Paula&Paula

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Blue shadows

The blue shadows at Giorgio Armani FW 2013/2014 collection were a true touch of magic.

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Like a stone

Some more memories from the Milan Fashion Week.

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Animal Fashion Week

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È più #madeinitaly Prada o Armani?

Nel pieno della Settimana della Moda di Milano, di domenica mattina, prima ancora del primo caffè, Nospoilerplease mi chiede: “Ma è più Made in Italy Prada o Armani?”.

Appena svegli certe domande ti mandano in tilt. Ma dopo un caffè, zuccheri, carboidrati e un altro caffè, ho iniziato a chiarirmi le idee.

Entrambi sono altrettanto #madeinitaly (cancelletto tuttoattaccato), ovvero alfieri del buon gusto di quella moda che da poco più di 50 anni rappresenta lo stivale all’estero, poco importa dove sia prodotta. Ma lo sono in modo diverso, e non soltanto per la scelta di tessuti, colori, forme e accessori.

I dati economici (si possono trovare in questo articolo dell’ottima Paola Bottelli) sono equiparabili e immagino che anche i mercati siano più o meno analoghi.

Se Giorgio Armani rappresenta il meglio della tradizione italiana, Prada incarna il massimo dell’innovazione che gli italiani sanno fare. Strano, soprattutto se si considera che la prima sfilata di Giorgio Armani si è tenuta a Milano nel 1978, mentre il marchio dei F.lli Prada esiste dal 1913. Ma analizzando lo stile di ognuno si vede come le rispettive poetiche vadano in direzioni opposte rispetto all’età dei marchi.

Armani ha da sempre lavorato di fino per la definizione di un tocco che era già evidente agli esordi, all’insegna di moderazione, modulazione, armonie, sottigliezze. Infatti i suoi detrattori hanno gioco facile nel dire che fa le stesse cose da 35 anni, ma non è un’affermazione dimostrabile. Armani lavora come un artigiano, che gode nel migliorarsi ogni volta che si ripete. Come un calligrafo cinese, ripercorre per anni le stesse tracce, alla ricerca del gesto perfetto. Per lui le stagioni della moda non sono altro che un buon motivo per curare maniacalmente i suoi lavori; ogni nuova opportunità commerciale (dall’Emporio agli hotel) gli alza la palla a rete per applicare la sua visione ad altri contesti. Come Ralph Lauren, Armani lavora per ampiezza: ha costruito un universo sensoriale ed estetico, che potrà serenamente sopravvivere a lui grazie alla forza e alla chiarezza con cui è stato definito. Le sorprese ci sono e sono continue (il rosso, gli accessori giganti, le sperimentazioni della linea Privé), ma sono contrasti armonici e ben assestati, capaci di sottolineare sempre più la coerenza del contesto in cui vengono inseriti.

Da Prada, al contrario, la sorpresa è la norma. Fin dalle origini, già dall’apertura del negozio in Galleria, ogni oggetto nasceva dall’unione di oggetti esotici e meravigliosi: seta e avorio, osso e velluto, cristalli e galuscià, che davano forma a borse, guanti, bastoni da passeggio, perfetti eredi dei bottini commerciali dei grandi esploratori giramondo nostrani. L’italianità si trova anche nel comune e costante desiderio di scappare e poi tornare, il modo migliore per capire come casa nostra sia il posto più bello al mondo. Miuccia Prada fa questo ancora oggi: la sua voglia di scoprire artisti, pensatori, ispirazioni l’ha portata a creare la Fondazione e le scarpe con i fanali delle auto anni ’50, le stampe di Julie Verhoeven e i sombreri a righe, gli abiti chandelier fatti solo di cristalli e gli zainetti di nylon, i negozi Epicenter e i convegni con i filosofi. Il suo approccio allo moda è appassionato, viscerale, artistico ed esplorativo. Prada lavora per profondità, andando in cerca dell’ispirazione più sorprendente e adatta al momento, ma quella giusta, non quella trendy, quella che ci può ricordare lo spirito dei tempi che cambiano, non quella che ci racconta i capricci momentanei della moda. Il risultato più tangibile è una coerenza che lega ogni passo, dagli abiti neri elasticizzati alle cascate di cristalli e borchie sugli accessori.

E se Armani si definisce “sarto”, qualche giorno fa Miuccia ha detto a Gianni Riotta di essere una “modaiola”: due figure chiave del Made in Italy, in cui il mondo si può riconoscere in egual modo.

150 Years of Elegance

My new article from Cool Hunting

In celebration of Italy’s 150th anniversary as a unified country, the marvelous Reggia di Venaria is hosting the exhibition “Fashion in Italy: 150 Years of Elegance” in the recently restored and equally ornate “Italian Versailles,” a few miles outside of Turin.

The long journey through the history of Italian fashion is divided in two parts. The first is curated by Academy Award winning customer designer Gabriella Pescucci and covers the years 1861-1970. The second section was conceived by Vogue Italia’s editor-in-chief Franca Sozzani, which illustrates the birth of Italian prêt-a-porter and the contemporary fashion industry.

The exhibition not only covers the recent history of Italy’s transformation in taste, but it also analyzes the constant change in the social condition of women. The 200 garments on display span Risorgimento to the years of Italian Reign, as well as the Fascist era and World War II, continuing to the birth of a truly national style in the ’50s and the rise of contemporary designers such like Capucci, Albini, Valentino, Armani, Versace, Prada, Dolce&Gabbana.

Most of the historic clothes come from the foundation for the celebrated costume atelier Tirelli Trappetti. Some are original items, meant for daily use or special occasions, while others are famous costumes from classics films like Luchino Viscont’s Il Gattopardo.

Architect Michele De Lucchi handled the overall display and settings, which are based entirely on mirrors. A symbol of vanity, mirrors also allow patrons to enjoy the clothes from every point of view and feel immersed in the the evolution of style.

To further enhance the experience, Laura Tonatto custom designed four different fragrances to underline the spirit of the different eras, used in the different room throughout the exhibit.

“Fashion in Italy: 150 Years of Elegance” runs through 8 January 2012 at Le Venaria Reale. See more images in the gallery.

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La forma della sostanza

Milano

Dopo la recente morte di Alexander McQueen sono state dette un sacco di cose, alcune molto belle e azzeccate.

Tutti i commentatori sono d’accordo nel sostenere che fosse un grande, per mille motivi. Uno in particolare lo rende letteralmente un vero rivoluzionario da storia della moda: la capacità di creare forme.

Tutti i grandi stilisti del ‘900 sono riusciti a creare una nuova forma del corpo umano: cubista per Coco Chanel, geometrico per Yves Saint-Laurent, perfetto per Valentino, ipersexy per Gianni Versace, trasversale ai generi per Giorgio Armani. E totalmente artificiale per Alexander McQueen.

Cresciuto professionalmente lavorando per i sarti inglesi più tradizionali, McQueen sapeva come creare un corpo ideale, racchiuso dentro armature che, di anno in anno sono diventate sempre più estreme, fino a portare alla nascita delle celeberrime scarpe armadillo. Aveva in mente un corpo ideale, ipertrofico ma mai deforme, un corpo tra fantascienza e arte, tra performance e scultura.