John Varvatos Menswear AW2015

Milan, 17 January 2015

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Rock’n’John

Difficile parlare di moda e cultura oggi. È difficile citare senza copiare, difficile raccontare il già visto senza sembrare noiosi, difficile affrontare le icone senza essere leziosi.

John Varvatos fa eccezione. Da buon americano non ha paura di raccontare il passato con la giusta distanza, riesce a prendere il suo heritage e a giocarci. Per la collezione PE 2015 è partito dai Queen, in particolare da “A Night at the Opera“, portando nell’abbigliamento da giorno quello che di solito si trova di sera. Così ha usato tessuti chiari e stropicciati, ma con le forme tipiche delle giacche e dei gilet che si possono vedere alla Scala o al Met.

Il risultato è credibile e divertente, fatto di costruzioni ben studiate, forme lineari e nette, che ben si sposano con uno tocco leggero e rilassato. Ma soprattutto abbiamo visto uno stile genuinamente maschile, per niente ambiguo, in cui anche i fiori di stoffa applicati al bavero della giacca non ricordano Chanel, ma un deciso gesto rock, al limite del punk, capace di dimostrare una profonda conoscenza di quello di cui si sta parlando.

Costume e lingua

Come si pronuncia Costume National? All’inglese (Costium Nescional) o alla francese (Costüm Nasional)? Nel settore moda pare non ci sia una risposta univoca.

Anche alla sfilata della collezione uomo PE2015 si sentivano entrambe le versioni, pronunciate da fashionisti di ogni latitudine. Ma poco importa. Quello che conta è che anche questa volta Ennio Capasa è riuscito a parlare la sua lingua, quella di uno stile chiaro, netto, definito, preciso, focalizzato. Può piacere o meno, ma è uno dei pochi stilisti che abbia il coraggio di lavorare di fino, aggiungendo a ciascuna collezione un pezzo di percorso senza doverlo stravolgere ogni volta, senza scopiazzare tendenze preconfezionate o facendo – chessò – salti mortali dalla Sicilia alla Spagna cercando una giustificazione da sussidiario ormai scaduto.

Capasa parla la lingua di una trasgressione raffinatissima, che normalizza quello che una volta faceva storcere il naso, che sa cristallizzare la storia delle subculture e ce le fa vedere con occhi nuovi.

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MSGM in 3D

Subito dopo la sfilata della collezione uomo PE2015 di MSGM, mi sono chiesto come sarei riuscito a trasferire in fotografia i pensieri e le sensazioni che il lavoro di Massimo Giorgetti mi aveva provocato. Il colore prima di tutto, quel colore mai prevedibile, sempre calibrato di fino, pieno di riferimenti colti e/o pop. Poi le stampe, così dirette e chiare, nitide nell’idea e nell’esecuzione, capaci di parlare ogni lingua, con ogni mercato del pianeta.

Come esaltare colore e stampe? Come valorizzare la forte bidimensionalità della collezione? Cancellando proprio stampe e colore, passando dal 2D al 3D, all’esaltazione della forma dell’abito, ai suoi confini piuttosto che farsi distrarre da quello che si trova al centro. Ed ecco che sono letteralmente esplose le caratteristiche costruttive di MSGM, spesso nascoste dall’overdose creativa organizzata della stampa. E si notano meglio lo studio su dove debba cascare la spalla, l’ampiezza del collo, la lunghezza di giacche e pantaloni, lo spessore delle suole, l’ampiezza della calzata.

Non solo felpe, stampe, colore: Giorgetti e il suo team sanno fare ben di più. Come ha scritto Style.com, “MSGM may be the best shot Milan has to a next big thing.” Perché hanno il coraggio di fare quello che a noi italiani viene meglio, ovvero prendere un po’ di quello che ci circonda, trasformarlo e renderlo qualcosa di mai visto prima.

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I fashion blogger non sono la rovina della moda

IED Barcelona

IED Barcelona

Puntuali come ogni giro di fashion week, ecco che in quei giorni si svegliano i difensori del “Vero Stile”, quelli che “i fashion blogger sono la rovina della moda”, “Christian Dior si rivolterebbe nella tomba”, “che pagliacci”, “non sopporto quello che mi tocca di vedere all’ingresso delle sfilate”, “faccio foto ma non sono una fashion blogger”, “ormai non riesco più a fotografare degli outfit interessanti” e così via.

Suzy Menkes ha già fatto una perfetta analisi del fenomeno dal punto di vista di una giornalista che sa fare bene il suo mestiere, ma vedere il popolo del web (blogger, influencer, outfitter, Instagrammer, redattori digitali et similia) che si rivolta, francamente sa tanto di teatro dell’assurdo.

Perché di teatro si tratta. Cosa sono le sfilate se non il momento di rappresentazione massima del sistema moda? Cosa sono se non l’apoteosi dell’immagine sopra il contenuto? Ci sono mille altre occasioni per sperimentare la qualità dei dettagli, la meraviglia delle lavorazioni, la bellezza del progetto, l’eccellenza di tagli e forme, ma le fashion week sono per definizione il tempo della rappresentazione, non del racconto.

Succede anche durante il Salone del Mobile, quando i puristi si scandalizzano davanti al “Sagrone del Mobile” di zona Tortona, alle vetrine della moda trasformate in contenitori di oggetti d’arredo, alle feste in cui non vedi nemmeno un oggetto. Piaccia o no, questi fuochi d’artificio sono il necessario momento di richiamo per il grande pubblico, le casse di risonanza in cui vale tutto, le migliori occasioni possibili per dare sfogo alla visibilità e per incontrare persone e personaggi.

Il vero lavoro di chi ama lo moda dovrebbe essere la ricerca del bello, non la critica del brutto. Tutte le volte in cui ci troviamo di fronte alle chiassose celebrazioni collettive delle “week”, ad ogni latitudine, vediamo la sperimentazione più pura. E non tutti gli esperimenti sono ciambelle con un bel buco al centro. La sperimentazione estrema non arriva solo dagli stilisti, dai designer, dalle aziende, ma oggi arriva anche dalle persone comuni, dagli utenti, da chi la moda la mette suo suo corpo e non su quello di una modella professionista.

Per cui ben venga il circo, se il circo ci consente di osservare il nuovo, non solo il passato che non passa mai, fatto solo di bellezza e regole della nonna. Chissenefrega dell’eleganza pura, quella delle cariatidi dello stile che oggi vediamo solo nei musei. La moda, se vuole avere ancora un’occasione per dire qualcosa sul mondo che cambia, deve accettare di essere maltrattata, ripresa, stravolta e ricomposta. Magari con un po’ di ironia e leggerezza, con il sorriso di chi può imparare qualcosa di nuovo anche da chi ci sembra strano e fuori luogo, persino kitsch.

Le reazioni indignate dei benpensanti sono state il sale e il pepe che ha permesso a ogni grande nome di fare un passo avanti. Oggi è facile e comodo rimpiangere Anna Piaggi, Coco Chanel, Isabella Blow, Yves Saint-Laurent, solo per citare i più citati: ognuno di loro ha fatto esperimenti, fregandosene bellamente di quello che si diceva attorno a loro, facendo errori e correggendoli, provando a fare quello che avevano voglia di fare per poi modificarlo in base a quello che avrebbero pensato poco dopo.

Gli stilisti da passerella oggi sono (giustamente) influenzati anche da quello che succede al di fuori delle loro sfilate, perché i più intelligenti sanno osservare il cambiamento senza prendere posizioni retrograde e chiuse, sapendo poi rifinire il loro stile di conseguenza, per assonanza o per contrasto. Perché Prada ha deciso di inserire le pellicce nelle collezioni Primavera/Estate? Sicuramente per vendere nell’emisfero australe, ma anche perché nell’emisfero boreale le sfilate Autunno/Inverno si fanno a febbraio, quando fa piuttosto freddo, e in quell’occasione la gente della moda indossa già i primi abiti proposti per la bella stagione. Se in collezione c’è qualcosa che possa scaldare un po’ (non le calze, quelle non si mettono!) è probabile che appaia su tutti i giornali e blog del mondo indosso ad Anna dello Russo come anteprima di quello che si trova già nei negozi. E questa nuova regola è stata dettata anche dal proliferare del “circus of fashion”.

Infatti, se la strada influenza ancora la passerella, oggi è anche la strada con i binari del tram di Milano, il blogger mile di Parigi, il cortile della Somerset House di Londra e la piazza del Lincoln Center di New York. Certo è che vediamo le esagerazioni, le esasperazioni, le pagliacciate: ma non succedeva anche negli anni ’80? Ah, i mitici anni ’80, spesso resi mitici soltanto dalla nostalgia di chi in quegli anni iniziava la sua carriera nel mondo della moda e si sentiva libero di fare quello che voleva, errori e orrori inclusi.

Solo il tempo sarà in grado di dire chi aveva ragione o no, chi aveva una visione e chi invece aveva solo voglia di fotografare per essere fotografato. Ma fintanto che si prova a fare qualcosa di nuovo e di diverso, vive la revolution!

Perché se il giudizio sullo stile può essere personale, sulla sperimentazione sarebbe utile essere quantomeno possibilisti. Con la certezza che (giusto per citare il solito Oscar Wilde) “il brutto può essere bello, il carino mai”.

 

Marni’s artistry

fotoA few days ago Marni unveiled the FW 2014/15 menswear collection, confirming that they know how to make clothing (of course) and presentations (not so obvious). The venue was their showroom, a former industrial space, a large open area in which they have prepared a series of white cubes, used as screens for the projection of a virtual catwalk (a see video below).

The collection was simply put on hangers, in a separate space where people were free to talk, chat, discuss about the clothes, touch them, take pictures. A very relaxed and cozy atmosphere, miles away from the frenzy of the Fashion Week.

Clever way to let professionals be in touch with clothes and people, the cores of the fashion business.

Video Credits:

Creative direction by MARNI
Realized by Naù Germoglio
Music by Paul Noble
Models: Elvis Jankus and Matvey Lykov

Paula&Paula

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