Il cervello con le mani

IMG_7976Una delle più belle sorprese del fine settimana ad Altaroma è stato l’allestimento della nuova edizione di A.I Artisanal Intelligence. Clara Tosi Pamphili e Alessio de’ Navasques, curatori dell’iniziativa, hanno inserito i giovani artigiani del futuro all’interno della mitica (ed è proprio il caso di dirlo) Sartoria Farani, nota per aver vestito i più grandi attori del cinema italiano e realizzato i lavori di costumisti quali Danilo Donati e Franca Squarciapino.

La sartoria è un laboratorio ma anche un archivio, un labirinto perfettamente organizzato in cui gorgiere, cravattini, guanti, maniche, cappelli (solo per citare qualche articolo) sono catalogati e organizzati in scaffali come nella migliore delle biblioteche. Anche se solo per tre giorni, la Sartoria Farani è aperta al pubblico, con l’idea di visitare un luogo vivo, non un magazzino. Infatti le sarte sono all’opera come sempre, anche se attorno a loro una serie di manichini presenta i pezzi più rari e preziosi della collezione, a costruire il percorso espositivo “From Costume to Couture”.

E se non bastasse, la storia del costume è punteggiata dalla presenza di giovani e giovanissimi autori dei quell’intelligenza artigianale che vede unirsi mano e cervello in un vincolo magico. Pochi ma buoni, i protagonisti di questa edizione di A.I. sono presentati nel loro ambiente naturale e non sui tavolini traballanti di una fiera piena di gente distratta.

Vale la pena di segnalare il lavoro di Silvia Massacesi (che ha messo in atto un avanzatissimo quanto credibile lavoro attorno alla sostenibilità), Hiroki Higuchi (che sorprende non poco con la sua linea di calze Hh) e The Loser Project di Rui Duarte (e le sue opere in pelle, tutte da raccontare, mostruose e delicatissime allo stesso tempo).

Il corpo che pensa

Le mostre della Wellcome Collection di Londra sono sempre una scoperta. Affrontano temi scomodi (morte, malattia, manie, ossessioni) con un tocco di dissacrazione British, ma senza arrivare agli estremi dei cattivi ragazzi della YBA o di tutte le varie trasgressioni di matrice punk. Ogni progetto espositivo è legato in qualche modo alla scienza e/o alla psicologia, con il corpo sempre al centro. D’altronde lo sponsor è un’arcinota azienda farmaceutica, fondata da un imprenditore con la passione per gli esseri umani e le loro forme di espressione.

La mostra in corso ora (fino al 27 ottobre) è Thinking with the Body e racconta il lavoro del coreografo Wayne McGregor, un danzatore che ha l’ambizione di usare il corpo non solo per comunicare, ma addirittura per pensare. Se molti sostengono che il cervello sia un muscolo, ma McGregor sembra voler dire che ogni muscolo è un cervello.

Le parole chiave della mostra sono “coreographic thinking”, “kinestetic intelligence”, “embodied cognition”, “sonifictation”, “distrbuted memory”: si tratta di forme di pensiero, non solo di movimento meccanico o di rapporto tra suono e movimento. Per mettere a punto le sue metodolgie, McGregor ha collaborato con scienziati di ogni sorta (soprattutto sociologi, psicologi), senza paura di entrare anche in relazione con le tecnologie più avanzate, mettendole anche in scena.

Ogni persona che entra a far parte del suo “corpo di ballo” Random Dance diventa un autore, non solo un esecutore. Infatti, ogni membro del suo staff contribuisce alla messa a punto di coreografie che cambiano e crescono con ogni neurone che entra in gioco. Il risultato è incredibile: attraverso un metodo scientifico (il PACT, messo a punto con il neuroscienziato Phil Barnard) che, attraverso il pensiero e la percezione, arriva a creare situazioni in cui il corpo è generatore di pensiero.

Criptico? Forse. Sicuramente va visto qualche video (ad esempio qui, qui e qui) ma l’analogia più adatta è quella d una forma di danza che assomiglia a Wikipedia, o meglio, al cervello del mondo che sta diventando Internet, sempre più duttile e collaborativo. La Rete oggi non è più solo un veicolo per la rapida trasmissione di informazioni o per calcoli sempre più veloci e complessi, ma uno strumento che “intellige”, che raccoglie dati, li capisce e li rielabora, in maniera sempre più organica, ovvero simile ad un organismo.

Se Internet è un cervello senza corpo, Wayne McGregor ci sta dimostrando che il nostro corpo, nella sua interezza, è un meraviglioso cervello, impossibile da replicare. E dimostra che – come al solito – il corpo umano è superiore, più veloce, bello, interessante, misterioso di a qualsiasi tipo di tecnologia.

21

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My new article for Cool Hunting

On display through 15 April 2012, the exhibition “21—: 21 Years of Cultural Posters” celebrates the more intriguing covers of the quarterly Flemish design magazine Kwintessens since it started in 1992.

Almost every issue reflects the vision of a different graphic designer, leading Kwintessens to collaborate with more than 70 Flemish designers in its 20 years of publication. So, what is the meaning behind the number 21? In addition to designs from the past 20 years, the exhibition also debuted the new “Food (and) Design”-themed issue by Pieter Willems. The number is also significant for the 21 participating designers tasked to create a special poster for the show, which are available for visitors to take home for free.

Each poster tells a story related to a specific event, but Lodewijk Joye’s piece undoubtedly has caused the greatest controversy. Designed for a production of “Siegfried” at the Flemish Opera, it features an image of a man who had killed some fellow students. Coincidentally, these posters were hanging throughout Antwerp when Hans van Themsche went on his infamous murderous rampage, traumatizing the country. The population reacted strongly to the violent imagery in Joye’s poster, which has resonated with audiences once again during the exhibition.

All the back issues of Kwintessens are on display in the Design Flanders Gallery as well, where there is a dedicated space to quietly read and discover them.

21—21 years of cultural posters
Through 15 April 2012
Design Flanders Gallery
Kanselarijstraat 19, 1000 Brussels

L’amore e gli oggetti

Milano

E cosa succederebbe se tutti noi ci ribellassimo a marche, marchi, loghi e luoghi del consumo? E se dessimo fuoco ad un discount, ad esempio? La fine dovrebbe essere necessariamente tragica? Ci potrebbe essere qualche forma di purificazione o riscatto? Magari una soluzione al nostro disagio? Una rivincita sulle delusioni di una vita?

Troia’s Discount di Ricci/Forte affronta questi temi a teatro, attraverso una serie di personaggi memorabili. Innanzitutto Eurialo e Niso, presi pari pari dall’Eneide e trasformati in ragazzotti che mettono tutto in discussione tranne la loro amicizia, forse persino il loro amore. Poi tre donne: Didone (un uomo? una donna? sicuramente una persona che non troverà l’amore), Creusa (a cui è stata negata una vita piena d’amore ma vive una vita piena di barattoli, contenitori e flaconi) e Lavinia (che spettralmente punteggia i passaggi chiave della storia).

Il corpo è protagonista assoluto e tragico: nei nudi mai gratuiti o volgari, nel sudore che scorre copioso, nella galassia di vestiti e oggetti che ruotano attorno alla carne, nella performance quasi ginnica dei cinque attori perfettamente sincronizzati e sempre sulla scena.

Insomma, se dessimo fuoco a tutti i prodotti e ai punti vendita? A tutto quello che abbiamo più facilmente a portata di mano? Resterebbero solo i nostri corpi e l’amore, ovvero soltanto quello che non possiamo avere con certezza e facilità.