Tra natura e artificio

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Un articolo che ho scritto per #MClikes, in edicola con Marie Claire di ottobre 2016

PROVIAMO A IMMAGINARE un mondo in cui la natura si contrappone al progresso tecnologico, un tempo nel quale il partito della plastica va in direzione opposta rispetto a chi vuole solo materiali natural-eco-bio, una fase che vede da una parte chi vuole un progresso fantascientifico e dall’altra gli amanti del “si stava meglio quando si stava peggio”. Stiamo ovviamente parlando degli anni 60, quando PACO RABANNE sorprendeva con abiti fatti di dischi di acetato e alluminio e Joe Colombo arredava le case con mobili di plastica bianca. Gli stessi anni in cui i figli dei fiori volevano solo fiori di campo e non fiori usciti da uno stampo, pensavano solo a fare l’amore, possibilmente dopo essersi sfilati larghi abiti di cotone, scarpe di canapa e cappelli di paglia. La storia si ripete, ma non torna mai uguale a se stessa. Anche oggi nutriamo fiducia nel futuro tecnologico, ma ne temiamo le conseguenze e calibriamo le nostre scelte con cibi biologici e auto ecologiche. Forse stiamo diventando tutti animisti, come i giapponesi, e stiamo iniziando a percepire che dentro tutte le cose c’è una piccola parte vivente, un’anima che esprime la natura stessa di quello che tocchiamo. E non importa se sia fatto dall’uomo o da Madre Natura, se sia artificiale o naturale: la vita dei materiali è diventata un argomento via via più interessante.

Oggi la materia delle cose diventa ricca di storie da scoprire e da raccontare, a partire dal cibo per arrivare agli oggetti di design e di moda. Non è solo una questione di salute, intolleranze o allergie, ma di conoscenza e rassicurazione. In Italia il mercato del cibo biologico cresce senza sosta, ma possiamo anche trovare facilmente capi in cotone bio, persino da ZARA e H&M. Il legno FSC (quello raccolto senza danneggiare le foreste) è ormai alla base di moltissimi progetti di design di qualità, dai mobili ai pavimenti in parquet. Abbiamo fatto tanti passi avanti dai tempi della canapa grezza e ruvida dei frequentatori dell’isola di Wight: oggi buono e bello vanno a braccetto, e sarà sempre più vero nei materiali del futuro. Il cortocircuito tra cibo bio e moda bio porta nuova consapevolezza, ma crea anche qualche situazione al limite del surreale. Come per esempio quando si va da Stella McCartney e si scopre che le sue scarpe sono «per vegetariani». Vuol dire che ce le possiamo mangiare anche nei venerdì di quaresima? Ovviamente no, ma possiamo stare certi che nessun animale è stato toccato per la loro realizzazione. Stella sarà sicuramente felice se MODERN MEADOW riuscirà nell’intento di mettere in produzione i suoi pellami coltivati in laboratorio. Infatti la start up inglese sta sviluppando molti materiali ecologici partendo da cellule bovine e ovine. La somiglianza con la pelle reale è impressionante e sono arrivati addirittura ad avere un’innovativa pelle trasparente. La soia fermentata è considerata un superfood, ma al MIT DI BOSTON sono riusciti a trasformarla in un alleato per il design. BIOLOGIC è un processo di stampa 3D che consente ai tessuti di diventare vivi. I batteri derivati dalla fermentazione della soia sono sensibili a calore e umidità e possono reagire di conseguenza. Con una speciale stampante, sottili strisce di batteri vengono depositate su lamelle di tessuto, che si possono così aprire quando il nostro corpo è caldo o chiudere quando è freddo. Ed ecco che l’abbigliamento diventa tecnologico e biologico allo stesso tempo, grazie a bio-trigger che funzionano con la rapidità e l’efficacia di un microchip. O di un Bifidus Regularis.

La vita degli oggetti non è fatta solo di materiali, ma anche di idee, di hardware e software. GOOGLE è forse l’azienda più immateriale al mondo, ma sperimenta parecchio con la dimensione fisica. Il progetto “Jacquard”, sviluppato con LEVI’S, è da togliere il fiato: i tessuti più classici sono integrati con fili sensibili e invisibili, che in sostanza trasformano ogni superficie tessile in un touch screen. Le applicazioni sono varie: dal bracciolo del divano che diventa un telecomando al polsino della camicia che toccheremo per aprire la porta di casa. Basta solo immaginare. Vita, morte, ma anche miracoli. Miracoli laici, per carità, quelli della scienza e della tecnologia, che oggi ci indicano abitudini che con tutta probabilità avremo in futuro. Molto spesso è una questione di contesto, di materiali che esistono già, che vengono perfezionati, e messi in un posto che mai ci saremmo aspettati. Quando abbiamo avuto per le mani i primi dispositivi mobili (pc portatili, ma anche databank, scacciapensieri e Tamagotchi vari) ci saremmo immaginati un futuro fatto solo di plastica e un po’ di metallo. Nella sua autobiografia, Steve Jobs racconta che senza lo schermo in vetro l’iPhone non sarebbe mai nato. Pensiamoci: portiamo in tasca un grosso pezzo di vetro. Pericoloso? No, perché non è vetro comune, ma un vetro reinventato e ipertecnologico. Chi immagina gli aggeggi mobili di domani prefigura la scomparsa dei materiali di contorno, a favore di un semplice rettangolone di vetro robustissimo e flessibile, sul quale comparirà per magia tutto il nostro mondo digitale. E dove potremo magari scaricare il file per stampare le nostre scarpe. UNITED NUDE vende sul suo sito non solo scarpe fatte e finite, ma anche i file per le “Float Shoes”, da acquistare proprio come facciamo per musica e film. Serve poi una stampante 3D per trasformarli in oggetti indossabili.

Non si tratta di un fenomeno di massa, ma se torniamo per un attimo in Giappone vedremo che le utopie tecnovisionarie sono spesso già parte della vita quotidiana. Andiamo per esempio a osservare i materiali che usa UNIQLO, il gigante del retail che ha recentemente dichiarato di voler diventare il più grande produttore di abbigliamento al mondo. E ci vuole arrivare unendo moda e tecnologia. Infatti le sue linee di maggior successo sono fatte di colori vivaci, capi semplici da indossare, ma anche di materiali hi-tech e performanti, come i capi “AIRism” e “HeatTech”, freschissimi per l’estate e caldissimi per l’inverno. Non hanno bisogno di manutenzione particolare e possono essere sbattuti in lavatrice. Ma sta già accadendo ben altro. La luce negli abiti e negli oggetti è ormai una realtà, soprattutto grazie all’evoluzione della tecnologia a led. Abbiamo visto sulla passerella di VERSACE aitanti runner in abiti luminescenti con fibre ottiche. Non è difficile immaginare che tra un po’ tutti gli appassionati di running indosseranno abiti e accessori dotati di luce propria, per rendersi più visibili (autisti e ciclisti urbani sanno essere pericolosi) ma anche per farsi notare (lo stile prima di tutto, anche nello sport). Se gli adolescenti italiani sono già impazziti per le suole psichedeliche delle scarpe WIZE & OPE, NIKE ha annunciato la messa in commercio delle HYPERADAPT, scarpe da running con luci segnaletiche che si allacciano da sole, proprio come quelle di Marty McFly in Ritorno al futuro. Sempre parlando di scarpe, ma passando ai prototipi, vale la pena di citare le VIXOLE SHOES. Sneakers dal design contemporaneo e pulito, le Vixole sono dotate di un monitor fatto di microscopici led e possono cambiar pelle, come un tecnocamaleonte. Si può cambiare il colore, ma anche trasmettere immagini, persino video. Che ovviamente si possono collegare anche con le notifiche di POKÉMON GO, per vedere – letteralmente – i mostriciattoli nei dintorni e prenderli. Realtà virtuale? Realtà aumentata? Forse, ma quello che sicuramente troveremo nel futuro saranno materiali a sensibilità aumentata, piacevoli per il corpo e la mente.

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Fashion Revolution con un selfie

Ultimamente la moda di rivoluzioni ne fa pochine: non molti nuovi stili, idee innovative un po’ scarse, nuovi marchi sempre meno. E se la vera rivoluzione fosse nel backstage? Non quello delle sfilate, ma quello produttivo.

Esattamente un anno fa crollava il Rana Plaza in Bangladesh, uccidendo 1138 persone e sollevando a livello globale molte questioni riguardanti i metodi di produzione dell’abbigliamento, soprattutto low cost. Molto si è scritto e detto a proposito di questa immane tragedia, ma poco è stato fatto. Fashion Revolution è un progetto che vuole far crescere la consapevolezza sulle origini dei nostri capi di abbigliamento. Le iniziative sul territorio sono parecchie in tutto il mondo (anche in Italia), ma quella più semplice è un bel selfie con i propri abiti indossati al contrario, accompagnato dall’invito a specificare meglio dove e chi ha confezionato il capo. L’hashtag è #InsideOut e deve essere accompagnato dal quote del marchio che si sta indossando.

Ecco il mio tweet. Ci vuole un minuto ed è un messaggio forte e chiaro che gli appassionati di moda possono dare a chi la moda la realizza.

Amori da discarica

Qualche tempo fa mi sono fermato a riflettere sull’assurdità del fatto che spesso porto i rifiuti in Montenapoleone. Parlo delle capsule Nespresso che, grazie al progetto Ecolaboration, possono essere restituite al punto vendita per garantirne un corretto smaltimento (io vado in via Verri o in San Babila). E oramai mi trovo a non gettare più una sola capsula nella raccolta indifferenziata.

I rifiuti oggi sono così importanti che ci preoccupiamo di indicare una giusta e corretta strada anche quando siamo costretti a separarcene. E a volte non vorremmo nemmeno allontanarci da loro.

Ce lo dimostra anche un nuovo progetto che – tra design e  arte – crea teneri, dolci, affettuosi rifiuti. Sono i robottini di Massimo Sirelli, realizzati per il progetto Adotta un Robot, “la prima casa adozioni di robot da compagnia al mondo”, presentato durante il Salone del Mobile di Milano alla Mediateca Santa Teresa.

L’idea è semplice e porta a riflettere sull’importanza di recuperare materiali di scarto. Infatti Massimo recupera vecchie latte, lattine, oggetti della memoria, che poi assembla a formare dei robot di varie dimensioni. Andando sul sito del progetto si può scegliere un piccolo da adottare. Ma attenzione, non è sufficiente “acquistarli”, si deve motivare la richiesta, pattuire una cifra per l’adozione e ci si deve impegnare a tenere costantemente aggiornata la community sullo stato di salute e benessere dell’esserino meccanico.

Come non innamorarsi della spazzatura?

Renault concept car by Ross Lovegrove

Presentata alla Triennale di Milano durante il Salone del Mobile di quest’anno, la Renault concept car by Ross Lovegrove è in questi giorni in mostra al Design Museum di Londra.

Interview: Stefano Terzuolo of GUM Salon

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My new article for Cool Hunting.

We first met Stefano Terzuolo after the opening of Milan’s GUM Salon three years ago. Since then, GUMhas become a point of reference for hairstyling throughout all of Italy thanks to their line of organic grooming products available online. Having used the products for the last year, we can attest to the quality and versatility of the collection, which spans smoothing shampoo to styling spray.

Just a small dab of the Smoothing Shampoo, for example, is enough to create a rich foam and give off a strong scent of orange citrus. The Repair Mask & Conditioner is probably the richest experience of the line, boasting a creamy texture and an intense, fruity aroma. The Grooming Old Cream is a must-have item perfect for styling and moisturizing both your hair or a beard, while the Salty Wind spray will give your hair a nice matte effect for an uncombed look. To learn more about the products, Terzuolo kindly sat down with us to discuss the origin of the line and its future, which will soon include a shampoo based on the natural effects of rainwater.

What is the philosophy of GUM?

We work with a great attention to customers, dedicating the right time to each client. The small environment allows us to follow everyone in the same way. We wanted to go back to the origins of our profession; when salons were a real meeting point for all cultural exchanges while adding our training to ensure a high level of stylistic care. Unfortunately the Italian salons have become sort of assembly lines, where customers are forced to lower expectations in exchange for excessive cost. For this reason, GUM was born with the aim of returning to our origins, when the “Italian hairdresser” was synonymous with style and recognized around the world.

Your salon is certainly avant-garde, but with a great deal of attention to the tradition of grooming. How do you put those two together?

My desire has always been to revive what grooming was in the ’50s—that rite of going to the barber shop, discovering perfumes, razors, brilliantine and grease. If you add innovative techniques of cut and color, here’s how you can bring everything back to the present day with an outstanding result; innovation without losing the flavor of those years.

How did you come to create your product line?

Having a well-defined concept salon, I did not feel represented by any brand of cosmetics on the market. From there, I decided to develop my own line of products. I wanted to ensure my customers would be able to continue the GUM experience at home with organic products that are high-level and easy to use.

How are your products organic?

The raw materials we use are from biological origins: Sicilian bitter orange extracts, shea butter, beeswax and so on. They do not contain silicones, sulphates, parabens and are not dangerous for the body. Some of our products can also be used for the body and even to do laundry!

Do you think you will extend the line in the future?

Surely one or two new products—even though my decision was to go for a few products with multiple uses, in order to facilitate the use and to not create too much confusion.

Can you reveal some future projects?

I can reveal a preview: it will be a shampoo based on rainwater. In Romania, back in the ’60s, mothers collected rainwater to wash their daughters’ hair, to keep it soft and purify the skin. We want to recreate it, and what’s more organic than that? The big news is that GUM will expand its space soon. It will always be on the same street, but we will have a bigger space dedicated to our products, a bar and an area dedicated to music, where we’ll be hosting weekly acoustics sessions.

La città che sale

March 22, 2012

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Interview: Renato Preti

My new article for Cool Hunting

In the panorama of Italian design, Discipline is one of the youngest and most interesting newcomers. Its motto, “beautifully designed, consciously made,” underlines the ambitious goal to meld aesthetics with the consideration of environmental issues from a contemporary and innovative point of view. The mind behind the project, Renato Preti spent years investing in design companies like Moooi, B&B and Skitsch before deciding to start from scratch with his own company. We recently caught up with him for an exclusive interview to discuss good design, sustainability and, as it happened, food.

How was the Discipline project born?

The project originated from a long trip around the world. Last year I tried to understand the common needs of different markets—consolidated ones such as the US, the emerging ones such as China and mature ones like Europe and Japan. This resulted in a series of ideas that have been added to previous reflections on the world of design.

I have long been convinced that the field of design, if faced with innovation, offers great opportunities. Design as we know it today, when it exploded in Italy in the late ’60s, was a highly innovative sector—think about what Mario Bellini, Vico Magistretti and the Castiglioni brothers did. Since then it has gradually fallen asleep, it has become conservative, probably by death or aging of the pioneers, both designers and entrepreneurs.

The shift toward conservatism is in my opinion the very antithesis of the true nature of design. It must by definition be contemporary, based on research and development. For example, 80% of design products sold today from Italy have been designed more than 25 years ago. This figure illustrates how this world has stopped, perhaps because no one wants to take risks anymore, perhaps because inside of the design world everybody knows and controls each other, and this has led to a stalemate. Another example: the two leading groups in the Italian market, Poltrona Frau Group and B&B Italia, make just over 100 million euros per year with their branded products, which is equivalent to the turnover of a single Vuitton store. The volume and numbers of design when compared to fashion are ridiculous. So I think there is a huge opportunity in the sector, but only if you revamp the spirit of the past with innovation and excitement in distribution, product design, marketing and brand identity (which is virtually unheard of in the industry). This sector has simply forgotten to be an innovator.

These thoughts have been with me for many years; for example, when I decided to invest in Moooi, Unopiù and B&B Italia. Those investments have been very positive, but I still had simply a financial role. At one point I thought it would be a good opportunity to make my own company, because—unlike finance—design has always been my passion and it’s my origin too—my father was a small manufacturer of furniture for great architects like Caccia Dominioni and the Borsani brothers.

So I started with Skitsch, but I was in the minority and I did not feel free to make the choices that I really liked. I came out and founded Discipline, which is the result of years of thought and the long trip around the world in which I realized that the market wants two basic things: natural materials and a form of discipline.

What does it mean to work on nature and discipline?

Relying on natural materials should not be intended as a strained search of sustainability, but as pleasure, beauty, durability and authenticity. Discipline starts from these desires. We would never make a product just because it is environmentally friendly, but we’d do it because it is beautiful, lasts longer, is a pleasure to touch—because it excites, makes you feel better, because it gets better with age. The consequence of these choices are infinitely more low-impact, and this becomes a clear choice of sustainability which is realized as a happy consequence of rigor. The proof lies in the fact that we all wear linen, wool, cotton and silk, and refuse synthetic fibers. I do not understand why we should be in contact with objects that have an unpleasant feel and smell, that grow poorer as they get older, that depend on temporary fashions for their intrinsic material quality.

As a second point, we all desire to rediscover some discipline, understood as the search for positive values. Weirdness for the sake of weirdness has bored us and creates risks and problems. “Strange” is fine for breaking the rules when you need to throw it all away, but at some point that has to stop. Design can not live only by bizarre objects, limited editions, imitations of contemporary art and so on. We want to go back to discovering objects with a sense, a function, things related to how they were designed and thought out.

Discipline’s philosophy is described in a manifesto, almost as if we were dealing with a revolutionary artistic movement.

In the noise that accompanies everything we do (business, politics, journalism, entertainment, etc.), either you have something to say, or you’d better stay silent. There is no need for another design firm, another performer or another newspaper unless you really have something very strong to say. With Discipline we wanted to state something and wanted to show it, make it manifest. The manifesto was conceived by me and my staff with great passion and hard work, through an intense exchange that led us to meticulously refine every word and concept. In summary, we have something to say and we are proud to try.

What is the basis for the sustainability of Discipline? What does it mean to be “beautifully designed, consciously made”?

When you address these issues, it’s necessary to clarify where we start—we start with pleasure, and then get to sustainability. We increasingly need emotions, but they should be “disciplined.” Our choice is to not put anything back into the production cycle, using materials that already exist or can grow again, such as wood and cork. We try to use only local materials, and as far as possible the production is completely Italian, except for some glasses that come from the Czech Republic.

We are imagining for the future to concentrate some phases of production at a local level. For example the Drifted stools with the cork seat—the best cork comes from Sardinia and Portugal, and must be worked with special equipment and techniques that are difficult to replicate elsewhere. However, if you send the cork tops to Brazil—they’re lightweight and easily transportable—we can make the legs in place, perhaps using a local wood.

We are not oriented to radical ideological choices (all sustainable, all local, etc.) but we always care about the maximum reduction. One of my university professors said: “Better a soft light than absolute darkness.” If I choose to do everything organic, I risk making low-quality products. If I force myself to go completely local, then the risk is being constrained to choosing the wrong materials, limit the development of the products and not to please anyone. If, however, every time I ask myself how can I reduce weight, volume, waste, time, then I get to sensible improvements, that gradually can lead me to make a real difference.

Take our Kami, a table made of bamboo—it is robust, fully interlocked, no screws, no glue, and can be delivered in a thin box. I have not completely solved the problem of transportation, but at least I can send five in the space that would occupy one single table already assembled.

Since the first collection Discipline has counted on a “dream team” of designers. How did you choose them? Have they been free to design whatever they wanted?

For some aspects designers did not have much freedom. We gave everyone a very clear briefing about the identity of the brand, a 40-page document that was titled “Hello, I’m a new project.” We did not ask for specific products from individual designers, but we gave precise and careful indications about what we wanted in terms of materials and style, but also what we did not want.

I was surprised that the vast majority of foreign designers have responded in line with the briefing, while the Italians have proposed many things that were not consistent: it is an approximation, a superficiality that well represents the Italian condition in recent years. Some even sent us plastic products, when in the briefing was expressly forbidden. We invited about 50 designers: nine out of 10 foreigners have complied with our instructions, nine out of 10 Italians have not done so. In the end, only two Italian designers are present in our catalogue: Mario Bellini, a great maestro and friend, and Luca Nichetto.

From which countries comes the more interesting design today? To which countries does Discipline look?

Surely Japan and countries in northern Europe, but also in London, which is always an interesting crossroads. A summary of what we want to be and what I’d like to develop is summarized in a sentence by Mårten Claesson of CKR: “Our goal is to follow the values and the rigor of Scandinavian design, with the addition of some Italian tomato sauce.” The typical dishes of Italian cuisine are of rare simplicity, but they are masterpieces—everyone likes them, they are healthy, they are based on the excellence of the ingredients. Our spirit is just that, namely extreme simplicity that meets extraordinary refinement. If we’re be able to translate the values of Italian cuisine to Italian design, then we will succeed. Our aim is to thrill through simplicity, to party using the most essential things.

Discipline products can be purchased online and in a selection of the best design stores in the world, like Gallery Bensimon in Paris, The Conran Shop in the UK, Cibone in Tokyo, La Rinascente and Spazio Pontaccio in Milan, Design Within Reach and MoMA Store in New York.