Il secondo Made in Italy

IMG_9367

La scorsa settimana ho visitato The Glamour of Italian Fashion 1945 – 2014 al V&A di Londra. L’ennesima mostra sulla moda italiana? Non proprio, visto che (qualche marchetta a parte) il percorso espositivo curato da Sonnet Stanfill è ricco e a tratti sorprendente. L’approccio è puramente cronologico e prende il via – of course – dalla Sala Bianca e da quel geniaccio del marketing che era Giovanni Battista Giorgini. In mostra si possono vedere abiti piuttosto rari, come il capolavoro di pizzo modernista uscito dalla matita di Schubert (si vede a sinistra in questa foto), ma anche capi di Simonetta, delle Sorelle Fontana, di Capucci. Moda fiorentina, Hollywood sul Tevere, moda pronta milanese, ma anche casi tutti da scoprire come Tortonese di Torino.

Bella la parte dedicata ai distretti, che fa ben capire dove siano le reali radici del Made in Italy, la base produttiva che rende possibile ogni esperimento stilistico. Per poi arrivare alla nascita della figura dello stilista: molti se lo dimenticano, ma anche questa è un’invenzione italiana, che supera quella del couturier e del sarto, con la sua capacità di unire un certo tipo di abito con uno specifico stile di vita, anticipando il concetto di lifestyle.

In chiusura una grande sala racchiude il meglio degli ultimi anni, da Valentino a Stella Jean, da Dolce&Gabbana a Fausto Puglisi.

Come tutti gli italiani di ritorno da Londra mi chiedo perché non sia possibile avere una mostra di questo genere da noi. In questo gli inglesi hanno vinto e – senza spocchia – ci spiegano perché siamo quello che siamo. Ma guardano avanti anche quando realizzano una retrospettiva e ci fanno gentilmente capire che, per quanto sia lunga la tradizione dell’artigianato italiano, non è poi così lunga quella del Made in Italy per come lo conosciamo oggi. A volte, il mantra del rispetto della tradizione può portare a sentirsi troppo sicuri di sé, certi che tanto ce la caveremo comunque, grazie alla nostra storia e ai nostri luoghi comuni preferiti (l’arte ovunque, la sensibilità per il bello bla bla bla). Quel 1945-2014 nel titolo dovrebbe essere un “fino ad oggi”, ma non smette di sembrarmi una data di nascita con accanto una data di morte.

Un certo tipo di moda italiana non c’è più, ce ne dobbiamo solo accorgere. Penso a quella nata tra gli anni ’50 e ’70, esplosa tra gli ’80 e ’90 e immobilizzata negli ultimi 15 anni. I due stilisti più giovani (di gran lunga i più giovani!) in mostra sono Stella Jean (classe 1980) e Fausto Puglisi (del 1976). Non è un caso che siano così pochi. Sarebbe stato bello vedere una sala in più, quella del futuro, piena di lavori fatti da giovani creativi italiani loro coetanei o persino più giovani. Perché ci sono, e lottano in mezzo a noi, con risultati eccezionali.

Attendo speranzoso una mostra che tra qualche anno celebrerà il nuovo Made in Italy, una mostra in cui Stella e Fausto saranno ormai la tradizione del secondo Made in Italy.

Annunci

Angelica, Elena, Tommy

IMG_6746

Cinema per la moda, moda per il cinema

Dopo il successo dei film brevi dedicati a Candy, Prada ritorna a collaborare con Wes Anderson per un nuovo cortometraggio, in cui l’italianità la fa da protagonista: “Castello Cavalcanti”. Sette splendidi minuti fatti con omaggi a Fellini (la Mille Miglia che passa per Rimini in Amarcord), set a Cinecittà, costumi di Milena Canonero, un parlato che unisce italiano e inglese (e fa tanto via Veneto), tutte le icone degli anni ’50.

Beccatevi questo, Dolce&Gabbana. Guardate come si rende omaggio al cinema italiano, imparate che cos’è l’ironia. Ecco a voi il cinema per la moda, anzi, la moda per il cinema.

Smiling Fashion Week 3

Viviana Volpicella

Viviana Volpicella

Simone Marchetti

Simone Marchetti

IMG_3293IMG_3287

Satoshi Klein e Paula Cademartori

Satoshi Klein e Paula Cademartori

Smiling Fashion Week 2

Anna Dello Russo

Anna Dello Russo

IMG_3647

Elisa Nalin

Elisa Nalin

Alessandro Enriquez

Alessandro Enriquez

IMG_3450

Giovanna Battaglia

Giovanna Battaglia

Gli indignati e i silenziosi

pradadg.001-219 luglio 2013: i negozi milanesi di Dolce&Gabbana chiusi per indignazione.

20 luglio 2013: apre il nuovo negozio di Prada in Galleria Vittorio Emanuele.

In due soli giorni si sono visti due eventi molto diversi, difficilmente paragonabili, geograficamente vicini, ma che hanno espresso due stili distanti, due approcci forti e opposti nel concepire il rapporto tra moda e città, tra stilisti e Comune di Milano. Si è vista la differenza tra chi grida e chi sussurra, tra chi si scompone e urla per una (brutta, bruttissima) frase fuori posto e tra chi cerca accordi e fa qualcosa di vero e duraturo per la città. Se da una parte c’è chi inizia un percorso di lungo termine, che proseguirà nel progetto di creare spazi inclusivi e gratuiti per Milano (la Fondazione Prada), dall’altra c’è chi è solito comprare edifici per trasformarli in spazi privati, aperti su invito solo in occasione di feste esclusive (il Metropol).

Icona di questa vicenda saranno le immagini scattate da giornalisti e turisti, ma anche le due pagine uscite lo stesso giorno su La Repubblica: quelle di Prada che raccontano di un progetto snob e celebrativo, quelle di Dolce&Gabbana in cui si racconta (con un tono da melodramma e un’impaginazione approssimativa) il perché dello stato d’animo piccato, con tanto di intervento degli avvocati.

Entrambi i marchi cercano il profitto facendo cose belle: questo è il loro lavoro. Ma con una visione dell’impresa e dello stile diametralmente opposte. Che si esprimono non solo in scarpe e accessori, ma anche nel modo di comunicare e di mettersi in relazione con clienti e istituzioni.

Ci metto la faccia

Schermata 2012-12-11 alle 23.29.02Queste riflessioni sono nate per il contributo dato ad Alberto Cavalli per un suo articolo pubblicato in Russia da Vedomosti.

La voglia della moda di cercare testimonial forti va di pari passo con la sua forsennata ricerca di una nuova identità.

Negli anni ‘80 gli stilisti erano in grado di definire in maniera esemplare la loro immagine, trasferendola con decisione sulle persone, pronte ad accettare di farsi testimonial consapevoli di stili e marchi. Negli anni ’90 è poi stato il momento delle top-model, vere e proprie alleate delle griffe che, grazie alla loro immagine e al gossip, contribuivano a far aumentare in maniera esponenziale il contenuto di glamour legato ad ogni loro apparizione.

Con il nuovo millennio è arrivato il momento delle celebrity, dei volti noti di musica, cinema e arte, pronti a prestarsi ad un mondo ormai in forte crisi di idee: infatti le persone, stanche delle accelerazioni artificiose della moda nei cambiamenti stagionali, hanno iniziato a rivolgersi a mondi quali arte (poco dopo il 2000 si è addirittura iniziato a parlare di art victims), architettura e – soprattutto – cucina. Dalle copertine di Vogue alle campagne pubblicitarie globali, i volti noti sono diventati una scorciatoia, un modo semplice e veloce per farsi notare. Ma anche per farsi mettere in ombra.

Negli ultimi anni si sta invece andando verso un nuovo equilibrio, in cui i personagi conosciuti sono scelti non soltanto in funzione della dose di notorietà, ma anche per le affinità elettive che le avvicinano ai valori del marchio. Le storie reciproche si vanno sempre più intrecciando, in un percorso di senso che diventa arricchimento, e non solo in termini economici. Lo dimostrano l’ormai celeberrimo finale della sfilata per la collezione maschile AI 2012/2012 di Prada (protagonisti Tim Roth, Adrien Brody e Gary Oldman), ma anche il recente e reiterato “matrimonio all’italiana” tra Bellucci, Balti e Dolce&Gabbana, la purezza fredda di Tilda Swinton e Kristen Dunst per Pomellato e Bulgari. Identità, talenti, personalità di personaggi e marchi si avvicinano in questi casi per rafforzarsi ed alimentarsi a vicenda. E non è un caso che si tratti sempre più spesso di progetti a lungo termine, in cui sembrano ripetersi le leggendarie liaison tra muse e creativi.