Sim Salabim

If you want to spend a good 14 minutes, have a look at this amazing video about the work and life of the great Italian magician Silvan. His gestures, his words and his style will lead you to a truly magical and poetic dimension.

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David Lynch è leggero come una pietra

IMG_6365Cos’hanno in comune Saturnino e Ennio Capasa? Massimo Banzi e Pietro Corraini? Franco Battiato e David Lynch? Fanno belle cose, d’accodo. Ma soprattutto, sono leggeri come pietre.

Da qualche anno Stone Italiana (azienda veronese di marmi e affini), grazie al coordinamento visionario e amabilmente folle di Lorenzo Palmeri, organizza una serie di eventi intitolati proprio Leggero come una pietra. Nel loro showroom milanese, con cadenza irregolare, Stone e Lorenzo invitano personaggi interessanti, ognuno dei quali incarna una forma diversa di fare progetto.

L’ultimo incontro è stato con il mitico (per una volta questo termine non è usato a sproposito) David Lynch, ma non per parlare di cinema (che banalità!) bensì di meditazione trascendentale. Abbiamo scoperto che la pratica da 40 anni, due volte al giorno, e a suo dire non ha mai saltato un appuntamento. Se non è questo un progetto!

Lynch apre con un’introduzione ampia come il mondo, contorta come una sua trama, lucida come le visioni di ogni suo lavoro, che tocca la meditazione, passa per la biologia e arriva fino ad Einstein. Basta poco e ha tutta la sala in pugno, felice di essere catturata dai gesti dolci delle sue grandi mani.

Per spiegare il suo eclettismo creativo (nasce come pittore ed è anche un eccellente fotografo, tra le altre cose) ci dice che le idee sono come i pesci per gli chef: mica si creano dal nulla, si devono solo catturare. Però il bello viene quando è ora di cucinare, visto che le idee possono essere anche uguali tra loro (i pesci, appunto), ma sta al cuoco scegliere la ricetta giusta: cinema, pittura, fotografia, musica. Quello che conta è la ricetta.

Incalzato da Lorenzo Palmeri chiarisce che è importante avere disciplina, ma che non deve essere pesante. Gli innamorati se ne fregano delle ore di macchina che servono per raggiungere l’oggetto del loro amore. Quindi? Quindi non è uno sforzo, ma un atto d’amore.

E la sua giornata tipo? Si alza, prende un cappuccino, accende una sigaretta e poi medita. Qualcuno ride, qualcuno protesta, molti si sentono che potrebbero iniziare a meditare già domattina.

Arriva una domanda più pruriginosa di un’inchiesta sul sesso: soldi e lavoro, come stanno assieme? Lynch dice che molte persone lavorano per fare soldi, altre per amore di quello che fanno. Per alcuni il successo sta nei soldi, per altri è fare quello che dà soddisfazione. Il fatto è che tutti abbiamo bisogno di un po’ di soldi per campare, ma è triste dover lavorare solo per pagare i conti. Ammette che anche lui l’ha fatto, appena diplomatosi alla scuola di cinema di Los Angeles, distribuendo giornali porta a porta, ma sempre riducendo i tempi di lavoro al minimo e limitando le spese, proprio per riuscire a mettere le sue passioni al centro della sua vita.

Chiude riprendendo un tema già toccato nell’intervista a Che tempo che fa, un argomento che potrebbe meritare un libro intero sul ruolo sociale dell’artista. Chi fa arte – sostiene Lynch – può accontentarsi di essere un puro e semplice testimone. Ovvero. Non si deve soffrire per mostrare la sofferenza, si può parlare di cose tristissime ed essere felici. L’artista è colui che dimostra, chiarisce, fa vedere attraverso il suo lavoro, non necessariamente con la propria vita.

L’artista ci racconta il mondo attraverso i suoi progetti.

La moda in movimento

IMG_7936La scorsa domenica ho avuto il piacere e l’onore di partecipare ad una chiacchierata attorno ad ASVOFF, il glorioso festival del fashion film creato da Diane Pernet, arrivato a Roma al Tempio di Adriano. Con Federico PolettiClara Tosi PamphiliFabio Mollo e Susie Bubble e Valentina Grippo, abbiamo discusso di cosa sia questa forma espressiva così giovane (almeno in termini di diffusione di massa, visto il caso di Fendi) e in quale direzione stia andando.

Nei Future Vision Workshop di Future Concept Lab e nelle lezioni all’IstitutoMarangoni (soprattutto) utilizzo i fashion film ormai da anni, per la loro capacità di unire alto e basso, concetti e oggetti, visioni ardite (quando ci sono) e oggetti meravigliosi (quando arrivano). E la capacità di condensazione del cortometraggio è spesso sorprendente, a volte superiore a quella della fotografia. Il video di moda rivela più che evocare, contribuisce a far emergere la sostanza di un’idea, è capace di dare peso ad un sogno che altrimenti rischia di essere inutilmente etereo.

I fashion film sono anche la dimostrazione che la moda vince quando continua a fare il suo lavoro, ovvero attingere da altri mondi e sintetizzarli in modo nuovo. Quando la moda non fa altro che guardare il suo ombelico, ecco che prendono il via pericolosi loop che hanno portato buona parte della moda contemporanea a non essere più in grado di raccontare nulla sui tempi che stiamo vivendo. La moda deve saper respirare, assorbire, metabolizzare e dopo, solo dopo, restituire.

Ma qual è il futuro del fashion film? Sono convinto che la dimensione del racconto sia quella più ricca di possibilità per il genere, soprattutto nella dimensione del backstage e del documentario, o persino del mockumentary. Ancora una volta la moda deve imparare dal mondo dell’alimentazione e della tecnologia: il racconto di quello che accade prima e attorno alla passerella, di quello che porta alla nascita di un pezzo da sogno, non può che portare beneficio a tutto il sistema, aumentando il valore e il peso culturale di abiti e accessori.

Il fashion film è diventato quello che è grazie al web e credo si possa dire che si tratta del primo genere cinematografico nato in rete (ma sono pronto ad essere smentito). Il suo futuro è dunque nella rete, nelle sue dinamiche di sintesi e approfondimento, alla ricerca di nicchie (globali) di appassionati e di studiosi della cultura contemporanea.

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Marni’s artistry

fotoA few days ago Marni unveiled the FW 2014/15 menswear collection, confirming that they know how to make clothing (of course) and presentations (not so obvious). The venue was their showroom, a former industrial space, a large open area in which they have prepared a series of white cubes, used as screens for the projection of a virtual catwalk (a see video below).

The collection was simply put on hangers, in a separate space where people were free to talk, chat, discuss about the clothes, touch them, take pictures. A very relaxed and cozy atmosphere, miles away from the frenzy of the Fashion Week.

Clever way to let professionals be in touch with clothes and people, the cores of the fashion business.

Video Credits:

Creative direction by MARNI
Realized by Naù Germoglio
Music by Paul Noble
Models: Elvis Jankus and Matvey Lykov

Gaga Knowles

Non ho mai particolarmente amato Beyoncé: mi ha sempre dato l’idea della perfetta autrice da sottofondo non molesto. Ma mi sono dovuto ricredere.

Dopo un tweet entusiasta di Nick Cerioni (uno spacciatore di pop di alta qualità in mille forme) ho fatto un salto su iTunes a scoprire cosa ci fosse di tanto interessante in un album lanciato di sorpresa, senza titolo, tutto in un colpo, con 14 canzoni e 17 video. Roba che nemmeno House of Cards e il miglior binge watching.

Le canzoni me le sono ascoltate a raffica per giorni e giorni, scoprendo che la Sig.ra Carter è una che sa fare i dischi. I video invece me li sono gustati poco alla volta, scoprendo qua e là citazioni di Madonna e Prince, collaborazioni con nientepopodimeno che Terry Richardson o il nostro Francesco Carrozzini. Il risultato è uno stile molto composito, barocco e pop, vintage e futurista, postmoderno e premoderno, fatto di strati e sovrapposizioni, narrazioni emozionanti e immagini algide, bianco e nero cupissimo e colori da farti venire la carie, hip-hop da ghetto di Houston e ballate degne di una penthouse di Manhattan.

Guardare questo album (ebbene sì, siamo alla sinestesia) consente di evitare di fare zapping, visto che è un palinsesto di delirio organizzato, di caos progettuale al quale non è stato nemmeno possibile dare un nome. E non si tratta di avanzi o di un prodotto arraffazzonato alla meno peggio: siamo di fronte all’ennesimo gagaismo, ad un’ulteriore incarnazione del principio di surrealismo pop che diventa cifra estetica, con tensioni universalistiche se non addirittura misticheggianti. Piaccia o no, questo stile sta definendo con sempre maggiore forza i nostri anni e l’operato della “Ctrl+C Ctrl+V Generation”.

E visto che in 6 giorni ha superato il milione di copie vendute (oggi una cifra astronomica), sembra che anche il mercato le abbia dato ragione.

House of disaster

Finalmente ho visto House of Versace. O meglio. Purtroppo ho visto House of Versace.

Raramente in vita mia ho visto un film più superficiale, vuoto, non concluso, privo di approfondimento psicologico. Gli stereotipi della famiglia italiana ci sono tutti, la parlata che mescola italiano e inglese c’è, il gossip elevato a cronaca c’è pure quello, la zia che sembra Sophia Loren ce l’abbiamo, le cene chiassose piene di bambini pure. Per non parlare degli errori: l’azienda, prima della morte di Gianni, era la “Gianni Versace”, poi diventata solo “Versace”. E vogliamo parlare della Milano degli anni ’90 con la torre Unicredit sullo sfondo? Vabbè.

Insomma: disastro totale. In sostanza uno spinoff di Beautiful, in cui la diatriba decennale tra Forrester e Spectra è traslata nella lotta intestina tra Donatella e Gianni, fatta di amore fraterno e invidia creativa.

Donatella non ha apprezzato. E sfido a trovare qualcuno che l’abbia fatto.

A proposito di faccia

fotoProprio ieri, l’Oxford Dictionary ha annunciato la parola dell’anno: selfie. La nostra faccia, l’autoritratto, il nostro volto, sono diventati il primo mezzo di comunicazione, anche oltre i rapporti “faccia a faccia”.

Ma c’è gente che la faccia la mette, la usa, per lavoro: le modelle. Una breve storia recente del mondo delle più importanti top-model americane è About Face, un documentario diretto dal grande fotografo Timothy Greenfield-Sanders e pubblicato in Italia da Feltrinelli Real Cinema. Attraverso le testimonianze dirette di molte protagoniste della moda dagli anni ’70 ad oggi, il film racconta (in maniera molto patinata) il mondo della moda visto da chi è stato il corpo della moda, senza lasciare da parte gli aspetti più scomodi, quali droghe e disordini alimentari.

Le protagoniste sono Carol Alt (conosciuta anche in Italia per una serie di film assolutamente dimenticabili), Marisa Berenson (nipote della grande Elsa Schiaparelli), Karen Bjornson (amata soprattutto dal compianto Halston), Christie Brinkley (nota per le copertine delle swimsuit issue di Sports Illustrated), Pat Cleveland (anche lei un’Halstonette), Carmen Dell’Orefice (classe 1931, ancora attiva, probabilmente la modella con la carriera più lunga mai vista), Jerry Hall (madre di quattro figli di Mick Jagger), Bethann Hardison (uno dei volti afroamericani di maggior successo degli anni ’80 e ’90), Beverly Johnson (prima donna di colore a comparire sulla copertina dell’edizione USA di Vogue, nel 1974), China Machado (un’altra bellezza esotica, di origine portoghese e cinese), Paulina Porizkova (fuggita dalla Cecoslovacchia in seguito all’invasione sovietica), Isabella Rossellini (chi non la conosce?) e Lisa Taylor (punta di diamante della Ford Models e musa di Calvin Klein).

Pensandoci bene, i ritratti delle top model sono sempre una forma di autoritratto. Il loro volto dice sempre qualcosa di determinante all’interno dello scatto, afferma per addizione, non per sottrazione. La loro personalità emerge con la forza con cui noi, oggi, vogliamo emerga la nostra nel miliardi di selfies.