Sentirsi nello spazio

Ogni passeggiata per le sale della Royal Academy di Londra è sempre un piacere. Le grandi e spaziose sale del palazzo di Burlington Gardens sono semplici volumi ampi e luminosi, di varie dimensioni, appena decorati con qualche fregio dorato e invasi da luce naturale che piove dai lucernari.

Come accadde qualche anno fa al Guggenheim di New York con Contempalting The Void, oggi la RA propone una riflessione sullo spazio, attraverso il lavoro di una serie di architetti di tutto il mondo a cui è stato assegnato il compito di reinterpretare, o meglio, “reimmaginare” le stanze della gloriosa galleria.

Il risultato è Sensing Spaces: Architecture Reimagined, in mostra fino al 6 aprile. Gli autori di queste nuove letture del senso dello spazio sono un dream team di architetti, ovvero Grafton Architects (Irlanda), Diébédo Francis Kéré (Germania, Burkina Faso), Kengo Kuma (Giappone), Li Xiaodong (Cina), Pezo von Ellrichshausen (Cile), Eduardo Souto de Moura e Álvaro Siza (Portogallo).

Tra gioco e visione, esperienza e pensiero, materiali e profumi, ogni lavoro è pensato appositamente per la Royal Academy. Un percorso talmente bello che fa venire voglia di immaginare una casa perfetta, un luogo straordinario, in cui vivere e interagire con gli altri.

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Bath in B&W

Milan in B&W

In questi giorni la luce a Milano è magnifica…

LA in B&W

Black, white, Chicago

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La metropoli (praticamente) perfetta

fotoSe esiste una metropoli perfetta, deve assomigliare molto a Chicago.

Pare proprio che gli architetti migliori del ‘900 abbiano fatto a gara per costruirci le loro opere più belle e che i contemporanei vogliano mettersi in gara con loro per definire l’architettura di domani. E non è un caso che sia così: infatti la storica Tribune Tower è stata costruita quasi cent’anni fa per essere (parole testuali dal testo del concorso originale) “the most beautiful and distinctive office building in the world”.

Qualche nome che ha accettato la sfida verso la città ideale? Frank Lloyd Wright con la mitica Robie House, la doppietta di Ludwig Mies van der Rohe con l’Illinois Institute of Technology e 330 North Wabash, Eero Saarinen con il Law School Building, Kenzo Tange con il puntuto American Medical Association Building, Ricardo Bofill con il postmodernissimo United Building, Bertrand Goldberg con le fantascientifiche torri tonde di Marina City, Frank Gehry e Anish Kapoor en plein air al Millennium Park, Jeanne Gang con la torre “digitale” Aqua, Skidmore, Owings and Merrill con il classico John Hancock Center e la svettante Trump International Hotel and Tower, il nostro Renzo Piano con la splendida Modern Wing dell’Art Institute.

Grattacieli a parte, passeggiare per Chicago è una goduria, un po’ perché ci sono passato in agosto (e tutta la città è per strada a godersi il sole prima del rigidissimo inverno) ma anche perché ogni isolato è una sorpresa: passi dalle feste esclusive del Public Hotel agli scorci del Loop con la metropolitana sopraelevata, dalle viste sull’onnipresente Sears (oops!) Willis Tower alla fontana in granito e led di Jaume Plensa e Krueck and Sexton Architects, dal ristorante di Ralph Lauren a quel gioiello nascosto che è il Driehaus Museum, dalle passeggiate lungo il Chicago River alle camminate su un lago che sembra un oceano.

Se da un lato si ha la sensazione di vivere dentro a SimCity (cit. Nospo), dall’altro siamo di fronte alla conferma che bellezza chiama bellezza, che la qualità vuole confrontarsi solo con la qualità, che la cultura non la fanno solo i privati nei circoli ma anche le amministrazioni pubbliche per strada.

La città che sale

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