente nella sua vita quotidiana, ragion per cui sa usare anche il copia e incolla con dimestichezza, come strumento quotidiano e non come rottura ideologica. Come Lady Gaga e Lana Del Rey (nate nel 1986), James Blake (1988), Stromae (1985), Frank Ocean (1987), Avicii (1989), Woodkid (1983), anche Nutini può essere superficialmente etichettato come un emulo di qualcuno, come un omaggiatore al limite del plagio e il gioco preferito da giornalisti e blogger senza idee è la caccia alla fonte, la scoperta dell’origine di ogni loro scelta. Ciascuno di questi artisti è naturalmente portato a guardare al passato, a riprenderlo a pezzetti, ma anche a ricombinarlo per bit e pixel, con la capacità tutta digitale di renderlo però un file tutto nuovo.

Nutini (come il resto della combriccola sopra citata) non ha un solo genere musicale di riferimento, ma decine e decine, ognuno dei quali è preso, assimilato, digerito e restituito in una forma assolutamente contemporanea e credibile. In più, la natura gli ha dato una voce ricca di sfumature che la sua tecnica sopraffine rende capace di modulare in registri diversi e inaspettati.

Da vivo (l’ho visto e ascoltato il 19 luglio al Postepay Rock in Roma) mette in piedi uno spettacolo da rock classico, ovvero cantante al centro, band attorno, chitarre, corista, molti strumenti analogici, pochi accorgimenti digitali. Parla poco, si muove poco, usa un microfono col filo, niente schermi e video, le luci sono curate ma tutto sommato statiche. Ma il pubblico (di tutte le età) reagisce con calore e meraviglia al treno di energia che arriva dalle casse (con tanti complimenti all’ottimo lavoro di chi si occupa del suono). Il bello è che non traspare nessuna nostalgia, la più grande nemica dell’innovazione. A tratti si riconosce il rock, poi il blues, il bluegrass, il pop, la disco, lo ska, prestiti da Elvis, Simon & Garfunkel, Nina Simone, Who, Joe Cocker. Ma alla fine è sempre e solo lo stile di Paolo Nutini.

In una recente intervista per La Repubblica ha dichiarato: “In fondo non ho mai avuto uno stile definitivo.” E continua parlando delle sue fonti di ispirazione: “Non mi piace dare delle definizioni (…) Alla fine è solo buona musica, certo che ascoltando molta black music e cose anni ’60 l’ispirazione è chiara. Più che di un genere, parlerei di ‘anima’ musicale”.

E quest’anima è uscita anche nella sua versione ormai classica di Caruso di Lucio Dalla, credibile e sincera, davvero commovente, non un oltraggio ma un sentito omaggio.

Paolo Nutini è la dimostrazione vivente che pazienza, lavoro duro, coraggio stanno rendendo i ragazzi nati durante gli anni ’80 una generazione chiave per il passaggio definitivo da una mentalità novecentesca a una trasformata, concreta, molteplice, composita, uniforme, diretta verso la maturità degli anni ’10.

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