Milan Design Week 2015: Lee Broom’s Department Store

MilanDesignWeek_LeeBroom_01.jpg

My latest article for Cool Hunting.

At this year’s Milan Design Week, British designer Lee Broom is presenting his largest and most mature collection to date. Known as “The Department Store,” this installation consists of 25 of Broom’s newest pieces—from furniture to lighting and accessories. It’s an incredibly accurate reconstruction of an ideal (and surreal) department store, divided in sections such as millinery, beauty, perfumery, bookstore, wine shop, accessories and so on. “The reason for using this kind of theme is that the collection is separated into kind of mini-collections,” Broom tells CH. “I was trying to think about a kind of show that would present them in an interesting way. We always try to do more with the theatrical experience than just a general presentation.”

Inside, the “Wow!” effect is all but guaranteed. Gray blankets the entire color palate—from the walls to the curtains, the props to the mannequins. That is, everything but Lee Broom’s collections which are punctuated by splashes of acid yellow and lacquer red. As Broom himself explains, “I was quite inspired by photographers like Horst and Man Ray, whose works have a beautiful kind of shadowy black and white image to them in a very surreal way. I wanted to have lots of references to a department store, but I didn’t want it to take away from the pieces, so I decided that all of the pieces should be in the finishes that they’re in, and then all of the environment should be in a gray tone.”

The music that plays is also meant to reflect the black and white vibe, with classic tunes from the ’40s and ’50s. The result is a dreamlike energy that permeates the large space. “The Crescent Light [which is the light that features sort of slits] is a good representation of the surreal pieces. It’s taking something that we’ve seen before, this very classic kind of Art Deco globe, but then doing something very simple to change it and make it look different.”

Materials, too, are juxtaposed in unexpected ways—marble in particular. Broom tells us, “I like the texture and the quality of marble, but I was wanting to do something different with it, so lighting seemed like the obvious thing to do. When I did the pieces with the lighting, it was to try and get the translucency of the marble and really those pieces are so impossible to make, especially the Marble Tube Light. We had so many issues with trying to make it that length, it was a combination of finding the right craftsmen, the right polisher, the right machinery, the right marble and to be constantly persistent that we would get it right.”

Once Broom had success with the lighting, it fueled his creative urges to continue working with marble. “I wanted to do some furniture pieces. That’s why I introduced the ‘Acid Marble Collection,’ which starts from taking the white marble, but adding a real kind of splash of color. That was designed for the show rather than the other way around, because when I started having the idea of everything being grey and having this kind of black and white movie feel—I then wanted to inject lots of color in the other pieces. Normally I shy away from color in our pieces, so I kind of pushed myself to do that. The yellow glass and the black and white marble I think is a really beautiful combination. Again, it’s a bit surreal, you know, having the yellow glass with the marble.”

Every piece in the show is sleek and refined—it’s difficult to understand the complex technique, and trial and error behind them. Broom explains, ”I want people to engage with my pieces; not in the same way that somebody engages with a piece of art necessarily, but there should be an element of that where you don’t see everything straight away the first time you look at it. And that’s what makes these pieces exciting.” It’s an untold, secret story that lives in each item’s history that makes many of the pieces extra engaging—not just their present state.

Ultimately, as with most design, Broom’s goal is to tell a story and make something that lasts—something significant. He says, “It’s the idea that we’re creating permanent things that will also have this story and have a craft behind it. And we don’t have to scream about how something is made—that people start to ask questions and then they really connect with the piece, I think [that] is really lovely.”

Annunci

David Lynch è leggero come una pietra

IMG_6365Cos’hanno in comune Saturnino e Ennio Capasa? Massimo Banzi e Pietro Corraini? Franco Battiato e David Lynch? Fanno belle cose, d’accodo. Ma soprattutto, sono leggeri come pietre.

Da qualche anno Stone Italiana (azienda veronese di marmi e affini), grazie al coordinamento visionario e amabilmente folle di Lorenzo Palmeri, organizza una serie di eventi intitolati proprio Leggero come una pietra. Nel loro showroom milanese, con cadenza irregolare, Stone e Lorenzo invitano personaggi interessanti, ognuno dei quali incarna una forma diversa di fare progetto.

L’ultimo incontro è stato con il mitico (per una volta questo termine non è usato a sproposito) David Lynch, ma non per parlare di cinema (che banalità!) bensì di meditazione trascendentale. Abbiamo scoperto che la pratica da 40 anni, due volte al giorno, e a suo dire non ha mai saltato un appuntamento. Se non è questo un progetto!

Lynch apre con un’introduzione ampia come il mondo, contorta come una sua trama, lucida come le visioni di ogni suo lavoro, che tocca la meditazione, passa per la biologia e arriva fino ad Einstein. Basta poco e ha tutta la sala in pugno, felice di essere catturata dai gesti dolci delle sue grandi mani.

Per spiegare il suo eclettismo creativo (nasce come pittore ed è anche un eccellente fotografo, tra le altre cose) ci dice che le idee sono come i pesci per gli chef: mica si creano dal nulla, si devono solo catturare. Però il bello viene quando è ora di cucinare, visto che le idee possono essere anche uguali tra loro (i pesci, appunto), ma sta al cuoco scegliere la ricetta giusta: cinema, pittura, fotografia, musica. Quello che conta è la ricetta.

Incalzato da Lorenzo Palmeri chiarisce che è importante avere disciplina, ma che non deve essere pesante. Gli innamorati se ne fregano delle ore di macchina che servono per raggiungere l’oggetto del loro amore. Quindi? Quindi non è uno sforzo, ma un atto d’amore.

E la sua giornata tipo? Si alza, prende un cappuccino, accende una sigaretta e poi medita. Qualcuno ride, qualcuno protesta, molti si sentono che potrebbero iniziare a meditare già domattina.

Arriva una domanda più pruriginosa di un’inchiesta sul sesso: soldi e lavoro, come stanno assieme? Lynch dice che molte persone lavorano per fare soldi, altre per amore di quello che fanno. Per alcuni il successo sta nei soldi, per altri è fare quello che dà soddisfazione. Il fatto è che tutti abbiamo bisogno di un po’ di soldi per campare, ma è triste dover lavorare solo per pagare i conti. Ammette che anche lui l’ha fatto, appena diplomatosi alla scuola di cinema di Los Angeles, distribuendo giornali porta a porta, ma sempre riducendo i tempi di lavoro al minimo e limitando le spese, proprio per riuscire a mettere le sue passioni al centro della sua vita.

Chiude riprendendo un tema già toccato nell’intervista a Che tempo che fa, un argomento che potrebbe meritare un libro intero sul ruolo sociale dell’artista. Chi fa arte – sostiene Lynch – può accontentarsi di essere un puro e semplice testimone. Ovvero. Non si deve soffrire per mostrare la sofferenza, si può parlare di cose tristissime ed essere felici. L’artista è colui che dimostra, chiarisce, fa vedere attraverso il suo lavoro, non necessariamente con la propria vita.

L’artista ci racconta il mondo attraverso i suoi progetti.

La moda in movimento

IMG_7936La scorsa domenica ho avuto il piacere e l’onore di partecipare ad una chiacchierata attorno ad ASVOFF, il glorioso festival del fashion film creato da Diane Pernet, arrivato a Roma al Tempio di Adriano. Con Federico PolettiClara Tosi PamphiliFabio Mollo e Susie Bubble e Valentina Grippo, abbiamo discusso di cosa sia questa forma espressiva così giovane (almeno in termini di diffusione di massa, visto il caso di Fendi) e in quale direzione stia andando.

Nei Future Vision Workshop di Future Concept Lab e nelle lezioni all’IstitutoMarangoni (soprattutto) utilizzo i fashion film ormai da anni, per la loro capacità di unire alto e basso, concetti e oggetti, visioni ardite (quando ci sono) e oggetti meravigliosi (quando arrivano). E la capacità di condensazione del cortometraggio è spesso sorprendente, a volte superiore a quella della fotografia. Il video di moda rivela più che evocare, contribuisce a far emergere la sostanza di un’idea, è capace di dare peso ad un sogno che altrimenti rischia di essere inutilmente etereo.

I fashion film sono anche la dimostrazione che la moda vince quando continua a fare il suo lavoro, ovvero attingere da altri mondi e sintetizzarli in modo nuovo. Quando la moda non fa altro che guardare il suo ombelico, ecco che prendono il via pericolosi loop che hanno portato buona parte della moda contemporanea a non essere più in grado di raccontare nulla sui tempi che stiamo vivendo. La moda deve saper respirare, assorbire, metabolizzare e dopo, solo dopo, restituire.

Ma qual è il futuro del fashion film? Sono convinto che la dimensione del racconto sia quella più ricca di possibilità per il genere, soprattutto nella dimensione del backstage e del documentario, o persino del mockumentary. Ancora una volta la moda deve imparare dal mondo dell’alimentazione e della tecnologia: il racconto di quello che accade prima e attorno alla passerella, di quello che porta alla nascita di un pezzo da sogno, non può che portare beneficio a tutto il sistema, aumentando il valore e il peso culturale di abiti e accessori.

Il fashion film è diventato quello che è grazie al web e credo si possa dire che si tratta del primo genere cinematografico nato in rete (ma sono pronto ad essere smentito). Il suo futuro è dunque nella rete, nelle sue dinamiche di sintesi e approfondimento, alla ricerca di nicchie (globali) di appassionati e di studiosi della cultura contemporanea.

IMG_7958

Cinema per la moda, moda per il cinema

Dopo il successo dei film brevi dedicati a Candy, Prada ritorna a collaborare con Wes Anderson per un nuovo cortometraggio, in cui l’italianità la fa da protagonista: “Castello Cavalcanti”. Sette splendidi minuti fatti con omaggi a Fellini (la Mille Miglia che passa per Rimini in Amarcord), set a Cinecittà, costumi di Milena Canonero, un parlato che unisce italiano e inglese (e fa tanto via Veneto), tutte le icone degli anni ’50.

Beccatevi questo, Dolce&Gabbana. Guardate come si rende omaggio al cinema italiano, imparate che cos’è l’ironia. Ecco a voi il cinema per la moda, anzi, la moda per il cinema.

Donatella VS Yves

Proposta per la fashion film night definitiva.

Iniziare la serata con la proiezione di “House of Versace”.

Proseguire con la visione detox di “Yves Saint Laurent”.

Fact, fiction, faction

foto-9

“I believe in the dream. I believe we only live for our dreams and our imagination. That’s the only reality we really have to know”

Diana Vreeland

Diana Vreeland aveva capito la moda come poche altre persone: sapeva comunicarla bene perché la conosceva nella sua essenza più profonda. La storia della prima fashion editor è nota attraverso libri, mostre e pubblicazioni varie, ma da poco è uscita in Italia un’altra tessera che contribuisce a definire il mosaico della sua immensa personalità. Si tratta di “Diana Vreeland. L’imperatrice della moda“, documentario di Lisa Immordino Vreeland.

Oltre le note di costume e le eccentricità del personaggio, emerge la sua visione della moda: un meraviglioso incrocio di originalità e sogno. La bellezza non c’entra qui, e non è una nota da poco. Per la Vreeland l’unicità è la cosa più importante: lo dimostra bene quando racconta delle modelle scelte perché avevano un naso troppo grosso, un collo troppo lungo, gli occhi troppo grandi.

E poi il sogno, il sottile confine tra fatti e inganno, che sono anche alla base della sua autobiografia. Uno dei suoi figli, Frecky Vreeland, ad un certo punto della narrazione, racconta che un giorno, dopo l’ennesimo aneddoto le fu chiesto: “Diana, is it fact or fiction”. E la risposta fu: “Faction”.

Into the box, out of the box

 

Dopo aver visto questo video, c’è da aggiungere altro? “Bellissima questa animazione”, verrebbe da dire. E invece no: si tratta di una ripresa video di una serie di proiezioni su pavimento, pareti e due tele bianche azionate da robot. Anche la cinepresa è mossa da un braccio meccanico, in sincrono con gli altri due.

Si tratta dell’inizio di un nuovo genere? Forse sì. Sicuramente gli autori lo credono, visto che hanno scelto un “pionieristico” bianco e nero che vuole creare un paradosso e ci vuole dire che non ci sono nemmeno troppi effetti speciali. Credo si possa dire, senza esagerare, che questa tecnica può avviare un nuovo modo di fare video.

Meraviglia e illusionismo sono obiettivo e mezzo che hanno portato alla nascita di questo piccolo capolavoro. Vale la pena di vedere anche il breve documentario che ne racconta la genesi. Giusto per capire che la santa alleanza tra uomo e macchine può far nascere anche la poesia.

 

 

E sul mitico Motionographer si trova anche un’intervista ad Abdel Gawad di Bot & Dolly.