Nike VS Apple VS Jawbone

loghi.001Nel mese di agosto mi sono dedicato all’esplorazione del West americano, da Vancouver a San Francisco. In questo percorso ho avuto la fortuna di visitare le sedi di tre belle aziende: Nike, Apple e Jawbone. Realtà molto diverse che – da nord a sud – rappresentano dimensioni molto diverse dell’impresa e dello stile americano.

La sede di Nike è una sorta di grande campus universitario poco fuori Portland: tutto è molto informale, le persone della security sono severe ma gentili e sorridenti, l’atmosfera generale è tranquilla e rilassata, gli spazi ampi (le distanze da percorrere tra un ingresso e l’altro sono letteralmente chilometriche e molti si portano le biciclette da casa). Ogni dipendente – compatibilmente con i propri impegni lavorativi – ha la possibilità di praticare ogni tipo di sport, a qualsiasi ora, a qualsiasi livello (dall’amatoriale al professionistico), completamente gratis. Come tutte la aziende americane il lavoro è quasi 24/7 e alle mail di lavoro si risponde anche da casa prima di mettersi a dormire. Ma qui non è New York, non c’è lo stress della East Coast: questo è l’Oregon, qui siamo a Beaverton, a due passi da Portlandia, a pochi minuti dalla natura più estrema (che sia oceano o alta montagna non importa) e a stretto contatto con il nostro corpo.

Tutta un’altra storia a Cupertino, dove la Apple è una presenza palpabile e massiccia, cresciuta negli anni fino ad occupare ogni isolato di questo angolino di California circondato dalle autostrade. Dopo la foto di rito accanto all’insegna di 1 Infinite Loop, fatta la gimcana tra i turisti che sperano di trovare memorabilia nel piccolo negozio aperto al pubblico, entriamo con i nostri accompagnatori e ci registriamo con estrema facilità. Decidiamo di pranzare nella mensa, magnifica e brulicante di centinaia di persone (in grandissima maggioranza under 40) che si fanno strada per scegliere il cibo migliore ed accaparrarsi un tavolo per sedersi. Il cibo è ottimo, la scelta incredibile (dal vegano al carnivoro, dalla pizza alle ostriche) e i prezzi bassissimi. Ma la sensazione generale resta quella di un friendly estremamente controllato, di uno spirito da surfista che corre libero ma sotto sorveglianza speciale. Lo si vede nell’attenzione ad ogni gesto fatto e ad ogni parola detta, alla sottile tensione competitiva che sottopelle dice: “Attenzione. Qui in un attimo mi possono far fuori”. E visto che ogni cosa che accade qua dentro rappresenta un segreto da non svelare, ovviamente quell’attimo è un’ipotesi nemmeno troppo remota.

Dopo aver visitato Apple, dopo una visita al Computer History Museum, andiamo a San Francisco per un veloce salto da Jawbone. Qui si respira un’aria totalmente diversa, da startup, ma comunque da startup con 400 dipendenti. Partiti dagli auricolari bluetooth e dalle casse acustiche, ora stanno sbancando con i braccialettini traccatutto: il benessere per le orecchie sembra essere stato il grimaldello per arrivare al benessere a trecentosessanta gradi, quello che sconfina persino nella salute. Arriviamo verso sera assieme ad una quantità enorme di cibo, perché qui non c’è la mensa, ma se lavori fino a tardi l’azienda ti offre la cena. Tacos e insalate corrono da una scrivania all’altra, tra i Mac e le scartoffie. Anche qui l’età media è bassissima e si intravedono un sacco di hipster e fashioniste. Potrebbe essere una festa qualsiasi all’Ace Hotel, ma siamo nel cuore del domani tecnologico, che unisce magistralmente design e funzione, hardware e software, corpo e cervello. E il futuro sembra essere proprio qui, tra queste le aziende che hanno imparato la lezione dei grandi, tra marketing, ricerca, design delle funzioni, design delle forme, design delle interfacce, ergo innovazione.

Se Nike è la storia dell’attività fisica che diventa mercato, se Apple è la storia del design che si fonde con le idee, aziende come Jawbone rappresentano la miglior sintesi di tutti questi aspetti, che si alleano, si fondono e, magicamente, si trasformano in un design invisibile, che nasconde la tecnologia e aiuta a gestire il proprio corpo.

Digital Diaries #2

My new article for Cool Hunting.

Digital Diaries is a growing project that promotes the culture and tourism of Italy. Following the success of the first installment, Basilicata, Digital Diaries #2 is being released this week as a work dedicated to Friuli Venezia Giulia, a beautiful region located in northeastern Italy on the border of Austria and Slovenia.

The goal of the project—bring together seven filmmakers for seven days on a journey to discover everything that could happen within that region. After the immersion, each artist will make a three-minute video of their experience with complete artistic freedom, the only guideline to describe the emotions they have experienced while in touch with Italian history, food, architecture, people, traditions, and landscapes.

Though Friuli Venezia Giulia is a small region, it extends from the Alps to the sea, and Digital Diaries #2 is divided into two parts—the White Edition and the Blue Edition—to reflect this. Created by Mikaela Bandini from Urban Italy, the behind-the-scenes images shot along the journey preview the latest videos, taken on adventures from dog-sleds to private planes and horses, from kite surfing to snow-covered trams, all while visiting the beautiful cities of Trieste, Pordenone, Cimolais, Casso, Gorizia, Erto, Lignano, Grado, Aquileia and more.

The artists involved in Digital Diary #2 represent a motley crew: Mark Hofmeyr Mark Hofmeyr from Cape Town, young Romanian-Canadian Oana Dragan, Seattle-based Matthew Brown (winner of the Digital Diary #1 contest), Dutch filmmaker Caspar Diederik, visual journalist Jonah M. Kessel , German film student Jan Stollberg, and extreme sports reporter George Karellas. We caught up with Mikaela to get the inside scoop about the experience.

How did you fall in love with Italy?

I have been in love with Italy all my life really, then I met this Italian guy at Cape Town airport and fell in love a second time. The rest is history.

What is the key to destination marketing today?

Emotion, experience, energy. It doesn’t matter if you are marketing a B&B, a city or an entire country—you need to grasp the true character of the people living and working there. Your shopping finds that take over your hotel room, the smile on the chef’s face while he prepares your lunch at a restaurant, real people working, living and playing in real life situations. If you are able to get this energy and personality through the screen and really touch users, your message will fly across the world without needing a huge budget.

Is it difficult to coordinate the work of seven different creative minds?

We actually didn’t know most of the guys before they arrived, but up until now the teams have worked really well together. We often split the team up in order cover a larger area so that not everyone has the same footage, assigning different activities and sports that we think each of them will enjoy. It’s our job to put them in the position to tell incredible stories, but they all know that they are free to change plans if and when they want.

Did you just let them free or they had to follow a brief?

The guys get free range to portray what they feel best represents their experience and the region through their personal style.

What is the most important strength when marketing Italy?

Apart from the tangible heritage that Italy has to offer—the architecture, the archeology, the museums—there is an intangible heritage just as important that changes from one region to another. The food, people, dialects and habits that are completely different in each of the 21 regions giving us the opportunity to make totally unique stories while zig-zagging from the tip to the toe of the boot.

Why are there only foreign filmmakers on your teams?

It’s not a fixed rule, but often foreigners have a manner of telling local stories without filters. Their enthusiasm of making new discoveries and meeting the local people through traveling gives their stories an edge.

Any problems along the way?

Most problems turn into really funny situations and we all get a laugh out of them. For example when Mark Hofmeyr turned up with a 2.4-meter rig for his time lapses that didn’t fit into any vehicle available in Udine, or when Till, our German skater, had all his skate boards confiscated at Vienna airport (they were considered lethal weapons).

Tesoro, mi stampi il dessert?

“What if avant-garde gastronomy were the next frontier of 3D printing?”. Questa domanda introduceva una delle cose più curiose e interessanti della Design Week 2012 di Milano.

Il contesto è stata la straordinaria mostra The future in the Making, organizzato da Domus e Audi all’interno di Palazzo Clerici. La location opulenta e decadente era in netto contrasto con il visionario approccio curatoriale e i protagonisti della mostra, quella generazione di progettisti che hanno scelto non solo di ideare gli oggetti, ma anche di costruirli. Gli affreschi e cortili sono stati i testimoni dell’azione dell’Endless Robot di Dirk Vander Kooij, del Solar Sinter di Markus Kayser, delle sempre interessanti macchine basate su Arduino, dei progetti di maggior successo di Kickstarter.

Tra gli altri progetti, l’attenzione è stata catturata da una stampante 3D per il cibo. I ragazzi di GGlab hanno collaborato con Deniz Manisali per creare una macchina che può essere programmata in modo da ottenere veri e propri oggetti edibili. Gli ingredienti cremosi vengono messi in una fiala di plastica, il software avvia il processo meccanico e in pochi minuti il dolcetto è pronto. La ricerca di GGlab è stata condotta con lo chef Paco Morales, in collaborazione con Luis Fraguada di IAAC e il supporto tecnico di Solegraells.

Questo potrebbe essere l’inizio di un nuovo modo di concepire la gastronomia, visto che la versatilità degli strumenti potrebbe consentire a chef e designer di inventare un modo totalmente nuovo di fare cucina, in sintonia con la velocità che vogliono i clienti o la creatività della cucina. Ma porbabilmente è solo l’avvio di una nuova categoria di prodotti a cavallo tra gioco e sperimentazione: insomma, non il nuovo Dolceforno, ma qualcosa che potremmo vedere nei ristoranti più d’avanguardia.

Fashion blogger ante litteram

Bill Cunningham è uno dei personaggi più conosciuti nel mondo della moda, ma è probabilmente il più grande outsider del sistema. Bill fotografa ininterrottamente dal 1978 le persone per le strade di Manhattan, creando per il New York Times dei ritratti settimanali di quello che succede all’incrocio tra la 5th e la 57esima, alle serate del Village, alle feste di beneficenza di Uptown. La sua storia è stata ben raccontata da un documentario di Richard Press, che dovrebbe essere una visione obbligatoria per tutti quelli che lavorano nella moda. E potete iniziare con il trailer qua sotto.

Cunningham ama le persone. Tutte. Ama gli abiti e coloro che li indossano, e chissenefrega che tu sia Anna Wintour (“We all get dressed for Bill” sentenzia nel documentario) o una persona sconosciuta che sta andando in ufficio. Quello che importa sono eleganza e capacità di osare, stile (e non importa quale!) e personalità. Bill guarda chiunque con gli stessi occhi da bambino, con una purezza, un entusiasmo e una coerenza che lasciano quasi interdetti. E sono valori che nella moda sono visti come fumo negli occhi: la purezza sostituita dal cinismo, l’entusiasmo ucciso dall’avidità, la coerenza dimenticata seguendo trend artificiali.

E a proposito di avidità, Cunningham dice ad un certo punto del documentario: “Don’t touch the money!”. Infatti vive come un eremita nella metropoli, si veste sempre allo stesso modo, ripara i suoi impermeabili col nastro adesivo. Ma non sono i soldi il problema: qui la questione è la libertà, perché come dice Bill, “Money is cheap and freedom is expensive”. Questo gli permette di vedere tutto, incontrare chiunque, arrivare dappertutto, ma senza mai farsi irretire dal sistema.

Bill incarna l’esatto opposto della maggior parte dei fashion blogger, soprattutto quelli al centro delle polemiche di questi giorni, quelli che fotografano solo se stessi, che amano solo i loro outfit, che raccontano solo le feste a cui vanno e le persone che incontrano, che fanno tutto questo solo per soldi e regali. Ovvero: persone che vogliono solo far parte del sistema, senza costruire nulla di nuovo o di originale. E soprattutto, senza alcuna autonomia.

Questi fashion blogger (questi, non tutti!) esistono solo in funzione dei marchi, mentre Bill Cunningham ci dimostra che la moda vera la fanno le persone.

(A)social Fashion Week

Mai come quest’anno sono riuscito a seguire tanti eventi della settimana della moda milanese. Sfilate, presentazioni, eventi, rumor: tutto dal vivo, tutto in diretta, tutto in tempo reale.

Tutto via web.

La sfilata di Prada me la sono vista comodamente seduto in treno tra Ginevra e Milano, i dettagli dei ricami 3D mi sono arrivati direttamente dal backstage grazie a Giovanna Battaglia, la notizia del giro di poltrone Jil Sander/Dior/YSL me l’ha tweettata nell’orecchio Anna Dello Russo quando mi trovavo all’IstitutoMarangoni, le lacrime di Raf Simons me le ha descritte Federico Marchetti mentre stavo pranzando a Roma, la sfilata di Dolce&Gabbana me la sono goduta in streaming sul divano prima di fare una passeggiata al laghetto dell’EUR.

La moda sta diventando social? Quello che ho scritto qualche giorno fa è già invecchiato?

Certo che no. La moda istituzionale non sta cambiando, ha solo scoperto un nuovo medium, e non lo sa usare se non per sottolineare la sua esclusività, ovvero il contrario del dialogo da socialcosi. Il tono dei tweet e dei post è di solito: “Guardate, sono in prima fila!”, “Eccomi, sono entrato alla festa”, “Questo il mio outfit per il pomeriggio”, “Collezione perfetta!”, “Look stupendo!”, “Amazing!”. Tutto questo ci vuole e piace. Ma non è abbastanza.

Quello che ancora manca sono le voci fuori dal coro, sono le persone che osano dire che una collezione è sbagliata, che una scelta non è innovativa, che un look è fuori luogo. Ma non per il gusto di criticare (anche se il cinismo degli utenti Twitter può raggiungere livelli di piacevolezza assoluta…), per il piacere di discutere, capire, costruire, crescere. Insomma, per il gusto di fare quello che la Rete sa fare meglio: creare conversazione e conoscenza, non solo comunicazione.

Madonna Gaga Lana

Tre ordini di grandezza, tre spessori diversi, tre pseudonimi, quasi tre generazioni (due di certo), comunque tre musiciste di cui è inevitabile parlare se ci si occupa di stili.

Madonna è la regina (anzi, da qualche settimana l’imperatrice) della sovrapposizione: il suo lavoro è accostare, sovrapporre, aggiungere, citare, con l’atteggiamento di chi allestisce un museo. Prende a prestito, espone, restituisce. Sempre. E in questo processo da curatrice sistema gli oggetti e gli stili fino a creare contrasti orientati al sublime: antico Egitto e circo hip-hop, parkour francese e grafica giapponese, Marilyn e luna park, Metropolis e Gola Profonda, “Greta Garbo and Monroe, Dietrich and Di Maggio”. Le sue fonti sono tutte perfettamente ricostruibili e tracciabili, ogni suo progetto è un omaggio, un ricordo, in un esercizio genuinamente postmoderno. Non è un caso che da qualche anno appoggi ovunque la sua M maiuscola, come fosse un marchio di fabbrica, un timbro nella ceralacca, messo a suggello di ogni suo passaggio, dalla copertina dell’album al palcoscenico, dagli occhiali all’abito di scena. E ai fan non resta che restare immobili e adoranti.

Gaga no: lei prende miriadi di ispirazioni, le clona, le duplica, le copia, le incolla e le muta geneticamente. Non è una curatrice, ma una scienziata che lavora a livello di DNA, dando vita a creature meravigliosamente mostruose, sorprendenti e inaspettate, scherzi della natura e dello stile, in un delirio sperimentale che ricorda da vicino Frankenstein. E infatti ogni suo progetto “è vivo!”: dopo qualsiasi performance inizia la mitosi, la proliferazione in rete di emulazioni, interpretazioni, trasformazioni messe in atto dai suoi piccoli mostri, creativi quanto lei, attivi quanto lei, fondamentali quanto lei allo sviluppo del progetto Lady Gaga. Il suo laboratorio è la Haus of Gaga, non per caso un collettivo, che opera ad ogni livello ed è in grado generare un livello mai visto di varietà è creatività. Se le dinamiche sono quelle della fringe sicence, il risultato è un fringe style (musicale e visivo) che può piacere o disgustare, far amare o disprezzare, e per i medesimi motivi. Di certo Lady Gaga si è imposta con una rapidità sorprendente e dimostra una capacità di definire il corso degli stili come non la si vedeva da tempo.

L’apprendista è Lana del Rey. Tra alti e bassi è con noi da pochi mesi, ma è già riuscita a creare fazioni di sostenitori e detrattori che si chiedono: autentica o costruita? Figlia di papà o ribelle di famiglia? La prossima Lady Gaga o la prossima meteora? Certo è che si tratta di un work in progress che sta dando risultati interessanti ma anche qualche delusione. La prima release era Elizabeth Grand, ma si trattava di una versione alpha che non ha convinto molti. Ora Lana è in beta: ci sono alcune cosucce da sistemare, visto che ogni tanto si presenta un calo nel servizio, partito con molte ambizioni ma forse non ancora all’altezza. Ma se questa fase convincerà gli investitori (i fans) allora si potrà parlare di successo vero. Sicuramente il prodotto è buono, visto che Born To Die è bel disco e ben confezionato. Da Madonna ha imparato la capacità di giustapporre (Fointainebleau e le tigri, l’haute couture e i tatuaggi, Massive Attack e orchestra), da Lady Gaga la generosità nell’offrirsi, in Rete e fuori (la si vede parecchio su Facebook). Per ora è difficile  scommettere su di lei, ma di certo sa esprimere un piccolo aspetto di quello che succede oggi nel mondo della creatività, sempre più aperto ai processi e ai backstage.

Passato, presente e futuro si rincorrono nello stile di ognuna delle tre, nella loro storia, nella loro musica. Ma chi sopravviverà a se stessa?

Massage : message = mass age : mess age

La rilettura di The Medium is the Massage di Marshall McLuhan è sempre un viaggio sorprendente. Scritto nel 1967 (44 anni fa!), sembra pensato dopo l’arrivo dei social network. Per i suoi ragionamenti McLuhan aveva a disposizione una formazione letteraria classica e l’esperienza diretta della televisione.

Tra citazioni di Platone e Bob Dylan, Socrate e The Beatles, riferimenti alla pedagogia  e alle neuroscienze, la grafica per il contenuto di Quentin Fiore, questo libro è un piccolo classico senza tempo, in cui ogni frase potrebbe meritare un volume della Britannica di approfondimento, ma arriva comunque con la forza rivelatrice della poesia.

La fine della privacy e del diritto d’autore, la necessità di educare non solo attraverso i libri, la giustizia mediatizzata, la politica spettacolo, l’orientalizzazione dell’Occidente, la diffusione dell’arte nel quotidiano, le trasformazioni delle città: in questo libro c’era già tutto, ma ci sono anche suggerimenti non ancora comprensibili pienamente, che probabilmente capiremo con l’arrivo delle prossime tecnologie.

Sul sito McLuhan Speaks, gli eredi dello studioso canadese hanno raccolto una serie di interviste televisive, ricche di spunti di riflessione e provocazioni visionarie, mai snob o arroganti. La grande lezione di McLuhan ci dice che tutti possono arrivare alla pattern recognition, ognuno oggi ha gli strumenti e la velocità necessaria per farlo. La consapevolezza globale diventa sempre più possibile: basta solo fare un bel respiro e prendere la rincorsa.

Urban Italy

My new article from Cool Hunting.

Founder of the successful architecture tourism site Viaggi di Architettura, South African-born Mikaela Bandini recently expanded her scope with Urban Italy—a new website devoted to travel, design and the discovery of an alternative Italy in all forms. With a clear goal to help people discover something new and surprising, Bandini tells CH the story of the project in an exclusive interview.

How did the idea of Urban Italy come about?

My day job over the past 12 years has been creating contemporary architecture tours around the world for Italian professionals and architecture lovers for Viaggi di Architettura.

It’s what I do. It’s what I love doing. Scouting for information, contacts and spaces that you don’t get in a cheesy guide book off the shelf. After putting together over 50-plus itineraries worldwide I decided to create a guide-blog for foreign archinauts and design-aholics who want an alternative approach to Italian cities.

[It’s for] people like me who are on the lookout for great design deals, new industrial spaces, cutting edge architecture and souvenirs that don’t necessarily fit into your suitcase as well as the people who really rock the country.

The project is based on your personal experience or on a team?

I like to consider Urban Italy a kind of 2.0 version of my Moleskines—basically Italy the way that I’d like to see it (after having lived here for 20-odd years).

The project started as a personal collection of contemporary addresses and insider information from the tip to the toe (literally!) that I gathered while traveling around for architecture, food, interiors and pathological modernist furniture-collecting. Then I asked a handful of foreign friends around the country to give me their ‘best of’ to have a wider coverage of things to do and places to go. There are currently five of us working on the project, all foreigners living in Italy.

We begin the second phase of the project in spring with young Dutch film maker Caspar Diederik, who’ll be doing 2.0 storytelling about people and places around the country.

Are the Italian contemporary cities very different from the postcard-like Italy that many people expect?

We’re looking at a rather more contemporary Italy, which appeals to the kind of traveler who doesn’t collect Hard Rock t-shirts. Stuff like ex-industrial sites that have been transformed into something new, exciting spaces for arts and theater, the latest hot spots for an aperitivo, urban eateries, events, products and people. Not exactly the stuff you get on a postcard.

Then again our readers send Tweets, not postcards.