Rock’n’John

Difficile parlare di moda e cultura oggi. È difficile citare senza copiare, difficile raccontare il già visto senza sembrare noiosi, difficile affrontare le icone senza essere leziosi.

John Varvatos fa eccezione. Da buon americano non ha paura di raccontare il passato con la giusta distanza, riesce a prendere il suo heritage e a giocarci. Per la collezione PE 2015 è partito dai Queen, in particolare da “A Night at the Opera“, portando nell’abbigliamento da giorno quello che di solito si trova di sera. Così ha usato tessuti chiari e stropicciati, ma con le forme tipiche delle giacche e dei gilet che si possono vedere alla Scala o al Met.

Il risultato è credibile e divertente, fatto di costruzioni ben studiate, forme lineari e nette, che ben si sposano con uno tocco leggero e rilassato. Ma soprattutto abbiamo visto uno stile genuinamente maschile, per niente ambiguo, in cui anche i fiori di stoffa applicati al bavero della giacca non ricordano Chanel, ma un deciso gesto rock, al limite del punk, capace di dimostrare una profonda conoscenza di quello di cui si sta parlando.

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In principio era l’acqua

Fendi ha da poco reso publica la versione restaurata di “Histoire d’Eau” un fashion film del 1977, realizzato per presentare la loro prima linea di prêt-à-porter. La collezione era già disegnata da Karl Lagerfeld e il film è stato diretto da Jacques de Bascher (amante sia di Lagerfeld sia di Saint-Laurent, come racconta Cathy Horyn sul NYT).

È la storia di Suzie, una ragazza ricca e annoiata che vuole far credere di essere a Baden Baden, quando in realtà si trova a Roma a prendere il sole su meravigliose terrazze, ad acquistare pellicce e a mangiare caviale con le sorelle Fendi. Il suo passatempo preferito è fare il bagno nelle fontane di Roma e raccoglierne l’acqua in apposite bottiglie.

Si tratta in assoluto del primo esempio di film per la moda, per cui diventa interessante fare un paragone con quelli di oggi. Il film è nostalgicamente naïf e collocato storicamente nel decennio da cui arriva, con pose languide, scorci di seni nudi, luci sfumate, zoomate drammatiche, calze su ogni obiettivo. Ma quello che più colpisce è il montaggio: i contenuti di questi 23 minuti, oggi sarebbero presentati in meno di 2, con un ritmo accelerato, fatto di accenni e suggerimenti, non di piani sequenza che si soffermano su ogni dettaglio. Lo dimostra il racconto della serata di apertura della mostra “The Glory of Water” di Karl Lagerfeld, un video rapido e sincopato in cui si presentano la nuova boutique Parigina di Fendi, l’opening della mostra di dagherrotipi dedicati alle fontane di Roma e la proiezione di “Histoire d’Eau”. In 2 minuti, appunto.

La forma della sostanza

Milano

Dopo la recente morte di Alexander McQueen sono state dette un sacco di cose, alcune molto belle e azzeccate.

Tutti i commentatori sono d’accordo nel sostenere che fosse un grande, per mille motivi. Uno in particolare lo rende letteralmente un vero rivoluzionario da storia della moda: la capacità di creare forme.

Tutti i grandi stilisti del ‘900 sono riusciti a creare una nuova forma del corpo umano: cubista per Coco Chanel, geometrico per Yves Saint-Laurent, perfetto per Valentino, ipersexy per Gianni Versace, trasversale ai generi per Giorgio Armani. E totalmente artificiale per Alexander McQueen.

Cresciuto professionalmente lavorando per i sarti inglesi più tradizionali, McQueen sapeva come creare un corpo ideale, racchiuso dentro armature che, di anno in anno sono diventate sempre più estreme, fino a portare alla nascita delle celeberrime scarpe armadillo. Aveva in mente un corpo ideale, ipertrofico ma mai deforme, un corpo tra fantascienza e arte, tra performance e scultura.

Cubismo digitale

New York

Chanel è cubismo digitale.

L’essenza del cubismo (quello storico, quello di Picasso e Braque) è la capacità di prendere la realtà, distruggerla, farla a pezzi e ricostruirla su due o tre dimensioni. Il risultato non è un oggetto destrutturato, bensì un corpo ristrutturato, persino ricreato in una forma nuova, mai vista e per questo sorprendente.

Coco Chanel – guardacaso proprio negli anni d’oro del cubismo – ha fatto la stessa cosa con l’abbigliamento, usando materiali mai visti nell’alta moda e dando una nuova forma al corpo, che non è stato solo liberato, ma letteralmente ricostruito. Il nuovo corpo femminile era bidimensionale, piatto, senza curve, ma esaltato da accessori che erano l’apoteosi della rotondità, delle tre dimensioni e della matericità più golosa.

Anche Karl Lagerfeld sta continuando sulla stessa strada, confermando ad ogni stagione una via allo stile che ormai ha quasi cento anni. Nelle sue sfilate i corpi delle modelle sono eterei e immobili, ma escono da strutture enormi e complicatissime. Lagerfeld lavora oggi con Zaha Hadid così come Mme Gabrielle collaborava con Jean Cocteau; collabora con H&M per perseguire una democratizzazione snob dell’estetica; benedice un’applicazione per iPhone che appiattisce ancora di più uno stile sempre in cerca di una via a due dimensioni.

Negli anni di Coco Chanel e Pablo Picasso è stata la massiccia diffusione dell’elettromagnetismo a rendere possibile un tale passaggio di sensibilità. Oggi è la digitalizzazione ad avvicinarci a questa ricerca che Lagerfeld e il suo team perseguono con grande lucidità e continue scoperte. Il risultato è un filo lungo quasi un secolo, che ancora oggi affascina le ragazzine e le loro nonne, ovvero chi vive appieno la tecnologia e non ci capisce nulla di Picasso, ma anche chi rimpiange la pittura e non si rassegna a un telefono senza tasti.