Dato un dato, quanto sarà grande?

foto-8Sto leggendo Big Data di Viktor Mayer-Schönberger e Kenneth Cuckier, ma non credo che lo finirò.

Si tratta di un libro onesto e franco, pensato proprio per e da chi il digitale lo conosce bene. Infatti, come leggiamo oggi, soprattutto in rete? Decidiamo se affrontare o meno un articolo dalle prime righe, e allo stesso modo scegliamo se leggere un libro dalle prime pagine. La nostra capacità di lettura e i nostri livelli di attenzione sono radicalmente diversi rispetto a pochi anni fa: non è un caso che TED abbia basato la sua nuova collana di libri (digitali) proprio sulla durata di lettura, che deve essere tra i 20 e i 30 minuti.

Tutto questo è ben noto anche a Mayer-Schönberger e Cuckier, che hanno racchiuso nelle 23 pagine di introduzione l’essenza del loro ponderoso volume di 300 pagine. Letta questa prima parte, tutto il resto del libro è un lungo, preciso, documentato e accurato approfondimento delle tesi iniziali: se le prime pagine sono la mappa, quelle successive sono il viaggio vero e proprio. Le idee di base sono così nette e semplici, non schierate e dirette, equilibrate tra pro e contro, che possono stare nelle poche righe di una recensione su Amazon o in un blog. Appunto.

Quindi, cosa succederà nell’era dei big data? Dovremo passare dal chiederci perché accadono le cose al come accadono, dovremo imparare a gestire il rapporto tra la nostra privacy e la probabilità, dovremo essere pronti ad accettare decisioni prese dagli algoritmi, ad usare i dati come merce di scambio e/o come valuta, a rinunciare ai dettagli a favore dello scenario, ad accettare che le nostre azioni producono dati così come i nostri corpi emettono anidride carbonica. Vita e dati saranno dunque legati a doppio filo, dandoci un sacco di vantaggi, ma anche aprendo una serie di questioni etiche mai immaginate su salute, economia, politica e ambiente: chi prenderà le decisioni?  I dati saranno più importanti delle opinioni? Quale sarà il ruolo dell’individualità nell’era della probabilità?

In fondo in fondo, forse questo libro lo finirò comunque, oppure lo leggerò saltando da una pagina all’altra, come facciamo con Wikipedia e con i siti di informazione. Sarei curioso di spere quante persone ne leggeranno ogni singola parola, ma forse questo dato non lo si può raccogliere e non lo sapremo mai.

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La lentezza della velocità

moonsun_backstage_15Qualche giorno fa è uscito il primo videoclip italiano realizzato interamente a 120 fps con un iPhone 5S. Impressionante vedere la qualità di questo lavoro, che dimostra come ogni mezzo (anche potente, per carità) in mano ai creativi giusti, possa dare risultati sorprendenti.

La potenza è nulla senza controllo, è vero, e sono certo che nei prossimi mesi vedremo un sacco di video inutili fatti con questa tecnica. Ma questo è un gioiellino di lavoro, realizzato con cura dai ragazzi di Sistemi Affini per (e con) la cantante Olivia Salvadori. Si tratta di una piccola performance, avvenuta lo scorso fine settimana all’Assab One di Milano. Elia Castangia e il suo team hanno dovuto lavorare non poco alle luci, per ottenere un video che, girato in pochi secondi, potesse andare oltre il mezzo per sorprendere con la sua poesia e qualità.

Questa è creatività vera, che assomiglia tanto a quella degli artigiani, che sanno trovare le soluzioni ai problemi, che sono rapidi nell’individuare il da farsi, che con sapienza e mestiere usano al meglio i mezzi a loro disposizione.

Nike VS Apple VS Jawbone

loghi.001Nel mese di agosto mi sono dedicato all’esplorazione del West americano, da Vancouver a San Francisco. In questo percorso ho avuto la fortuna di visitare le sedi di tre belle aziende: Nike, Apple e Jawbone. Realtà molto diverse che – da nord a sud – rappresentano dimensioni molto diverse dell’impresa e dello stile americano.

La sede di Nike è una sorta di grande campus universitario poco fuori Portland: tutto è molto informale, le persone della security sono severe ma gentili e sorridenti, l’atmosfera generale è tranquilla e rilassata, gli spazi ampi (le distanze da percorrere tra un ingresso e l’altro sono letteralmente chilometriche e molti si portano le biciclette da casa). Ogni dipendente – compatibilmente con i propri impegni lavorativi – ha la possibilità di praticare ogni tipo di sport, a qualsiasi ora, a qualsiasi livello (dall’amatoriale al professionistico), completamente gratis. Come tutte la aziende americane il lavoro è quasi 24/7 e alle mail di lavoro si risponde anche da casa prima di mettersi a dormire. Ma qui non è New York, non c’è lo stress della East Coast: questo è l’Oregon, qui siamo a Beaverton, a due passi da Portlandia, a pochi minuti dalla natura più estrema (che sia oceano o alta montagna non importa) e a stretto contatto con il nostro corpo.

Tutta un’altra storia a Cupertino, dove la Apple è una presenza palpabile e massiccia, cresciuta negli anni fino ad occupare ogni isolato di questo angolino di California circondato dalle autostrade. Dopo la foto di rito accanto all’insegna di 1 Infinite Loop, fatta la gimcana tra i turisti che sperano di trovare memorabilia nel piccolo negozio aperto al pubblico, entriamo con i nostri accompagnatori e ci registriamo con estrema facilità. Decidiamo di pranzare nella mensa, magnifica e brulicante di centinaia di persone (in grandissima maggioranza under 40) che si fanno strada per scegliere il cibo migliore ed accaparrarsi un tavolo per sedersi. Il cibo è ottimo, la scelta incredibile (dal vegano al carnivoro, dalla pizza alle ostriche) e i prezzi bassissimi. Ma la sensazione generale resta quella di un friendly estremamente controllato, di uno spirito da surfista che corre libero ma sotto sorveglianza speciale. Lo si vede nell’attenzione ad ogni gesto fatto e ad ogni parola detta, alla sottile tensione competitiva che sottopelle dice: “Attenzione. Qui in un attimo mi possono far fuori”. E visto che ogni cosa che accade qua dentro rappresenta un segreto da non svelare, ovviamente quell’attimo è un’ipotesi nemmeno troppo remota.

Dopo aver visitato Apple, dopo una visita al Computer History Museum, andiamo a San Francisco per un veloce salto da Jawbone. Qui si respira un’aria totalmente diversa, da startup, ma comunque da startup con 400 dipendenti. Partiti dagli auricolari bluetooth e dalle casse acustiche, ora stanno sbancando con i braccialettini traccatutto: il benessere per le orecchie sembra essere stato il grimaldello per arrivare al benessere a trecentosessanta gradi, quello che sconfina persino nella salute. Arriviamo verso sera assieme ad una quantità enorme di cibo, perché qui non c’è la mensa, ma se lavori fino a tardi l’azienda ti offre la cena. Tacos e insalate corrono da una scrivania all’altra, tra i Mac e le scartoffie. Anche qui l’età media è bassissima e si intravedono un sacco di hipster e fashioniste. Potrebbe essere una festa qualsiasi all’Ace Hotel, ma siamo nel cuore del domani tecnologico, che unisce magistralmente design e funzione, hardware e software, corpo e cervello. E il futuro sembra essere proprio qui, tra queste le aziende che hanno imparato la lezione dei grandi, tra marketing, ricerca, design delle funzioni, design delle forme, design delle interfacce, ergo innovazione.

Se Nike è la storia dell’attività fisica che diventa mercato, se Apple è la storia del design che si fonde con le idee, aziende come Jawbone rappresentano la miglior sintesi di tutti questi aspetti, che si alleano, si fondono e, magicamente, si trasformano in un design invisibile, che nasconde la tecnologia e aiuta a gestire il proprio corpo.

Sportivi e riflessivi

IMG_6607Da qualche settimana sto indossando i braccialetti traccatutto di Nike e Jawbone, FuelBand e Up. Sono i campioni (per ora) di una categoria di prodotto nuova, quasi fantascientifica, che rappresenta l’evoluzione intelligente e matura dello smart clothing e del wearable computing.

A cavallo tra anni ’90 e 2000 erano temi sulla bocca di tutti (e qualche giornalista nostalgica e a corto di idee ha puntualmente rispolverato l’argomento proprio in questi giorni). Sembrava che giacche con i comandi per il cellulare, cappucci con occhiali e cuffie incorporate, tessuti reattivi fossero solo la premessa per la prossima inarrestabile diffusione di microchip sottocutanei e rapporti soltanto virtuali. Come sempre – per fortuna – il corpo vince sulla tecnologia e il futuro cupo da Grande Fratello (quello di Orwell) non si avvera mai. Almeno nei suoi aspetti più prevedibili.

Non è un caso che un’azienda come Nike abbia deciso di affrontare questa strada: la tecnologia per il corpo deve stare sul corpo. E che forma deve avere questa tecnologia? Prima di tutto deve essere piccola e nascosta, come è accaduto con il progetto pilota Nike+ (quello fatto con Apple). Il braccialetto è però più comodo e, soprattutto, fa l’occhiolino alla moda (altro settore che il corpo lo conosce bene) e può diventare altre cose (un’orologio o uno strumento di gioco social). Poi si collega via Bluetooth con ogni smartphone e i dati si integrano con il profilo Nike+ in un’attimo. L’app è divertente e piena di premi virtuali, che ogni giorno ti dicono quanti obiettivi puoi raggiungere. E come sempre accade da Nike, qui si parla di sudore, performance, gara, ma soprattutto sfida.

Jawbone ha invece scelto un approccio più vicino al benessere, persino alla salute. Il braccialetto Up registra ogni movimento di chi lo indossa, calcolando l’attività che si compie ogni giorno. Ma con l’aiuto dell’utente può fare molto di più: usando l’apposita app, intuitiva e molto ben disegnata, si possono annotare allenamenti, pasti, ore di sonno. Incrociando i dati raccolti dal braccialetto con quelli inseriti, Up è un grado di definire delle medie di comportamento e di dare dei suggerimenti, con un tono di voce sottilmente motivazionale e leggero. È interessante scoprire quanti passi si fanno ogni giorno, ma anche quanto sonno profondo e quanto sonno leggero vanno a comporre la nostra notte. Chiaramente si può formare una squadra di amici e contatti, con i quali si riesce a decidere facilmente di scambiare solo alcune cose invece di altre. Nota positiva sulla privacy e i big data: è molto facile cancellare i propri dati con una delle opzioni delle impostazioni dell’app.

In sintesi, Nike FuelBand è più adatto per gli sportivi, per i pratici, per chi corre sempre e ha spirito competitivo. Jawbone Up è più per geek e riflessivi, per chi è preciso e metodico, per chi vuole approfondire più che gareggiare.

Io per ora continuo a indossarli entrambi, così capirò meglio chi e cosa sono.