Wim Botha

Alcune immagini della bellissima installazione di Wim Botha per il Padiglione del Sudafrica alla Biennale di Venezia, in corso fino al 24 novembre.

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Il corpo nelle parole

8461496479_ecce05bc0a_oLa maestra di Clelia un giorno ha raccontato che gli antichi Etruschi coprivano con un lenzuolo il corpo dei loro defunti. Così Clelia, dopo la morte di suo marito, ha deciso di onorarne la memoria coprendo il suo ricordo di parole. Su un lenzuolo.

Due anni di scrittura, soprattutto durante le notti insonni, hanno fatto nascere un pezzo unico al mondo, un diario completamente scritto su un pezzo di dote. Scrittura che nasce al posto di un ricamo, roba che nemmeno Sophie Calle. Ma questa è vita vera, senza la mediazione dell’arte. Sono parole sincere, dirette, nodose e ruvide come le mani di chi ha visto la povertà, la guerra, il lavoro duro, la morte dei figli. Non si sorride leggendo questo libro, non si compatisce: Clelia Marchi ha sofferto e – come ripete spesso – tutto passa ma nulla si dimentica.

Clelia è nata nel 1912 a Poggio Rusco, paese natale di Arnoldo Mondadori. Dopo una prima trascrizione (fedelissima, con tanto di errori e ingenuità) curata dalla Fondazione Mondadori, ora “Il tuo nome sulla neve (Gnanca na busia)” è edito da ilSaggiatore. Oggi il lenzuolo è conservato presso l’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano.

Guernica è in bianco e nero

IMG_4582Guernica è in bianco e nero. Te ne accorgi solo quando ci sei di fronte, dal vivo, a Madrid.

Sembrerebbe facile riprodurre un quadro in bianco e nero, più semplice di uno a colori. Ma a quanto pare è più difficile. La differenza tra la Gioconda e le sue riproduzioni non è così netta. Di tutte le immagini di Guernica che ho visto, nessuna è nemmeno lontanamente in grado di reggere il confronto con in quadro reale. Sarà una questione di dimensioni? Forse (349,3 per 776,6 sono le misure di moltissimi schermi cinematografici). Sarà una questione di trasparenze? Forse (anche se la profondità dei soggetti è quasi nulla). L’emozione di trovarsi nel punto in cui si è trovato Picasso? Nemmeno (ci sono talmente tanti punti di vista che il Picasso fisico te lo dimentichi).

Grigio, nero e bianco, per il quadro più silenzioso che si possa immaginare, il più crudelmente freddo che ci sia. Picasso ha visto gli effetti del bombardamento a poche ore dall’avvenimento, quando i giornali internazionali hanno iniziato a pubblicare le foto: sbigottito, arrabbiato, ha deciso di riprodurre la realtà filtrata dalla fotografia, proprio come Warhol avrebbe fatto qualche anno dopo. Forse arrivano da qui il bianco e nero e la violenza congelata, filtrati con la freddezza obiettiva della macchina fotografica.

Come accade con la fotografia di reportage, Guernica non emoziona: fa pensare. Guernica è un documento, il più bello mai scritto. E’ l’immagine più nitida che ci sia della storia delle guerre.

Un bianco e nero così perfetto non si è mai visto in pellicola.

Agatha loves Elio

Questa sera si presenta a Milano il libro “Agatha Ruiz de la Prada loves Elio Fiorucci. Arte e moda dalla pop al neopop”, curato da Fabriano Fabbri e Federica Muzzarelli. All’interno c’è un mio breve saggio dedicato al coolhunting. Di seguito un estratto di quello che ho scritto.

Le basi nobili della ricerca delle tendenze possono essere individuate nella pratica sociologica ed antropologica dei primi anni del ‘900, ma applicazione a fini creativi e commerciali è cosa più recente, ed Elio Fiorucci rappresenta il vero pioniere in questo ambito.

(…) Nel corso degli anni la direzione artistica della casa è affidata ad un gruppo di creativi che si riunisce a partire dal 1977 sotto il nome di Ufficio Dxing: la struttura non è gerarchica e diventa fondamentale il “turismo visivo”, ovvero la ricerca continua di novità in tutto il mondo e in tutte le espressioni artistiche, da quelle ufficiali fino all’underground: ci troviamo qui di fronte ad un vero prototipo di quello che dopo vent’anni prenderà il nome di coolhunting. L’Ufficio Dxing presiede non solo alla ricerca, ma anche allo studio dei capi d’abbigliamento e degli accessori, delle etichette, delle shopping bag, dell’arredamento dei negozi, delle vetrine, dell’organizzazione degli eventi.

I primissimi anni Ottanta segnano l’ingresso nella moda di Agatha Ruiz de la Prada. Il suo percorso è opposto a quello di Fiorucci, ma complementare. Se la creatività di Fiorucci cresce “dal basso”, quella di Agatha nasce “dall’alto”, da una dimensione d’avanguardia, ma più istituzionale: infatti “condivide le sue inquietudini con i creativi più illustri del momento. Andy Warhol, Chillida, Bofil, Umbral, Almodóvar, Annie Leibovitz e tanti altri”. Negli anni in cui Fiorucci organizza feste memorabili allo Studio 54, Agatha apre regolarmente il suo studio di calle Marqués de Riscal per happening a cui prendono parte artisti, intellettuali, buona società madrilena. Se Fiorucci punta su kitsch, nani da giardino, iconografia indiana, pinup degli anni ’50, la fonte d’ispirazione di Agatha sono Sonia Delaunay, Donald Judd, Paco Rabanne.

(…) Ciò che unisce i due creativi è la passione viscerale per la mescolanza e per la ricerca onnivora, in ogni settore, con un moto assimilabile alla filosofia di un altro grande sintetizzatore di stili, Paul Smith: “You can find inspiration in everything (and if you can’t, look again)”. Allo stesso modo, il loro intervento creativo non si limita all’abbigliamento, ma si allarga fino ad arrivare al design, all’arredamento, alla grafica, con il desiderio di vestire non solo le persone, ma di investire mondo intero.

La “tendenza Fiorucci” vive dell’osservazione della strada, mentre la “tendenza Agatha” si nutre di cultura alta: tuttavia entrambi vanno nella direzione di una libertà spensierata e folle, fatta di gioia, colore, icone e spirito pop. Ed ecco che la “Love Therapy” all’italiana, si intende alla perfezione con il cuore scelto come logo della casa spagnola.

Una storia d’amore

When bigger is better

Visitando la mostra A Bigger Picture, la prima cosa che si nota è che David Hockney sa dipingere, eccome se sa dipingere!

La qualità di ogni suo gesto è quella dei grandi maestri. Possiede la tecnica, sa come applicarla e sa come stravolgerla nello stesso dipinto. Conosce la storia della pittura e passa con disinvoltura dallo spazio barocco allo spazio elettrico di Cèzanne. Ma non solo. In questa mostra si riscoprono le nebbie nordiche di Leonardo, i colori acidi di Pontormo, l’ampiezza grandangolare dei panorami di Constable e Turner, le ombre colorate degli impressionisti, i cieli allucinati di Van Gogh, le forme sbilenche di Picasso, la vertigine fredda di De Chirico, la natura carnosa di Matisse e Rousseau il Doganiere, gli alberi di Mondrian (prima che diventassero pure geometrie), le pennellate grasse di Morlotti, ma anche quelle essenziali di De Pisis. Ma non si tratta di omaggi: Hockney sa prendere il passato senza citarlo, lo utilizza e sfrutta come fosse materia, a suo uso e consumo. Infatti riconosciamo anche l’occhio contemporaneo, quello che usiamo noi oggi, quello delle fotografie che facciamo con le app, gli alberi blu, i tronchi rosa, i campi rossi e terra viola come in un set dei Simpsons.

E la tecnologia che usa (fotografia, video, iPhone e iPad) non è che uno strumento che nelle sue mani assume un significato pieno e completo. La sua è una ricerca instancabile, una passione purissima per la raccolta di sfumature, in ogni stagione e con ogni condizione atmosferica. Nel ciclo The arrival o spring ogni quadro sembra la pagina di un diario. O di un calendario.

Colpisce anche l’abbondanza di spazi vuoti, senza esseri umani, solo qualche traccia del loro passaggio e della loro presenza.

Hockney sa fare quello che sanno fare solo le grandi menti: mostrarti l’ovvio come se lo stessi scoprendo per la prima volta. I suoi video a 18 schermi scompongono la visione in 18 megapixel ad altissima definizione. Roba che nemmeno il 3D. E i suoi enormi quadri compositi sono somme di visioni parziali che diventano totali.

David Hockney RA, A Bigger Picture

Royal Academy of Arts, Londra 21 gennaio – 9 Aprile 2012

(Ispirato da uno splendido 74enne, questo è il mio primo post scritto completamente con un’iPhone, un po’ durante la visita alla mostra, un po’ in aereo, sulla via per Milano).

Promesse e regali

Milano

La nuova Fondazione Prada è un gradito regalo, per chi vive a Milano ma anche per chi si trova a passarci di frequente.

Nel giro di qualche anno, la nuova fondazione metterà a disposizione 17.500 metri quadrati di spazi per mostre, cinema, arti applicate, ma anche cucina, caffè e un’area dedicata a Luna Rossa.

Operazione furba? Non importa: se il risultato sarà buono per la città, ben venga un’operazione di immagine di questo genere. Meglio questo delle promesse fatte da stilisti dal fatturato equiparabile a quello di Prada, che hanno costruito teatri e luoghi per la città, usati solo per cene tra amici; oppure negozi che dovevano essere le nuove piazze e che invece chiudono prima che la gente esca dal lavoro; ma anche mostre bellissime ma riservate alla stampa anche durante il Salone del Mobile, quando la città si apre per magia.

La Fondazione Prada è la dimostrazione che la moda può avere anche uno stile, oltre gli abiti e gli accessori.