Zero fumetti

foto-10A me i fumetti non dicono nulla, non li capisco. Di solito perdo tra i balloon, non vado oltre la seconda pagina e non passo le ore a guardare i dettagli dei disegni. Persepolis l’ho letto per dovere di cronaca, ho comprato un paio di libri di Joe Sacco senza mai aprirli e alla mostra di Daniel Clowes mi sono un po’ annoiato.

Poi mi hanno regalato “Ogni maledetto lunedì su due” di Zerocalcare. Quando Riccardo me l’ha dato, ho ringraziato cortesemente, ho sorriso, forse ho anche detto “bello!”, ma senza crederci poi tanto. Dopo qualche mese l’ho ritrovato in cima ad una pila di libri e ho iniziato a leggerlo. Ridendo, sorridendo, pensando, me lo sono bevuto in poche sere, prima di dormire. Ci ho trovato poesia, questioni generazionali, cazzate, lampi di genio, cose che avrei voluto scrivere io, cose che avevo sempre pensato e che non avevo mai visto scritte (e disegnate). Non mi ci immedesimo, per niente (non sono cresciuto a Roma né tantomeno nei centri sociali), ma ho trovato la capacità rara di far capire quello che ti è sempre stato distante, addirittura di riconsiderarlo con un po’ di affetto.

Poi, ovviamente, mi sono buttato a capofitto su “La profezia dell’armadillo” e il prossimo sarà “Un polpo alla gola“. Poi verrà anche “Dodici“, ma aspetterò un po’, giusto per non bruciarmi subito tutta la saga.

Per chi ama la sintesi ficcante, quella che arriva subito al dunque, la scrittura che parte dalla realtà delle cose, le fa volare alte e te le restituisce migliori di prima, i fumetti di Zerocalcare sono una bellissima scoperta.

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Fact, fiction, faction

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“I believe in the dream. I believe we only live for our dreams and our imagination. That’s the only reality we really have to know”

Diana Vreeland

Diana Vreeland aveva capito la moda come poche altre persone: sapeva comunicarla bene perché la conosceva nella sua essenza più profonda. La storia della prima fashion editor è nota attraverso libri, mostre e pubblicazioni varie, ma da poco è uscita in Italia un’altra tessera che contribuisce a definire il mosaico della sua immensa personalità. Si tratta di “Diana Vreeland. L’imperatrice della moda“, documentario di Lisa Immordino Vreeland.

Oltre le note di costume e le eccentricità del personaggio, emerge la sua visione della moda: un meraviglioso incrocio di originalità e sogno. La bellezza non c’entra qui, e non è una nota da poco. Per la Vreeland l’unicità è la cosa più importante: lo dimostra bene quando racconta delle modelle scelte perché avevano un naso troppo grosso, un collo troppo lungo, gli occhi troppo grandi.

E poi il sogno, il sottile confine tra fatti e inganno, che sono anche alla base della sua autobiografia. Uno dei suoi figli, Frecky Vreeland, ad un certo punto della narrazione, racconta che un giorno, dopo l’ennesimo aneddoto le fu chiesto: “Diana, is it fact or fiction”. E la risposta fu: “Faction”.

Seattle Public Library

La Public Library è uno dei pochi buoni motivi per andare a Seattle.

Questo capolavoro di architettura (costruito nel 2004 da Rem Koolhaas) sembra una scultura impraticabile, difficile da fruire,  esageratemente costruita. In realtà accade il contrario: tutto è fluido e semplice e la sensazione più bella che ti lascia è la voglia di leggere.

Mi è spiaciuto visitarla di passaggio: se ci tornerò, mi prenderò un’intera giornata libera di studio e lettura.

Dato un dato, quanto sarà grande?

foto-8Sto leggendo Big Data di Viktor Mayer-Schönberger e Kenneth Cuckier, ma non credo che lo finirò.

Si tratta di un libro onesto e franco, pensato proprio per e da chi il digitale lo conosce bene. Infatti, come leggiamo oggi, soprattutto in rete? Decidiamo se affrontare o meno un articolo dalle prime righe, e allo stesso modo scegliamo se leggere un libro dalle prime pagine. La nostra capacità di lettura e i nostri livelli di attenzione sono radicalmente diversi rispetto a pochi anni fa: non è un caso che TED abbia basato la sua nuova collana di libri (digitali) proprio sulla durata di lettura, che deve essere tra i 20 e i 30 minuti.

Tutto questo è ben noto anche a Mayer-Schönberger e Cuckier, che hanno racchiuso nelle 23 pagine di introduzione l’essenza del loro ponderoso volume di 300 pagine. Letta questa prima parte, tutto il resto del libro è un lungo, preciso, documentato e accurato approfondimento delle tesi iniziali: se le prime pagine sono la mappa, quelle successive sono il viaggio vero e proprio. Le idee di base sono così nette e semplici, non schierate e dirette, equilibrate tra pro e contro, che possono stare nelle poche righe di una recensione su Amazon o in un blog. Appunto.

Quindi, cosa succederà nell’era dei big data? Dovremo passare dal chiederci perché accadono le cose al come accadono, dovremo imparare a gestire il rapporto tra la nostra privacy e la probabilità, dovremo essere pronti ad accettare decisioni prese dagli algoritmi, ad usare i dati come merce di scambio e/o come valuta, a rinunciare ai dettagli a favore dello scenario, ad accettare che le nostre azioni producono dati così come i nostri corpi emettono anidride carbonica. Vita e dati saranno dunque legati a doppio filo, dandoci un sacco di vantaggi, ma anche aprendo una serie di questioni etiche mai immaginate su salute, economia, politica e ambiente: chi prenderà le decisioni?  I dati saranno più importanti delle opinioni? Quale sarà il ruolo dell’individualità nell’era della probabilità?

In fondo in fondo, forse questo libro lo finirò comunque, oppure lo leggerò saltando da una pagina all’altra, come facciamo con Wikipedia e con i siti di informazione. Sarei curioso di spere quante persone ne leggeranno ogni singola parola, ma forse questo dato non lo si può raccogliere e non lo sapremo mai.

Il signore e l’artista

Jack Conte è un personaggio che va seguito con attenzione perché rappresenta un modo totalmente nuovo di fare creatività e di guadagnarsi da vivere attraverso le proprie idee.

Jack è diventato famoso nel 2008 come metà dei Pamplamoose, poi è praticamente scomparso e ora è tornato con il progetto di Patreon, una sorta di Kickstarter pensato per trasformare i fan in mecenati e permettere ai “content creator” di vivere del loro lavoro.

In questo video appena uscito racconta l’ascesa rapida, la discesa inarrestabile, la rinascita dalla ceneri, il ruolo della pubblicità on-line nel supporto dei creativi: tutto all’insegna del darsi da fare, del fare, e persino del costruire.

Interview: Sass Brown of “ReFashioned”

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My new article for Cool Hunting.

With her latest book “ReFashioned: Cutting-Edge Clothing From Upcycled Materials,” author and fashion expert Sass Brown has demonstrated two basic things. First: Sustainability is not a mere communication phenomenon, but a solid reality that is shaping creativity and manufacturing. Sustainability applied to fashion is no longer avant-garde; it’s a mature mass phenomenon, appreciated and shared by a large portion of the style enthusiasts.

Second: Upcycled and recycled garments are becoming a necessity today, not only for their ethical correctness, but because it’s something recognizable for people to select and recover. This isn’t just nostalgia, but a drive towards the future: The post-modernist idea of the “endless new” is no more and Brown’s book shows the future of sustainable fashion—ethical and experimental, without losing its focus on aesthetics. She spoke with CH about the ever-evolving world of fashion, and upcycling’s role within it.

Fashion has traditionally been about decadence, and in turn obsolescence and waste. Isn’t it a contradiction to talk about recycling and upcycling in fashion?

It’s flipping the script, but then fashion has always been about changing the rules. Creativity thrives on challenge, and the challenge of making more sustainable choices as a designer, and choosing to recontextualize waste as resource has elicited some highly creative responses. The best of which challenge long held beliefs about what constitutes fashion. The Armani gown produced for Livia Firth for the red carpet, and made from recycled PET fiber, is no less a couture gown than if it had been made from pure silk. It could be argued that it is even more so, made as it is, with the same amount of labour, creativity, and craft, only with the addition of an environmental benefit, which brings with it its own value.

What’s the role of creativity in this direction? Does this process involve retail, merchandising and marketing?

Creativity is paramount in design—all design. Clothing must be desirable to inspire change. The area of upcycled high fashion is predominately one led by emerging designers, meaning that the potential for more established brands and high street retailers to participate is enormous. The larger the company, the more waste they are producing, therefore the greater potential for upcycling on a large scale. Why not have one of the major high street retailers with a history of designer collaborations, challenge a high profile designer to reimagine their waste for a capsule collection?

Do you think famous brands and fashion designers can and will embrace this challenge?

Absolutely. Livia Firth already challenged a number of luxury brands—including Armani and Valentino—to fashion red carpet gowns from recycled fibres for red carpet season. H&M completed their third season of their Conscious Collection—some of which is produced from recycled materials. High street giant Topshop has a collaboration with Orsola de Castro’s Reclaim to Wear, to utilise their left-over fabric at the end of the season. Clearly this is just a beginning, there is lots of opportunity for many more collaborations at all levels of the market, from the high street to luxury.

Can we call this a revolution or an evolution of the sector?

I think it’s a bit of both. It does require revolutionary thinking on the part of the designer and creator, to recontextualize materials and revalue them through their labour and their designs. Ultimately, I think it’s an evolution for the industry—and a challenge for them to broaden their concept of success from one based purely on profit, to one that encompasses the triple bottom line: People, planet and profit.

Is there a country you think is the most promising in terms of critical fashion?

Its difficult to pinpoint just one country as there is so much great work being done around the world. The UK, Berlin, and the Scandinavian countries all stand out from the crowd. The UK—with their love of vintage clothing—has long led the way with upcycled post-consumer waste. Berlin and the Scandinavian countries—with their more evolved ecological thinking—have also been turning out an impressive number of conscious designers with great talent.

If you were to give some suggestions to a young fashion designer wanting to follow this path, which would it be?

Research! Get to know what groundbreaking work is already being undertaken by designers around the world. Get inspired by their creative and conscious solutions, and don’t do anything by default. The mainstream fashion system is unsustainable, and needs to be challenged at every stage—from creation to end of garment life. So reimagine solutions instead of doing things the same old way just because thats the way they’ve always been done.

“Refashioned” will be released in the UK on 14 October and in the US on 29 October. It is available for pre-order for $25 on Amazon and the publisher’s website.

Coffee Makers: Macchine da Caffè

My new article for Cool Hunting.

Rather than a simple reference guide, “Coffee Makers: Macchine da Caffè” is the first encyclopedia of coffee machines and extensive exploration of the history of making coffee. The result of two years of travel and research, this project was born from the passion and knowledge of Enrico Maltoni and Mauro Carli—themselves collectors of antique coffee machines.

Maltoni has already written several books about coffee culture. His personal collection has also served as a fundamental contribution to the birth of MUMAC; the world’s most distinguished museum dedicated to coffee-making instruments, which has been built inside the old factory of the glorious Gruppo Cimbali. Carli, an architect, has been collecting all kinds of coffee machines designed for home use for more than 20 years, as well as original patents and other coffee-related paraphernalia.

The book covers 400 years of coffee history through 776 pages, 2,700 images, 2,080 technical descriptions, 220 advertising postcards and posters, 55 images of original patents and 60 technical drawings, with the text written in both Italian and English. Moving from design to ethnography, iconic Italian brands—such a s Bialetti and Faema—are well represented in the book, as well as Turkish coffee pots and other tools from all over the world.

In conjunction with the book launch, the authors have also created a dedicated website, full of anecdotes, facts and cultural insights that allows readers to trace the past and the present’s global coffee mania. In 2014, the authors will organize special events and temporary exhibitions all over the world. For updates or to purchase the book—which sells for €100—visit the website, where you can also flip through some of its pages.

Images courtesy of Enrico Maltoni and Mauro Carli