Inspiring Innovators: Paolo Ferrarini

MIDO Eyewear Show

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My latest article for Cool Hunting.

While you might not have heard of it, Italy’s Mido Eyewear Show is the leading event for eyewear professionals. It’s an exhibition during which major international brands present their new styles and innovations for prescription specs and sunglasses—and, while it might sound like it’s purely for industry members, it’s fascinating for anybody interested in fashion and design.

The show saw some 1200 exhibitors last year—two-thirds of which were international. Mido president Cirillo Marcolin says of the 2016 event, “We’ve been working hard to renew the traditional concept of a trade fair. For this reason we have abandoned the classic idea of ‘trend area’ and we have created The Design Lab and More. The first focuses on niche brands and independent productions, while the second will be animated by seminars and conventions about the evolution of the markets.” Of the many designs and designers Marcolin is excited about, he tells us, “Recently we’ve discovered a young producer who uses old vinyls to make eyewear, and in Munich we have spotted spectacles made of real leather… It is not just about pure creativity and prototypes, since what you’ll see there are actual production pieces, maybe handcrafted, but ready for the market.”

Marcolin offered us a sneak preview of Mido, and there were many stand-outs worth mentioning. Of the most notable, Lapo Elkann’s Italia Independent will unveil the next designs to come of their collaboration with Adidas Originals. Color is the main event—with ’80s vibes and tropical patterns featuring heavily—while retro shapes match. Another favorite hailed from Boston Club, whose spectacles are completely made in Sabae, Japan, despite the misleading name. Their designs are vintage-tinged, yet their use of innovative materials (like Japanese acetate Takiron) and unexpected colorways keep them current.

“Storm,” the debut collection from the brand Gabe, is made up of wooden frames that boast a screw-less horn hinge the brand calls a “snap-joint”. There’s a delightful blend of natural materials and structural development at play here. As for Fakoshima, designed by Konstantin Shilyaev, their offerings are purely conceptual and utterly extreme. Their “Kabuki” collection reveals a theatrical edge—sunglasses become a mask. Influenced by art and avant-garde, Shilyaev will also unveil a collaboration with Indian-born fashion designer Manish Arora at Mido.

Finally, Movitra‘s mission is simple: to protect lenses from shocks and scratches. With this in mind, Filippo Pagliacci and his team have developed and patented a special system that allows the sunglasses’ arms to rotate and become a barrier for the lenses. Not only is it a logical yet innovative concept, the designs are ultimately wearable.

The 2016 Mido Eyewear Show is on this weekend, 27-29 February, at the Fiera Milano Convention Center, Strada Statale del Sempione 28, Milan.

Mapping the next

Un articolo che ho scritto per Vogue Italia, agosto 2015, n. 780, pag.164

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«Viviamo strani giorni», cantava Franco Battiato nel 1996, ci­tando le visioni da fine millennio di Kathryn Bigelow in “Strange Days”. Proprio in quegli anni nascevano e cresceva­no i creativi di oggi, coloro i quali stanno definendo le esteti­che di domani in ogni campo espressivo.

Anche adesso, come allora, viviamo giorni di grandi trasformazioni e di passaggi senza ritorno, rimbalzando da un opposto all’altro, godendoci il piacere della novità e vivendo un sottile senso di smarrimen­to. Se amiamo le rarità locali, non disdegniamo per questo i prodotti di massa. Frughiamo Instagram per scoprire quello che accade nel nostro quartiere, ma scegliamo le vacanze più esotiche attraverso il passaparola tra amici fidati. Osserviamo in sincronia mode genderless e corpi da atleti, minimalisimi estremi e decorazioni da manuale botanico ottocentesco. Gli algoritmi ci suggeriscono le pop song che ameremo, ma poi non vogliamo perderci gli eventi live di Boiler Room, una community musicale underground . Strani giorni, dunque, nei quali ci muoviamo sereni tra scelte opposte.

Non a caso la creatività giovane cresce con una capacità mai vista di gestire la complessità, quasi come se i neuroni dei nativi digitali si stessero già fondendo con bit e byte, tra la memoria organica e la memoria dei nostri gingilli elettronici. Copiare e incollare per creare: sono queste le azioni (umane o elettroniche) che moltiplicano le possibilità in maniera esponenziale. Grazie al digitale tutto può stare nello stesso luogo: moda, design, grafi­ca, fotografia e video non hanno più bisogno di supporti diver­si. Tutto può essere replicato, sovrapposto, mescolato, gene­ rando non solo confusione, anzi, producendo anche un ordine inaspettato e sorprendente, originale ai limiti del surreale. I due poli estetici di oggi contrappongono dunque un caos por­ tatore di senso e un’essenzialità calda, dove l’origine è l’anar­chia e il risultato è un nuovo rigore elastico. Sul lato del paros­sismo estremo, vediamo un disordine nel quale i creativi nativi digitali si muovono con dimestichezza, generando un mondo estetico fatto di contrasti spesso difficili da percepire come armonia. Il lavoro del deejay rappresenta l’archetipo di questo processo combinatorio.

Prendiamo ad esempio Vinai, due fratelli bresciani poco più che ventenni. Nella classifica di Beatport finiscono spesso al numero uno, ma si sono piazzati bene anche nella chart di “Billboard”, dimostrando la forza della loro sapiente sintesi di suoni commercialissimi e atmo­ sfere da club underground, senza snobismi e senza vergogna. Sintesi estrema di opposti è anche “All the World’s Futures”, l’ultima Biennale d’Arte di Venezia diretta da Okwui Enwe­zor, dove tuttavia un fil rouge ci suggerisce che i futuri del mondo passano per l’Africa. Ce lo conferma Petite Noir, mu­sicista talmente unico da aver dovuto definire da solo il pro­prio genere musicale: “noir wave”. Il suo Ep “The King of Anxiety” amalgama new wave anni Ottanta, elettronica, blues con accenti afro e una voce da brividi. I membri del collettivo olandese We Make Carpets copiano e incollano gli stimoli provenienti dal consumo. Da dieci anni creano super­ fici di oggetti disposti a terra. Tutto può diventare protagonista dei loro lavori, purché si tratti di oggetti di produzione di mas­sa: stuzzicadenti, gessetti, bicchieri e piatti di plastica, ombrel­lini da cocktail e chi più ne ha più ne metta.

Letteralmente. Se per mettere ordine nel web usiamo i motori di ricerca, talmen­te precisi e accurati che pare ci leggano nel pensiero, sappiamo dove affacciarci quando siamo affamati di sorprese che nu­trano la creatività? Un’ipotesi: diamo un’occhiata a Yossarian (yossarianlives.com), strumento per la ricerca metaforica. Si può scegliere il livello di distanza dalla prevedibilità, per sco­prire immagini e concetti che sembrano sinonimi e contrari visivi. Sul versante opposto al caos, dicevamo, si trova un rigo­ re che non è rigor mortis, anzi, è caldo, caldissimo; e si rivela in forme di essenzialità che non annullano le sensazioni, ma solleticano i sensi e i pensieri. Per esplorare le nuove possibili­ tà estetiche digitali ecco Behance, sito che organizza i portfo­lio di artisti visivi di ogni genere e provenienza. Da non perde­ re il loro 99U, convegno annuale per chi cerca aggiornamenti sulle liaison tra marketing e creatività. Behance fa da vetrina anche a Phil Toys, grafico e artista italiano conosciuto nel mondo per le sue sculture di carta che citano i robot classici ma li frantumano in poligoni colorati, rigorosamente mescola­ti in un continuo mash­up.

Sono trasformazioni da Transfor­mer e immagini da immaginario fetish, dove il latex nero lascia il posto alla pelle bianca delle sneakers. Quello che Phil realiz­za nella grafica, la fanfiction lo mette in pratica nella narrati­va, prendendo personaggi esistenti (letterari e no) e facendoli protagonisti di nuovi racconti. Su Wattpad si possono leggere milioni di queste storie, ma alcune escono dalla rete e diventa­ no libri di carta, come è accaduto con “Gray”, scritto da Xhar­ ryslaugh ed edito da Mondadori. Questo nuovo ordine è fatto di possibilità di scelta, una scelta che osserviamo chiaramente nel passaggio dal basic più neutro al gender­free. Ai suoi più sarcastici commentatori è forse sfuggito che l’assenza di gene­re vuole soltanto essere una nuova opzione, non un terzo ses­so, ma una terza via. Infatti i capi senza genere cambiano ca­rattere a seconda del corpo che li indossa, sottolineando così forme neutre, iperfemminili o ipermaschili, a scelta.

In pieno spirito di sovrapposizione digitale. Così si può generare, ad esempio, il “minimalismo erotico” del curatissimo catalogo/ magazine che accompagna le collezioni di L72, opera del vin­citore di “Who is on Next?” 2015, Lee Wood. Pelle e neoprene sono i materiali di una collezione in cui forme per fisici atletici si sposano con giochi cromatici e grafici alla Mondrian. Nella stessa direzione si muove il lavoro di Philippe Malouin, desi­gner industriale che non disdegna incursioni nell’arte e nella performance. Disegna oggetti dall’anima molteplice, che possono essere semplici oggetti funzionali, fatti di linee pulite e dirette, ma in un attimo possono mutare. In questi strani giorni i creativi di domani ci stanno dicendo che il futuro non è una certezza, e questo è certo. Ci stanno suggerendo che il futuro è un’opzione. Ci stanno mostrando una via, fatta di tante vie ad alto tasso di soggettività. Anche se non sarà sem­pre facile scegliere, sicuramente sarà una bella possibilità.

Blogger al museo

IMG_5528Il Fashion Museum di Bath è stata una bella scoperta e una grande sorpresa.

Una scoperta perché ero andato a Bath per vedere le terme romane e mica sapevo che ci fosse un museo del costume. Una sorpresa perché, nonostante i manichini da Standa e la quasi totale assenza di moda italiana e giapponese, la collezione racconta molto bene gli ultimi 150 anni di costume e stili.

Interessante e coraggioso il progetto Dress of the Year. L’idea è semplice: ogni anno un esperto di moda diventa curatore e sceglie il suo abito preferito, un singolo abito capace di esprimere lo spirito del momento. Questo progetto (in piedi dal 1963) dimostra che da queste parti si sanno esporre, sono capaci di esprimere giudizi e prendere posizione, non preoccupandosi delle critiche. Altrove sarebbe impensabile istituire un premio capace di scontentare qualche sedicente re o regina della moda. Ora in esposizione si trova il vincitore dell’edizione 2012, un magistrale pezzo di Raf Simons per Dior (quello nella foto qui sopra), scelto da Vanessa Friedman, Fashion Editor di The Financial Times.

Di recente è stato annunciato  il nome del prossimo incaricato di scegliere il capo migliore dell’anno appena concluso: e si tratta di Susie Lau, aka Susie Bubble.

Una blogger.

Dico.

Una blogger. Quella di Style BubbleIn un museo del costume e della moda.

E non è una scelta da poco. Dimostra che al Fashion Museum sanno bene che non basta conservare vestaglie, marsine e bastoni da passeggio (e lo fanno da dio), ma che è necessario buttare il cuore oltre l’ostacolo e ammettere candidamente che oggi il digitale è importante tanto quanto lo è stato il nero in epoca vittoriana, che oggi quello che succede on-line è spesso più importante di quello che accade in passerella.

Non è solo una questione di comunicazione. Oggi blogger e stelline digitali non sono solo in grado di generare like e click, di far diventare il tuo evento trending topic: con le loro scelte stanno definendo il gusto estetico di molta parte delle giovani generazioni, più di quanto non stiano facendo la maggior parte degli stilisti.

FULL of nice stuff

In questo momento, FULL è sicuramente il più interessante negozio di abbigliamento maschile a Milano. Ricerca, prezzi accessibili, molti marchi nordici, qualche bestseller (ma in edizione limitata), rarità varie: questi gli ingredienti del bellissimo mix di marchi che Luca e Eugenio (con la direzione creativa di Simone) hanno scovato in giro per il mondo. Un luogo piccolo piccolo da cercare, da trovare, da scoprire, in cui passare un po’ di tempo a provare, curiosare con calma.

Animal Fashion Week

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La sostanza del Pavé

Dopo diverse visite posso dire a ragion veduta  che Pavé è il più interessante nuovo locale di Milano. Nonostante si trovi a due passi da dove lavoro, l’ho scoperto in un passaggio tra Twitter e The Breakfast Review pochi giorni dopo l’apertura. Questo progetto si proclama “soggiorno con laboratorio di pasticceria” e nasce pensando di proporre soprattutto colazioni e merende. E le belle sorprese non mancano.

Oltre alla già mitica La160 (il croissant definitivo, che ospita una marmellata fatta con un rapporto di frutta 100:160), alla memorabile sbrisolona (e lo dice un mantovano, neh), ai sublimi panini con il pane fatto in casa (rigorosamente da lievito madre e abbrustolito ad arte), ai salumi e ai formaggi DOP, la cosa che più sbalordisce è l’autenticità del luogo e di tutto quello che avviene al suo interno. Infatti, fin dalla prima visita tutto mi sembra lì da un sacco di tempo: l’impressione più forte non è di essere finiti in un locale aperto da da poco, ma in un’attività commerciale sempre esistita e mai notata.

Pavé è nato dalla passione Giovanni, Luca e Diego (feat. MariaSole), tre amici che hanno creato un posto per uscire sentendosi a casa, messo in piedi con calma e tenacia, arredato con mobili di recupero accuratamente scelti e sistemati. L’effetto genuinità è anche garantito dai video che raccontano la storia di tanti piccoli momenti della genesi e degli oggetti che si trovano nel locale, scelti e disposti con cura e gusto, all’insegna di “riuso, riciclo e rigattieri”. Il risultato: quando si arriva per la prima volta tutto sembra già familiare. Ma attenzione, non è la sensazione frutto di un’abile strategia di comunicazione, un effetto di realtà: è la realtà vera, quella cosa che spesso ci dimentichiamo e che ci sorprende più di un flashmob.

Qualche piccola ingenuità è ancora da correggere (il motore è ancora in rodaggio), ma la si perdona volentieri di fronte alla voglia di fare qualcosa di bello e nuovo, in ogni senso. Infatti qui si trova il meglio dell’operosità più antica e il le tendenze alimentari più attuali, ma tutto è miscelato così bene che nemmeno te ne accorgi. E considerando che a due passi ci sono locali che esprimono il meglio della vuota apparenza modaiola in chiave panettiera, beh, speriamo proprio che i ragazzi di Pavé siano in grado di dimostrare che la sostanza è una bellissima idea imprenditoriale

Le parole del Salone 2012

Il Salone del Mobile è finito da poco più di dieci giorni e ce ne siamo quasi già dimenticati. Ma forse vogliamo solo rimuovere la fatica e non rimpiangere l’entusiasmo e le belle emozioni di quella settimana meravigliosa e maledetta, che per tutto l’anno aspettiamo e temiamo con la stessa forza. Cosa resterà della Design Week 2012? Oltre alle immagini, quali parole ci ricederemo?

1. Make things not slides

A detta di tutti, è stato “il Salone del fare”: linee di produzione portate nei musei, prototipi da museo in fiera, artigiani in vetrina, orologiai all’opera come parte integrante dell’allestimento, stampanti 3D per produrre dolci, chiodi e martelli laddove fino a qualche anno fa c’erano tartine e prosecco. In questo senso il luogo più memorabile è stato Palazzo Clerici, con la mostra The Future in the Making, meravigliosamente organizzata e allestita da Domus (dove c’era anche Vectorealism, a cui appartiene il memorabile slogan di cui sopra).

 

2. Buy now, keep forever

È più sostenibile un oggetto che muore a breve o uno che resta per sempre e si tramanda come un’opera d’arte. La questione è aperta, ma da molte parti (come da Artek) sembra che la scelta da appoggiare vada in direzione del desiderio di eternità. E non vale solo per le aziende con una storia di generazioni e un catalogo maestoso, ma anche per i giovani che hanno l’ambizione di attingere a piene mani dai serbatoi delle tradizioni. Disegnare per lasciare.

 

3. What if furniture could be downloaded?

Dopo questo Salone si può pensare ad un mondo in cui non si scaricano solo le cose che troviamo in vendita su iTunes, ma anche i file che consentiranno alle nostre stampanti 3D domestiche di realizzare oggetti veri e propri. Oppure inviare i nostri progetti a centri di stampa che li faranno diventare reali. Ma anche le istruzioni per realizzare in casa i progetti dei grandi designer (ma questo lo aveva già detto Enzo Mari qualche anno fa con l’autoprogettazione). Anche se tutto questo non si realizzerà completamente, con ogni probabilità tra qualche anno ci faremo in casa pezzi di ricambio e piccoli oggetti quotidiani. Oggi stampiamo in casa qualche documento e qualche fotografia, ma gli album e le cose importanti le portiamo da stampatori professionisti. Lo stesso avverrà per gli oggetti.

 

4. Past present future

Passato, presente e futuro non sono più allineati e consequenziali. Poco alla volta perdono i pezzi e si confondono i confini tra l’uno e l’altro. Diventa sempre più difficile tracciare i confini tra omaggi al passato e richiami al futuro, tra fatto a mano e prodotto in serie, icona di ieri e nuovo classico di domani. La tecnologia che abbiamo tra le mani tutti i giorni sta lavorando sempre di più sulle capacità predittive (come accade con la composizione dei testi o con la timeline di Facebook): i nuovi designer lo fanno spontaneamente, pensando oggetti e servizi talmente fantascientifici da sembrare arrivati da passato, così contemporanei da essere senza tempo nel momento stesso in cui nascono. Ricordiamo che Star Wars inizia così: “A long time ago in a galaxy far, far away“.

 

5. Yes! We can fix it!

Perché scartare quando si può recuperare? La questione è nata con l’ecologismo, ma oggi è diventata culturale. Ci sono talmente tante buone idee in giro che si possono costruire intere carriere partendo dal loro recupero. E lo stesso di può dire per materiali e tecniche. Non si tratta di nostalgia, al contrario: è la consapevolezza che il presente è talmente ricco da permettere un raccolto abbondante, realizzato senza sprechi inutili di energie, per continuare a generare frutti anche nelle stagioni a venire. Il bello sta nel fatto che per mettere in pratica questo meccanismo serve un sacco di ricerca. Ecologia delle idee sostenibili.

 

6. Ascolto dei desideri per la realizzazione dei progetti condivisi

Sicuramente è stato anche il Salone dell’ascolto: ma come quest’anno si sono visti programmi di conferenze e talk, con designer, artisti, architetti, chef, imprenditori disposti a raccontare la genesi dei loro progetti, delle loro idee e del futuro della creatività. Ma non è mancata nemmeno la musica, in particolare con Elita e con feste che avevano per protagonisti deejay e musicisti di fama internazionale.

 

7. Quel est votre objet préferé?

Like, tweet, Instagram: anche queste sono state parole chiave che al Salone di incontravano un po’ ovunque, dalle installazioni ai discorsi a margine. Si sono viste meno macchine fotografiche e più smartphone, a fotografare e condividere gli oggetti preferiti, ma anche gli allestimenti, alcuni dei quali erano veri e propri eye candy progettati per essere iPhoneografati.

 

8. Tì te sè minga chì

E invece no. Il “non sei qui”, ovvero la realtà aumentata e virtuale, al Salone non funziona. Il “qui ed ora” vince su tutto, magari aiutato da maps & apps, ma il passaparola non tecnologico è l’arma più forte per scoprire cosa vale la pena di visitare. Di certo si è visto meno cibo, ma rispetto a qualche anno fa non sono diminuite le relazioni reali.

 

9. Design belongs in real homes

Meno voli pindarici, più concretezza: anche questo è stato uno dei commenti più sentiti fin dal primo giorno di Salone. Ben venga un maggiore attaccamento alla realtà, una più sentita sobrietà, una solidità più vera. Ma questo va bene quando la realtà solida e rassicurante la propongono i grandi: se sono i giovani a farlo, beh, allora il risultato è il deludente e dimenticabile SaloneSatellite di quest’anno.

 

10. Love

Forse è forte affermare che si sia trattato del Salone dell’amore, ma sicuramente è stato il Salone del nuovo innamoramento di molte persone per il design e per la sua essenza: processi produttivi, qualità, origini, progetti di lungo periodo, storie, persone, condivisione ad ogni livello.

Nell’attesa di vedere tra un anno cosa succederà.

Scarpe come cioccolato

Per capire la moda oggi si deve guardare a quello che succede ed è successo in anni recenti nel mondo alimentare.

Negli anni Ottanta, proprio quando si andava diffondendo sempre di più il fast food, in Italia e in Europa sono nati per reazione i movimenti legati allo slow food: non solo cibo lento, ma anche legato alle origini degli ingredienti, alla storia dei territori, alla cura delle ricette. In parallelo, il desiderio di esclusività, ha visto nella scelta e nella degustazione del vino un ulteriore tassello di esperienze lussuose e uniche. Poi è arrivato il cioccolato, che lungo tutti gli anni Novanta ha fatto il salto da commodity per golosi a prodotto di qualità per intenditori, diventando il caviale di tutti i giorni. I casi analoghi da citare in questa parabola gustativa e culturale sarebbero tantissimi (il caffè, l’olio, il pane, il gelato, il miele, la pasta, il sale, l’aceto, le spezie): basta guardare quanti prodotti alimentari sono passati dallo scaffale del supermercato alla teca delle boutique. E si tratta sempre di cibi apparentemente marginali, ma in grado di dare il vero tocco di unicità al gusto. Gli italiani lo sanno bene: ognuno di noi custodisce gelosamente il segreto per il caffè perfetto, per la pasta ideale, per l’insalata meglio condita, e si tratta sempre di piccoli gesti o di ingredienti complementari ma insostituibili.

La moda, come spesso accade, è arrivata dopo. Negli anni Ottanta l’abito era il protagonista assoluto del guardaroba: giacche, gonne, mantelle, pantaloni, camicie erano gli emblemi degli stilisti che, stagione dopo stagione, cercavano di imporsi attraverso capi simbolo, portando il meccanismo dei trend stagionali ad un’iperbolica e costante negazione di sé votata all’obsolescenza. Poi la gente si è stancata e ha iniziato a creare lo slow food della moda: il vintage. I mercatini e i negozio di abiti usati (dalla Montagnola a Porta Portese, da Camden Town a Williamsburg) sono diventati le vene aurifere della personalizzazione, i luoghi mitici in cui trovare il meglio a meno, in cui avventurarsi alla ricerca del pezzo antico (ma anche solo quello vecchio) che poteva dare identità e unicità a chi lo indossava. Questo atteggiamento ha fatto grippare il sistema delle tendenze di stagione, spingendo gli stilisti a citare se stessi, a rovistare negli archivi (Tom Ford docet), a recuperare il passato, oppure ad inventarsene uno. Ma soprattutto a puntare su scarpe e borse: pezzi più accessibili, adatti ad ogni tipo di fisico, trasversali alle mode. Gli anni Novanta sono stati dunque gli anni in cui l’accessorio è diventato IL necessario, in cui il particolare è diventato il tutto, facendo aumentare in maniera esponenziale il contenuto di ricerca e lo sforzo commerciale in scarpe, borse & Co.

Le scarpe sono diventate il vino della moda, le borse ne sono diventate il cioccolato, le calze l’olio, gli headpieces il caffè, ovvero ingredienti di qualità eccelsa, sempre a portata di mano, da usare come ingrediente segreto nella ricetta dell’outfit perfetto.

La traduzione della tradizione americana

Passeggiando per New York, ci sia accorge di quanto il desiderio globale di recupero delle origini abbia raggiunto anche l’America dello stile. Ma come si può risalire alle radici di una cultura che ha delle fondamenta così recenti (se paragonate a quelle di noi europei, of course)?

I Mast Brothers hanno creato in pochi anni una tradizione del cioccolato, aprendo laboratorio e negozio in un vecchio magazzino di Williamsburg. Poco distante si compra il formaggio al Bedford Cheese Shop, con l’impressione di entrare in una centenaria charcuterie parigina. A Soho, Ralph Lauren ha inaugurato diversi negozi della sua linea Double RL: entrando si ha l’impressione che per l’allestimento abbiano portato persino la povere da distribuire tra abiti ed allestimenti invecchiati ad arte. Per non parlare poi della rinnovata passione per la “american cuisine”: ricette di famiglia, polpette e polpettoni, biscotti e cookies, modern Jewish.

Non è vintage, ma next-age: è un nuovissimo antico che avanza, un recupero colto di sapore hipster, l’idea di un passato perfetto, genuino, integro, che forse non è mai esistito, ma che attrae per la sua unicità e (soprattutto) rassicura.

Non è tradizione, ma traduzione: qualche piccolo elemento di recupero (idea, pratica, oggetto che sia) viene ricontestualizzato come in un restauro troppo aggressivo, che integra le parti mancanti, senza necessità di dichiarare dove siano le aggiunte le novità.

In buona fede, lo stile americano sta affrontando il futuro in maniera diversa, con la nuova consapevolezza che il nuovo non deve radere al suolo il passato. Il futuro non è in fondo ad una strada dritta: lo si trova dopo aver affrontato un meraviglioso percorso fatto di curve, inversioni di marcia, soste obbligate, ma anche di quei momenti in cui è bello riposare e godersi il panorama.