This was Plastic

IMG_8033Qualche giorno fa a Milano si è tenuta alla Mediateca Santa Teresa l’anteprima del film This is Plastic. Il documentario diretto da Patrizio Saccò, che lo ha scritto con Massimiliano Fraticelli. 

Nicola Guiducci e Lucio Nisi raccontano la storia della gloriosa discoteca milanese e accompagnano il pubblico in un bel viaggio nella memoria, partito nel 1980 e che nel 2012 ha subito un brusco cambio di rotta con la chiusura della sede di Viale Umbria 120 e lo spostamento in via Gargano.

Si tratta di un documento interessante e dovuto, ricco di foto degli anni ’80, immagini dei frequentatori ormai entrati nella storia del costume (Andy Warhol e Keith Haring sopra tutti), immagini di feste e serate (alcune organizzate da Maurizio Cattelan). Non mancano i cameo della Pinky e di Sergio Tavelli (gli odiati e venerati selezionatori all’ingresso), ma anche di Saturnino e Elio Fiorucci, sinceri fan e sostenitori del Plastic.

Ma al centro ci sono la musica e la libertà, sempre, la qualità della selezione di Guiducci combinata con le idee talmente al passo coi tempi da essere in grado di anticiparli. Come ha scritto Mariuccia Casadio, “quello spazio ha infatti saputo chiamare a raccolta, mescolare, fondere modi diversi di essere, sentire, ascoltare, apparire, vestirsi, travestirsi”.

Nel documentario la nostalgia la fa da padrona, forse un po’ troppo. In sintesi, è un gran bel documentario sul passato di un mito vivente, ma che vive e lotta in mezzo a noi. Ha inciso  la decisione di concentrarsi sul passaggio dalla vecchia alla nuova sede, lo smantellamento contrapposto all’allestimento, l’ultima serata e la saracinesca che scende definitivamente. Ma se questo era il Plastic, com’è quello di adesso?

Sarebbe bello vedere un altro documentario, per capire cosa e come sia cambiato il passaggio da Killer a Palace. Inutile ripetersi che tutto è rimasto uguale, anzi, tutto è diverso. Ma non è detto che sia un male, visto che il Plastic non è mai stato uguale a se stesso.

Agatha loves Elio

Questa sera si presenta a Milano il libro “Agatha Ruiz de la Prada loves Elio Fiorucci. Arte e moda dalla pop al neopop”, curato da Fabriano Fabbri e Federica Muzzarelli. All’interno c’è un mio breve saggio dedicato al coolhunting. Di seguito un estratto di quello che ho scritto.

Le basi nobili della ricerca delle tendenze possono essere individuate nella pratica sociologica ed antropologica dei primi anni del ‘900, ma applicazione a fini creativi e commerciali è cosa più recente, ed Elio Fiorucci rappresenta il vero pioniere in questo ambito.

(…) Nel corso degli anni la direzione artistica della casa è affidata ad un gruppo di creativi che si riunisce a partire dal 1977 sotto il nome di Ufficio Dxing: la struttura non è gerarchica e diventa fondamentale il “turismo visivo”, ovvero la ricerca continua di novità in tutto il mondo e in tutte le espressioni artistiche, da quelle ufficiali fino all’underground: ci troviamo qui di fronte ad un vero prototipo di quello che dopo vent’anni prenderà il nome di coolhunting. L’Ufficio Dxing presiede non solo alla ricerca, ma anche allo studio dei capi d’abbigliamento e degli accessori, delle etichette, delle shopping bag, dell’arredamento dei negozi, delle vetrine, dell’organizzazione degli eventi.

I primissimi anni Ottanta segnano l’ingresso nella moda di Agatha Ruiz de la Prada. Il suo percorso è opposto a quello di Fiorucci, ma complementare. Se la creatività di Fiorucci cresce “dal basso”, quella di Agatha nasce “dall’alto”, da una dimensione d’avanguardia, ma più istituzionale: infatti “condivide le sue inquietudini con i creativi più illustri del momento. Andy Warhol, Chillida, Bofil, Umbral, Almodóvar, Annie Leibovitz e tanti altri”. Negli anni in cui Fiorucci organizza feste memorabili allo Studio 54, Agatha apre regolarmente il suo studio di calle Marqués de Riscal per happening a cui prendono parte artisti, intellettuali, buona società madrilena. Se Fiorucci punta su kitsch, nani da giardino, iconografia indiana, pinup degli anni ’50, la fonte d’ispirazione di Agatha sono Sonia Delaunay, Donald Judd, Paco Rabanne.

(…) Ciò che unisce i due creativi è la passione viscerale per la mescolanza e per la ricerca onnivora, in ogni settore, con un moto assimilabile alla filosofia di un altro grande sintetizzatore di stili, Paul Smith: “You can find inspiration in everything (and if you can’t, look again)”. Allo stesso modo, il loro intervento creativo non si limita all’abbigliamento, ma si allarga fino ad arrivare al design, all’arredamento, alla grafica, con il desiderio di vestire non solo le persone, ma di investire mondo intero.

La “tendenza Fiorucci” vive dell’osservazione della strada, mentre la “tendenza Agatha” si nutre di cultura alta: tuttavia entrambi vanno nella direzione di una libertà spensierata e folle, fatta di gioia, colore, icone e spirito pop. Ed ecco che la “Love Therapy” all’italiana, si intende alla perfezione con il cuore scelto come logo della casa spagnola.

Una storia d’amore