Inspiring Innovators: Paolo Ferrarini

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MIDO Eyewear Show

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My latest article for Cool Hunting.

While you might not have heard of it, Italy’s Mido Eyewear Show is the leading event for eyewear professionals. It’s an exhibition during which major international brands present their new styles and innovations for prescription specs and sunglasses—and, while it might sound like it’s purely for industry members, it’s fascinating for anybody interested in fashion and design.

The show saw some 1200 exhibitors last year—two-thirds of which were international. Mido president Cirillo Marcolin says of the 2016 event, “We’ve been working hard to renew the traditional concept of a trade fair. For this reason we have abandoned the classic idea of ‘trend area’ and we have created The Design Lab and More. The first focuses on niche brands and independent productions, while the second will be animated by seminars and conventions about the evolution of the markets.” Of the many designs and designers Marcolin is excited about, he tells us, “Recently we’ve discovered a young producer who uses old vinyls to make eyewear, and in Munich we have spotted spectacles made of real leather… It is not just about pure creativity and prototypes, since what you’ll see there are actual production pieces, maybe handcrafted, but ready for the market.”

Marcolin offered us a sneak preview of Mido, and there were many stand-outs worth mentioning. Of the most notable, Lapo Elkann’s Italia Independent will unveil the next designs to come of their collaboration with Adidas Originals. Color is the main event—with ’80s vibes and tropical patterns featuring heavily—while retro shapes match. Another favorite hailed from Boston Club, whose spectacles are completely made in Sabae, Japan, despite the misleading name. Their designs are vintage-tinged, yet their use of innovative materials (like Japanese acetate Takiron) and unexpected colorways keep them current.

“Storm,” the debut collection from the brand Gabe, is made up of wooden frames that boast a screw-less horn hinge the brand calls a “snap-joint”. There’s a delightful blend of natural materials and structural development at play here. As for Fakoshima, designed by Konstantin Shilyaev, their offerings are purely conceptual and utterly extreme. Their “Kabuki” collection reveals a theatrical edge—sunglasses become a mask. Influenced by art and avant-garde, Shilyaev will also unveil a collaboration with Indian-born fashion designer Manish Arora at Mido.

Finally, Movitra‘s mission is simple: to protect lenses from shocks and scratches. With this in mind, Filippo Pagliacci and his team have developed and patented a special system that allows the sunglasses’ arms to rotate and become a barrier for the lenses. Not only is it a logical yet innovative concept, the designs are ultimately wearable.

The 2016 Mido Eyewear Show is on this weekend, 27-29 February, at the Fiera Milano Convention Center, Strada Statale del Sempione 28, Milan.

Mapping the next

Un articolo che ho scritto per Vogue Italia, agosto 2015, n. 780, pag.164

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«Viviamo strani giorni», cantava Franco Battiato nel 1996, ci­tando le visioni da fine millennio di Kathryn Bigelow in “Strange Days”. Proprio in quegli anni nascevano e cresceva­no i creativi di oggi, coloro i quali stanno definendo le esteti­che di domani in ogni campo espressivo.

Anche adesso, come allora, viviamo giorni di grandi trasformazioni e di passaggi senza ritorno, rimbalzando da un opposto all’altro, godendoci il piacere della novità e vivendo un sottile senso di smarrimen­to. Se amiamo le rarità locali, non disdegniamo per questo i prodotti di massa. Frughiamo Instagram per scoprire quello che accade nel nostro quartiere, ma scegliamo le vacanze più esotiche attraverso il passaparola tra amici fidati. Osserviamo in sincronia mode genderless e corpi da atleti, minimalisimi estremi e decorazioni da manuale botanico ottocentesco. Gli algoritmi ci suggeriscono le pop song che ameremo, ma poi non vogliamo perderci gli eventi live di Boiler Room, una community musicale underground . Strani giorni, dunque, nei quali ci muoviamo sereni tra scelte opposte.

Non a caso la creatività giovane cresce con una capacità mai vista di gestire la complessità, quasi come se i neuroni dei nativi digitali si stessero già fondendo con bit e byte, tra la memoria organica e la memoria dei nostri gingilli elettronici. Copiare e incollare per creare: sono queste le azioni (umane o elettroniche) che moltiplicano le possibilità in maniera esponenziale. Grazie al digitale tutto può stare nello stesso luogo: moda, design, grafi­ca, fotografia e video non hanno più bisogno di supporti diver­si. Tutto può essere replicato, sovrapposto, mescolato, gene­ rando non solo confusione, anzi, producendo anche un ordine inaspettato e sorprendente, originale ai limiti del surreale. I due poli estetici di oggi contrappongono dunque un caos por­ tatore di senso e un’essenzialità calda, dove l’origine è l’anar­chia e il risultato è un nuovo rigore elastico. Sul lato del paros­sismo estremo, vediamo un disordine nel quale i creativi nativi digitali si muovono con dimestichezza, generando un mondo estetico fatto di contrasti spesso difficili da percepire come armonia. Il lavoro del deejay rappresenta l’archetipo di questo processo combinatorio.

Prendiamo ad esempio Vinai, due fratelli bresciani poco più che ventenni. Nella classifica di Beatport finiscono spesso al numero uno, ma si sono piazzati bene anche nella chart di “Billboard”, dimostrando la forza della loro sapiente sintesi di suoni commercialissimi e atmo­ sfere da club underground, senza snobismi e senza vergogna. Sintesi estrema di opposti è anche “All the World’s Futures”, l’ultima Biennale d’Arte di Venezia diretta da Okwui Enwe­zor, dove tuttavia un fil rouge ci suggerisce che i futuri del mondo passano per l’Africa. Ce lo conferma Petite Noir, mu­sicista talmente unico da aver dovuto definire da solo il pro­prio genere musicale: “noir wave”. Il suo Ep “The King of Anxiety” amalgama new wave anni Ottanta, elettronica, blues con accenti afro e una voce da brividi. I membri del collettivo olandese We Make Carpets copiano e incollano gli stimoli provenienti dal consumo. Da dieci anni creano super­ fici di oggetti disposti a terra. Tutto può diventare protagonista dei loro lavori, purché si tratti di oggetti di produzione di mas­sa: stuzzicadenti, gessetti, bicchieri e piatti di plastica, ombrel­lini da cocktail e chi più ne ha più ne metta.

Letteralmente. Se per mettere ordine nel web usiamo i motori di ricerca, talmen­te precisi e accurati che pare ci leggano nel pensiero, sappiamo dove affacciarci quando siamo affamati di sorprese che nu­trano la creatività? Un’ipotesi: diamo un’occhiata a Yossarian (yossarianlives.com), strumento per la ricerca metaforica. Si può scegliere il livello di distanza dalla prevedibilità, per sco­prire immagini e concetti che sembrano sinonimi e contrari visivi. Sul versante opposto al caos, dicevamo, si trova un rigo­ re che non è rigor mortis, anzi, è caldo, caldissimo; e si rivela in forme di essenzialità che non annullano le sensazioni, ma solleticano i sensi e i pensieri. Per esplorare le nuove possibili­ tà estetiche digitali ecco Behance, sito che organizza i portfo­lio di artisti visivi di ogni genere e provenienza. Da non perde­ re il loro 99U, convegno annuale per chi cerca aggiornamenti sulle liaison tra marketing e creatività. Behance fa da vetrina anche a Phil Toys, grafico e artista italiano conosciuto nel mondo per le sue sculture di carta che citano i robot classici ma li frantumano in poligoni colorati, rigorosamente mescola­ti in un continuo mash­up.

Sono trasformazioni da Transfor­mer e immagini da immaginario fetish, dove il latex nero lascia il posto alla pelle bianca delle sneakers. Quello che Phil realiz­za nella grafica, la fanfiction lo mette in pratica nella narrati­va, prendendo personaggi esistenti (letterari e no) e facendoli protagonisti di nuovi racconti. Su Wattpad si possono leggere milioni di queste storie, ma alcune escono dalla rete e diventa­ no libri di carta, come è accaduto con “Gray”, scritto da Xhar­ ryslaugh ed edito da Mondadori. Questo nuovo ordine è fatto di possibilità di scelta, una scelta che osserviamo chiaramente nel passaggio dal basic più neutro al gender­free. Ai suoi più sarcastici commentatori è forse sfuggito che l’assenza di gene­re vuole soltanto essere una nuova opzione, non un terzo ses­so, ma una terza via. Infatti i capi senza genere cambiano ca­rattere a seconda del corpo che li indossa, sottolineando così forme neutre, iperfemminili o ipermaschili, a scelta.

In pieno spirito di sovrapposizione digitale. Così si può generare, ad esempio, il “minimalismo erotico” del curatissimo catalogo/ magazine che accompagna le collezioni di L72, opera del vin­citore di “Who is on Next?” 2015, Lee Wood. Pelle e neoprene sono i materiali di una collezione in cui forme per fisici atletici si sposano con giochi cromatici e grafici alla Mondrian. Nella stessa direzione si muove il lavoro di Philippe Malouin, desi­gner industriale che non disdegna incursioni nell’arte e nella performance. Disegna oggetti dall’anima molteplice, che possono essere semplici oggetti funzionali, fatti di linee pulite e dirette, ma in un attimo possono mutare. In questi strani giorni i creativi di domani ci stanno dicendo che il futuro non è una certezza, e questo è certo. Ci stanno suggerendo che il futuro è un’opzione. Ci stanno mostrando una via, fatta di tante vie ad alto tasso di soggettività. Anche se non sarà sem­pre facile scegliere, sicuramente sarà una bella possibilità.

Blogger al museo

IMG_5528Il Fashion Museum di Bath è stata una bella scoperta e una grande sorpresa.

Una scoperta perché ero andato a Bath per vedere le terme romane e mica sapevo che ci fosse un museo del costume. Una sorpresa perché, nonostante i manichini da Standa e la quasi totale assenza di moda italiana e giapponese, la collezione racconta molto bene gli ultimi 150 anni di costume e stili.

Interessante e coraggioso il progetto Dress of the Year. L’idea è semplice: ogni anno un esperto di moda diventa curatore e sceglie il suo abito preferito, un singolo abito capace di esprimere lo spirito del momento. Questo progetto (in piedi dal 1963) dimostra che da queste parti si sanno esporre, sono capaci di esprimere giudizi e prendere posizione, non preoccupandosi delle critiche. Altrove sarebbe impensabile istituire un premio capace di scontentare qualche sedicente re o regina della moda. Ora in esposizione si trova il vincitore dell’edizione 2012, un magistrale pezzo di Raf Simons per Dior (quello nella foto qui sopra), scelto da Vanessa Friedman, Fashion Editor di The Financial Times.

Di recente è stato annunciato  il nome del prossimo incaricato di scegliere il capo migliore dell’anno appena concluso: e si tratta di Susie Lau, aka Susie Bubble.

Una blogger.

Dico.

Una blogger. Quella di Style BubbleIn un museo del costume e della moda.

E non è una scelta da poco. Dimostra che al Fashion Museum sanno bene che non basta conservare vestaglie, marsine e bastoni da passeggio (e lo fanno da dio), ma che è necessario buttare il cuore oltre l’ostacolo e ammettere candidamente che oggi il digitale è importante tanto quanto lo è stato il nero in epoca vittoriana, che oggi quello che succede on-line è spesso più importante di quello che accade in passerella.

Non è solo una questione di comunicazione. Oggi blogger e stelline digitali non sono solo in grado di generare like e click, di far diventare il tuo evento trending topic: con le loro scelte stanno definendo il gusto estetico di molta parte delle giovani generazioni, più di quanto non stiano facendo la maggior parte degli stilisti.

FULL of nice stuff

In questo momento, FULL è sicuramente il più interessante negozio di abbigliamento maschile a Milano. Ricerca, prezzi accessibili, molti marchi nordici, qualche bestseller (ma in edizione limitata), rarità varie: questi gli ingredienti del bellissimo mix di marchi che Luca e Eugenio (con la direzione creativa di Simone) hanno scovato in giro per il mondo. Un luogo piccolo piccolo da cercare, da trovare, da scoprire, in cui passare un po’ di tempo a provare, curiosare con calma.

Animal Fashion Week

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La sostanza del Pavé

Dopo diverse visite posso dire a ragion veduta  che Pavé è il più interessante nuovo locale di Milano. Nonostante si trovi a due passi da dove lavoro, l’ho scoperto in un passaggio tra Twitter e The Breakfast Review pochi giorni dopo l’apertura. Questo progetto si proclama “soggiorno con laboratorio di pasticceria” e nasce pensando di proporre soprattutto colazioni e merende. E le belle sorprese non mancano.

Oltre alla già mitica La160 (il croissant definitivo, che ospita una marmellata fatta con un rapporto di frutta 100:160), alla memorabile sbrisolona (e lo dice un mantovano, neh), ai sublimi panini con il pane fatto in casa (rigorosamente da lievito madre e abbrustolito ad arte), ai salumi e ai formaggi DOP, la cosa che più sbalordisce è l’autenticità del luogo e di tutto quello che avviene al suo interno. Infatti, fin dalla prima visita tutto mi sembra lì da un sacco di tempo: l’impressione più forte non è di essere finiti in un locale aperto da da poco, ma in un’attività commerciale sempre esistita e mai notata.

Pavé è nato dalla passione Giovanni, Luca e Diego (feat. MariaSole), tre amici che hanno creato un posto per uscire sentendosi a casa, messo in piedi con calma e tenacia, arredato con mobili di recupero accuratamente scelti e sistemati. L’effetto genuinità è anche garantito dai video che raccontano la storia di tanti piccoli momenti della genesi e degli oggetti che si trovano nel locale, scelti e disposti con cura e gusto, all’insegna di “riuso, riciclo e rigattieri”. Il risultato: quando si arriva per la prima volta tutto sembra già familiare. Ma attenzione, non è la sensazione frutto di un’abile strategia di comunicazione, un effetto di realtà: è la realtà vera, quella cosa che spesso ci dimentichiamo e che ci sorprende più di un flashmob.

Qualche piccola ingenuità è ancora da correggere (il motore è ancora in rodaggio), ma la si perdona volentieri di fronte alla voglia di fare qualcosa di bello e nuovo, in ogni senso. Infatti qui si trova il meglio dell’operosità più antica e il le tendenze alimentari più attuali, ma tutto è miscelato così bene che nemmeno te ne accorgi. E considerando che a due passi ci sono locali che esprimono il meglio della vuota apparenza modaiola in chiave panettiera, beh, speriamo proprio che i ragazzi di Pavé siano in grado di dimostrare che la sostanza è una bellissima idea imprenditoriale