Costume e lingua

Come si pronuncia Costume National? All’inglese (Costium Nescional) o alla francese (Costüm Nasional)? Nel settore moda pare non ci sia una risposta univoca.

Anche alla sfilata della collezione uomo PE2015 si sentivano entrambe le versioni, pronunciate da fashionisti di ogni latitudine. Ma poco importa. Quello che conta è che anche questa volta Ennio Capasa è riuscito a parlare la sua lingua, quella di uno stile chiaro, netto, definito, preciso, focalizzato. Può piacere o meno, ma è uno dei pochi stilisti che abbia il coraggio di lavorare di fino, aggiungendo a ciascuna collezione un pezzo di percorso senza doverlo stravolgere ogni volta, senza scopiazzare tendenze preconfezionate o facendo – chessò – salti mortali dalla Sicilia alla Spagna cercando una giustificazione da sussidiario ormai scaduto.

Capasa parla la lingua di una trasgressione raffinatissima, che normalizza quello che una volta faceva storcere il naso, che sa cristallizzare la storia delle subculture e ce le fa vedere con occhi nuovi.

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Il secondo Made in Italy

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La scorsa settimana ho visitato The Glamour of Italian Fashion 1945 – 2014 al V&A di Londra. L’ennesima mostra sulla moda italiana? Non proprio, visto che (qualche marchetta a parte) il percorso espositivo curato da Sonnet Stanfill è ricco e a tratti sorprendente. L’approccio è puramente cronologico e prende il via – of course – dalla Sala Bianca e da quel geniaccio del marketing che era Giovanni Battista Giorgini. In mostra si possono vedere abiti piuttosto rari, come il capolavoro di pizzo modernista uscito dalla matita di Schubert (si vede a sinistra in questa foto), ma anche capi di Simonetta, delle Sorelle Fontana, di Capucci. Moda fiorentina, Hollywood sul Tevere, moda pronta milanese, ma anche casi tutti da scoprire come Tortonese di Torino.

Bella la parte dedicata ai distretti, che fa ben capire dove siano le reali radici del Made in Italy, la base produttiva che rende possibile ogni esperimento stilistico. Per poi arrivare alla nascita della figura dello stilista: molti se lo dimenticano, ma anche questa è un’invenzione italiana, che supera quella del couturier e del sarto, con la sua capacità di unire un certo tipo di abito con uno specifico stile di vita, anticipando il concetto di lifestyle.

In chiusura una grande sala racchiude il meglio degli ultimi anni, da Valentino a Stella Jean, da Dolce&Gabbana a Fausto Puglisi.

Come tutti gli italiani di ritorno da Londra mi chiedo perché non sia possibile avere una mostra di questo genere da noi. In questo gli inglesi hanno vinto e – senza spocchia – ci spiegano perché siamo quello che siamo. Ma guardano avanti anche quando realizzano una retrospettiva e ci fanno gentilmente capire che, per quanto sia lunga la tradizione dell’artigianato italiano, non è poi così lunga quella del Made in Italy per come lo conosciamo oggi. A volte, il mantra del rispetto della tradizione può portare a sentirsi troppo sicuri di sé, certi che tanto ce la caveremo comunque, grazie alla nostra storia e ai nostri luoghi comuni preferiti (l’arte ovunque, la sensibilità per il bello bla bla bla). Quel 1945-2014 nel titolo dovrebbe essere un “fino ad oggi”, ma non smette di sembrarmi una data di nascita con accanto una data di morte.

Un certo tipo di moda italiana non c’è più, ce ne dobbiamo solo accorgere. Penso a quella nata tra gli anni ’50 e ’70, esplosa tra gli ’80 e ’90 e immobilizzata negli ultimi 15 anni. I due stilisti più giovani (di gran lunga i più giovani!) in mostra sono Stella Jean (classe 1980) e Fausto Puglisi (del 1976). Non è un caso che siano così pochi. Sarebbe stato bello vedere una sala in più, quella del futuro, piena di lavori fatti da giovani creativi italiani loro coetanei o persino più giovani. Perché ci sono, e lottano in mezzo a noi, con risultati eccezionali.

Attendo speranzoso una mostra che tra qualche anno celebrerà il nuovo Made in Italy, una mostra in cui Stella e Fausto saranno ormai la tradizione del secondo Made in Italy.

Fashion Streets of Milan

Ecco cosa intendo quando scrivo che il circus of fashion non è necessariamente da incolpare per tutto il bruttume che vediamo in giro, che non ci sono solo personaggi inutili e dannosi, che c’è tanta bella sperimentazione, che anche l’eleganza può progredire per sottili scossoni. Questo è il lato più interessante e curato del circo, quello degli acrobati, equilibristi e giocolieri più attenti e preparati. Non quello dei clown.

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Eleonora Carisi

Eleonora Carisi

Tamu McPherson

Tamu McPherson

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Valentina Siragusa

Valentina Siragusa

IMG_6768 IMG_6783Angelica Ardasheva, Elena Braghieri

Angelica Ardasheva, Elena Braghieri

I fashion blogger non sono la rovina della moda

IED Barcelona

IED Barcelona

Puntuali come ogni giro di fashion week, ecco che in quei giorni si svegliano i difensori del “Vero Stile”, quelli che “i fashion blogger sono la rovina della moda”, “Christian Dior si rivolterebbe nella tomba”, “che pagliacci”, “non sopporto quello che mi tocca di vedere all’ingresso delle sfilate”, “faccio foto ma non sono una fashion blogger”, “ormai non riesco più a fotografare degli outfit interessanti” e così via.

Suzy Menkes ha già fatto una perfetta analisi del fenomeno dal punto di vista di una giornalista che sa fare bene il suo mestiere, ma vedere il popolo del web (blogger, influencer, outfitter, Instagrammer, redattori digitali et similia) che si rivolta, francamente sa tanto di teatro dell’assurdo.

Perché di teatro si tratta. Cosa sono le sfilate se non il momento di rappresentazione massima del sistema moda? Cosa sono se non l’apoteosi dell’immagine sopra il contenuto? Ci sono mille altre occasioni per sperimentare la qualità dei dettagli, la meraviglia delle lavorazioni, la bellezza del progetto, l’eccellenza di tagli e forme, ma le fashion week sono per definizione il tempo della rappresentazione, non del racconto.

Succede anche durante il Salone del Mobile, quando i puristi si scandalizzano davanti al “Sagrone del Mobile” di zona Tortona, alle vetrine della moda trasformate in contenitori di oggetti d’arredo, alle feste in cui non vedi nemmeno un oggetto. Piaccia o no, questi fuochi d’artificio sono il necessario momento di richiamo per il grande pubblico, le casse di risonanza in cui vale tutto, le migliori occasioni possibili per dare sfogo alla visibilità e per incontrare persone e personaggi.

Il vero lavoro di chi ama lo moda dovrebbe essere la ricerca del bello, non la critica del brutto. Tutte le volte in cui ci troviamo di fronte alle chiassose celebrazioni collettive delle “week”, ad ogni latitudine, vediamo la sperimentazione più pura. E non tutti gli esperimenti sono ciambelle con un bel buco al centro. La sperimentazione estrema non arriva solo dagli stilisti, dai designer, dalle aziende, ma oggi arriva anche dalle persone comuni, dagli utenti, da chi la moda la mette suo suo corpo e non su quello di una modella professionista.

Per cui ben venga il circo, se il circo ci consente di osservare il nuovo, non solo il passato che non passa mai, fatto solo di bellezza e regole della nonna. Chissenefrega dell’eleganza pura, quella delle cariatidi dello stile che oggi vediamo solo nei musei. La moda, se vuole avere ancora un’occasione per dire qualcosa sul mondo che cambia, deve accettare di essere maltrattata, ripresa, stravolta e ricomposta. Magari con un po’ di ironia e leggerezza, con il sorriso di chi può imparare qualcosa di nuovo anche da chi ci sembra strano e fuori luogo, persino kitsch.

Le reazioni indignate dei benpensanti sono state il sale e il pepe che ha permesso a ogni grande nome di fare un passo avanti. Oggi è facile e comodo rimpiangere Anna Piaggi, Coco Chanel, Isabella Blow, Yves Saint-Laurent, solo per citare i più citati: ognuno di loro ha fatto esperimenti, fregandosene bellamente di quello che si diceva attorno a loro, facendo errori e correggendoli, provando a fare quello che avevano voglia di fare per poi modificarlo in base a quello che avrebbero pensato poco dopo.

Gli stilisti da passerella oggi sono (giustamente) influenzati anche da quello che succede al di fuori delle loro sfilate, perché i più intelligenti sanno osservare il cambiamento senza prendere posizioni retrograde e chiuse, sapendo poi rifinire il loro stile di conseguenza, per assonanza o per contrasto. Perché Prada ha deciso di inserire le pellicce nelle collezioni Primavera/Estate? Sicuramente per vendere nell’emisfero australe, ma anche perché nell’emisfero boreale le sfilate Autunno/Inverno si fanno a febbraio, quando fa piuttosto freddo, e in quell’occasione la gente della moda indossa già i primi abiti proposti per la bella stagione. Se in collezione c’è qualcosa che possa scaldare un po’ (non le calze, quelle non si mettono!) è probabile che appaia su tutti i giornali e blog del mondo indosso ad Anna dello Russo come anteprima di quello che si trova già nei negozi. E questa nuova regola è stata dettata anche dal proliferare del “circus of fashion”.

Infatti, se la strada influenza ancora la passerella, oggi è anche la strada con i binari del tram di Milano, il blogger mile di Parigi, il cortile della Somerset House di Londra e la piazza del Lincoln Center di New York. Certo è che vediamo le esagerazioni, le esasperazioni, le pagliacciate: ma non succedeva anche negli anni ’80? Ah, i mitici anni ’80, spesso resi mitici soltanto dalla nostalgia di chi in quegli anni iniziava la sua carriera nel mondo della moda e si sentiva libero di fare quello che voleva, errori e orrori inclusi.

Solo il tempo sarà in grado di dire chi aveva ragione o no, chi aveva una visione e chi invece aveva solo voglia di fotografare per essere fotografato. Ma fintanto che si prova a fare qualcosa di nuovo e di diverso, vive la revolution!

Perché se il giudizio sullo stile può essere personale, sulla sperimentazione sarebbe utile essere quantomeno possibilisti. Con la certezza che (giusto per citare il solito Oscar Wilde) “il brutto può essere bello, il carino mai”.

 

Il cervello con le mani

IMG_7976Una delle più belle sorprese del fine settimana ad Altaroma è stato l’allestimento della nuova edizione di A.I Artisanal Intelligence. Clara Tosi Pamphili e Alessio de’ Navasques, curatori dell’iniziativa, hanno inserito i giovani artigiani del futuro all’interno della mitica (ed è proprio il caso di dirlo) Sartoria Farani, nota per aver vestito i più grandi attori del cinema italiano e realizzato i lavori di costumisti quali Danilo Donati e Franca Squarciapino.

La sartoria è un laboratorio ma anche un archivio, un labirinto perfettamente organizzato in cui gorgiere, cravattini, guanti, maniche, cappelli (solo per citare qualche articolo) sono catalogati e organizzati in scaffali come nella migliore delle biblioteche. Anche se solo per tre giorni, la Sartoria Farani è aperta al pubblico, con l’idea di visitare un luogo vivo, non un magazzino. Infatti le sarte sono all’opera come sempre, anche se attorno a loro una serie di manichini presenta i pezzi più rari e preziosi della collezione, a costruire il percorso espositivo “From Costume to Couture”.

E se non bastasse, la storia del costume è punteggiata dalla presenza di giovani e giovanissimi autori dei quell’intelligenza artigianale che vede unirsi mano e cervello in un vincolo magico. Pochi ma buoni, i protagonisti di questa edizione di A.I. sono presentati nel loro ambiente naturale e non sui tavolini traballanti di una fiera piena di gente distratta.

Vale la pena di segnalare il lavoro di Silvia Massacesi (che ha messo in atto un avanzatissimo quanto credibile lavoro attorno alla sostenibilità), Hiroki Higuchi (che sorprende non poco con la sua linea di calze Hh) e The Loser Project di Rui Duarte (e le sue opere in pelle, tutte da raccontare, mostruose e delicatissime allo stesso tempo).

Kiss me John

John Varvatos FW 14/15

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Gaga Knowles

Non ho mai particolarmente amato Beyoncé: mi ha sempre dato l’idea della perfetta autrice da sottofondo non molesto. Ma mi sono dovuto ricredere.

Dopo un tweet entusiasta di Nick Cerioni (uno spacciatore di pop di alta qualità in mille forme) ho fatto un salto su iTunes a scoprire cosa ci fosse di tanto interessante in un album lanciato di sorpresa, senza titolo, tutto in un colpo, con 14 canzoni e 17 video. Roba che nemmeno House of Cards e il miglior binge watching.

Le canzoni me le sono ascoltate a raffica per giorni e giorni, scoprendo che la Sig.ra Carter è una che sa fare i dischi. I video invece me li sono gustati poco alla volta, scoprendo qua e là citazioni di Madonna e Prince, collaborazioni con nientepopodimeno che Terry Richardson o il nostro Francesco Carrozzini. Il risultato è uno stile molto composito, barocco e pop, vintage e futurista, postmoderno e premoderno, fatto di strati e sovrapposizioni, narrazioni emozionanti e immagini algide, bianco e nero cupissimo e colori da farti venire la carie, hip-hop da ghetto di Houston e ballate degne di una penthouse di Manhattan.

Guardare questo album (ebbene sì, siamo alla sinestesia) consente di evitare di fare zapping, visto che è un palinsesto di delirio organizzato, di caos progettuale al quale non è stato nemmeno possibile dare un nome. E non si tratta di avanzi o di un prodotto arraffazzonato alla meno peggio: siamo di fronte all’ennesimo gagaismo, ad un’ulteriore incarnazione del principio di surrealismo pop che diventa cifra estetica, con tensioni universalistiche se non addirittura misticheggianti. Piaccia o no, questo stile sta definendo con sempre maggiore forza i nostri anni e l’operato della “Ctrl+C Ctrl+V Generation”.

E visto che in 6 giorni ha superato il milione di copie vendute (oggi una cifra astronomica), sembra che anche il mercato le abbia dato ragione.