Rock me John

In questi giorni il mondo della moda ha la testa e i piedi a Firenze, dove al grido di #RockMePitti si sono ritrovati alla Fortezza da Basso tutti i fashionisti barbuti e tatuati, ricoprendosi di tartan per farsi fotografare al Pitti Uomo.

Intanto, a Milano, si attende l’apertura della Fashion Week maschile, che il primo giorno vedrà tra i suoi protagonisti John Varvatos. Uno che il rock lo conosce e lo pratica da un bel po’ di anni.

Varvatos ha recentemente firmato con Holly George-Warren Rock in Fashion, un gran bel libro dedicato alla storia dello stile legato al rock. Non si tratta di una noiosa antologia di immagini celebrative e agiografiche (in realtà le foto delle campagne dello stilista di Detroit sono davvero poche), ma di una raccolta delle immagini che più hanno contribuito a delineare il gusto e lo stile di John Varvatos in persona.

Nel libro lo stile dell’abbigliamento musicale (si racconta il rock, ma anche un po’ il pop) è letteralmente fatto a pezzi, in maniera didascalica ma efficace: i capitoli sono infatti dedicati a capelli, cappelli, occhiali, sciarpe, pattern, pelle, T-shirt, scarpe e così via. Non c’è cronologia, non c’è pretesa di interpretazione, ma solo di un racconto simile ad un sofisticatissimo moodboard.

Ed ecco che troviamo spettacolari immagini di Jimi Hendrix che sembra un santo medievale con i suoi Experience, Steve Tyler che sembra la copia di sua figlia Liv, Robert Plant che si acconcia i capelli davanti allo specchio come una qualsiasi diva di Hollywood, un Elton John poco più che adolescente, Bob Dylan nascosto dagli occhiali, le piume colorate di Todd Rundgren, David Bowie e le sue giacche  optical, Freddie Mercury coccolato dai Queen, Slash e i suoi cappelli, i Green Day e le loro Converse, Prince e i suoi ricami, Paul Weller e i suoi abiti, Michael Jackson in gilet, Iggy Pop in gessato, Marvin Gaye in trench e tanto altro ancora.

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Massage : message = mass age : mess age

La rilettura di The Medium is the Massage di Marshall McLuhan è sempre un viaggio sorprendente. Scritto nel 1967 (44 anni fa!), sembra pensato dopo l’arrivo dei social network. Per i suoi ragionamenti McLuhan aveva a disposizione una formazione letteraria classica e l’esperienza diretta della televisione.

Tra citazioni di Platone e Bob Dylan, Socrate e The Beatles, riferimenti alla pedagogia  e alle neuroscienze, la grafica per il contenuto di Quentin Fiore, questo libro è un piccolo classico senza tempo, in cui ogni frase potrebbe meritare un volume della Britannica di approfondimento, ma arriva comunque con la forza rivelatrice della poesia.

La fine della privacy e del diritto d’autore, la necessità di educare non solo attraverso i libri, la giustizia mediatizzata, la politica spettacolo, l’orientalizzazione dell’Occidente, la diffusione dell’arte nel quotidiano, le trasformazioni delle città: in questo libro c’era già tutto, ma ci sono anche suggerimenti non ancora comprensibili pienamente, che probabilmente capiremo con l’arrivo delle prossime tecnologie.

Sul sito McLuhan Speaks, gli eredi dello studioso canadese hanno raccolto una serie di interviste televisive, ricche di spunti di riflessione e provocazioni visionarie, mai snob o arroganti. La grande lezione di McLuhan ci dice che tutti possono arrivare alla pattern recognition, ognuno oggi ha gli strumenti e la velocità necessaria per farlo. La consapevolezza globale diventa sempre più possibile: basta solo fare un bel respiro e prendere la rincorsa.