Costume National FW 2016/2017

Costume National is synonym with black, New Wave, rock’n’roll darkness. Until now.

The show we saw a few days ago in was Milan truly a surprise. Despite  it felt undoubtedly “Costume”, this time around Ennio Capasa painted his dark canvas with sporadic touches of flashy colors like fire engine red, cobalt blue and chlorophyll green. Not to mention the artisanal “couture” touches, intricate embroidery as well as an elaborate use of studs.

Like in a rock show, the colors acted as spotlights, and spotlights make you discover something that was hidden, underlining once again the mysterious power of darkness.

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Costume e lingua

Come si pronuncia Costume National? All’inglese (Costium Nescional) o alla francese (Costüm Nasional)? Nel settore moda pare non ci sia una risposta univoca.

Anche alla sfilata della collezione uomo PE2015 si sentivano entrambe le versioni, pronunciate da fashionisti di ogni latitudine. Ma poco importa. Quello che conta è che anche questa volta Ennio Capasa è riuscito a parlare la sua lingua, quella di uno stile chiaro, netto, definito, preciso, focalizzato. Può piacere o meno, ma è uno dei pochi stilisti che abbia il coraggio di lavorare di fino, aggiungendo a ciascuna collezione un pezzo di percorso senza doverlo stravolgere ogni volta, senza scopiazzare tendenze preconfezionate o facendo – chessò – salti mortali dalla Sicilia alla Spagna cercando una giustificazione da sussidiario ormai scaduto.

Capasa parla la lingua di una trasgressione raffinatissima, che normalizza quello che una volta faceva storcere il naso, che sa cristallizzare la storia delle subculture e ce le fa vedere con occhi nuovi.

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David Lynch è leggero come una pietra

IMG_6365Cos’hanno in comune Saturnino e Ennio Capasa? Massimo Banzi e Pietro Corraini? Franco Battiato e David Lynch? Fanno belle cose, d’accodo. Ma soprattutto, sono leggeri come pietre.

Da qualche anno Stone Italiana (azienda veronese di marmi e affini), grazie al coordinamento visionario e amabilmente folle di Lorenzo Palmeri, organizza una serie di eventi intitolati proprio Leggero come una pietra. Nel loro showroom milanese, con cadenza irregolare, Stone e Lorenzo invitano personaggi interessanti, ognuno dei quali incarna una forma diversa di fare progetto.

L’ultimo incontro è stato con il mitico (per una volta questo termine non è usato a sproposito) David Lynch, ma non per parlare di cinema (che banalità!) bensì di meditazione trascendentale. Abbiamo scoperto che la pratica da 40 anni, due volte al giorno, e a suo dire non ha mai saltato un appuntamento. Se non è questo un progetto!

Lynch apre con un’introduzione ampia come il mondo, contorta come una sua trama, lucida come le visioni di ogni suo lavoro, che tocca la meditazione, passa per la biologia e arriva fino ad Einstein. Basta poco e ha tutta la sala in pugno, felice di essere catturata dai gesti dolci delle sue grandi mani.

Per spiegare il suo eclettismo creativo (nasce come pittore ed è anche un eccellente fotografo, tra le altre cose) ci dice che le idee sono come i pesci per gli chef: mica si creano dal nulla, si devono solo catturare. Però il bello viene quando è ora di cucinare, visto che le idee possono essere anche uguali tra loro (i pesci, appunto), ma sta al cuoco scegliere la ricetta giusta: cinema, pittura, fotografia, musica. Quello che conta è la ricetta.

Incalzato da Lorenzo Palmeri chiarisce che è importante avere disciplina, ma che non deve essere pesante. Gli innamorati se ne fregano delle ore di macchina che servono per raggiungere l’oggetto del loro amore. Quindi? Quindi non è uno sforzo, ma un atto d’amore.

E la sua giornata tipo? Si alza, prende un cappuccino, accende una sigaretta e poi medita. Qualcuno ride, qualcuno protesta, molti si sentono che potrebbero iniziare a meditare già domattina.

Arriva una domanda più pruriginosa di un’inchiesta sul sesso: soldi e lavoro, come stanno assieme? Lynch dice che molte persone lavorano per fare soldi, altre per amore di quello che fanno. Per alcuni il successo sta nei soldi, per altri è fare quello che dà soddisfazione. Il fatto è che tutti abbiamo bisogno di un po’ di soldi per campare, ma è triste dover lavorare solo per pagare i conti. Ammette che anche lui l’ha fatto, appena diplomatosi alla scuola di cinema di Los Angeles, distribuendo giornali porta a porta, ma sempre riducendo i tempi di lavoro al minimo e limitando le spese, proprio per riuscire a mettere le sue passioni al centro della sua vita.

Chiude riprendendo un tema già toccato nell’intervista a Che tempo che fa, un argomento che potrebbe meritare un libro intero sul ruolo sociale dell’artista. Chi fa arte – sostiene Lynch – può accontentarsi di essere un puro e semplice testimone. Ovvero. Non si deve soffrire per mostrare la sofferenza, si può parlare di cose tristissime ed essere felici. L’artista è colui che dimostra, chiarisce, fa vedere attraverso il suo lavoro, non necessariamente con la propria vita.

L’artista ci racconta il mondo attraverso i suoi progetti.