Una fiaba al museo Salvatore Ferragamo

La storia di Salvatore Ferragamo è sospesa tra la realtà di un’azienda solida e leggenda di un’origine che affonda le proprie radici in un’epoca lontana.

Prendiamo ad esempio la sua bellissima autobiografia, che non è scritta con l’obiettivo di essere un documento in grado di dire poche e semplici verità, bensì si presenta come un racconto che a tratti diventa mitologico, persino mistico. Ferragamo racconta ad esempio di non aver mai imparato a fare scarpe, ma che le sapeva fare, se lo ricordava da una vita precedente. Racconta di visioni, percezioni, verità rivelate.

La sua vita ha gli elementi fondamentali di ogni fiaba, roba che nemmeno Propp: l’infanzia nel villaggio, il viaggio verso l’ignoto che diventa esperienza di formazione, il ritorno in patria, l’inizio dell’impresa, la caduta, la risalita, la scoperta dell’amore, l’incontro con i personaggi più illustri e famosi del secolo.

Non è un non è un caso che l’allestimento corrente del Museo Salvatore Ferragamo (aperto fino al 31 marzo 2014) si intitoli Il Calzolaio Prodigioso e sia organizzato come il viaggio all’interno di una fiaba, in cui le calzature sono le molliche che punteggiano il percorso.

C’è tanta arte contemporanea (uno su tutti, Mimmo Palladino, autore di una suggestiva installazione site specific e della locandina del museo), una bella colonna sonora composta da Luis Bacalov, vecchi libri di fiabe in cui le scarpe sono protagoniste (da Cenerentola al Gatto con gli Stivali, da Scarpette Rosse a Pelle d’Asino), un racconto per immagini del grande fumettista Frank Espinosa e un piacevole film diretto da Mauro Borrelli, White Shoe.

Anche il catalogo, curato in ogni dettaglio dall’ottima Stefania Ricci, è un prezioso documento ricco di belle immagini, testi dettagliati e precisi. Non è facile raccontare per l’ennesima volta le vicende della vita di Ferragamo e la storia della calzatura, ma questo volume riesce appieno nel suo obiettivo.

C’è ancora quasi un mese per vedere la mostra e da sola merita un salto a Firenze.

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Un buono spettacolo

Lo scorso sabato Italia a Tavola ha premiato i personaggi dell’anno al Baglioni di Firenze. Una bella occasione per mettere assieme una bella combriccola di grandi chef, in uno showcooking che ha riservato una serie di interessanti sorprese.

La prima è stata l’idea di mettere assieme cibo e moda, con gli abiti che prendevano ispirazione dalla cucina, una prima assoluta per l’Italia. Un gruppo di studenti dello IED Firenze ha collaborato con gli chef per realizzare una serie di abiti, con il supporto operativo di Manusa. D’altronde anche i vestiti sono fatti di ingredienti e ricette che, se svolti a dovere, danno origine alla bellezza. E se è vero che questo primo esperimento poteva apparire un po’ naif, si tratta di una strada interessante e ricca di potenzialità, che potrebbe portare a progetti di intreccio vero e fecondo tra le discipline, un legame che non sia il solito rapporto strumentale della moda che cerca di recuperare la coolness perduta (tipo i ristoranti e i bar aperti dalle griffe, per intenderci).

Ma i vincitori assoluti della serata di sabato sono stati i piatti. Ecco i miei preferiti.

IMG_6976Giancarlo Morelli ha preparato un tuorlo d’uovo confit tiepido affumicato, insalatina di quinoa amaranto e riso soffiato, tartare di salmerino e le sue uova. Bello e buono, anche se il riso soffiato non ce l’avrei messo (non riesco a fare a meno di pensare ai Rice Crispies…). Il tuorlo tiepido mi ha ricordato le uova appena deposte, ancora calde, che bevevo da piccolo nel pollaio di mia nonna: la prospettiva di Anton Egò.

IMG_6975Marco Stabile serviva la sua bruschetta al Grana Padano Dop, cavolo nero e olio del Consorzio Toscano Igp, consigliando di mangiarla con le mani. Ottima scelta: un piatto “ignorante” (come direbbero a Roma) ma pieno di ingredienti sopraffini, da mangiare in piedi, circondati da una sala piena di persone in black tie, facendo facce buffe e leccandosi le dita. Il miglior complimento per lo chef.

IMG_6972Ho fatto due belle scoperte in un colpo solo, perché non conoscevo Rosanna Marziale e non sapevo cosa fosse la maritata. Quella di Rosanna (fatta con Grana Padano Dop all’olio del Consorzio Toscano Igp) era davvero un piatto della memoria, che sapeva di feste in famiglia e dell’amore di chi cucina per i suoi cari.

IMG_6971La manioca croccante con baccalà mantecato, guacamole e paprika affumicata di Andrea Berton è stato il vero fuoco d’artificio della serata: il gusto della paprika (affumicata) dava un profumo di legna bruciata al primo boccone, per poi svanire completamente e lasciare il campo a un gioco tra morbido (il baccalà e il guacamole) e croccante (la cialda di manioca). Una notevole infilata di sorprese per naso, palato e cervello.

IMG_6968Il baccalà mantecato di Daniele Zennaro era tanto semplice quanto sorprendente, perché servito in una cialda rigida, che lo ha trasformato in un potenziale ottimo street food del futuro. Da mangiare a volontà, senza ritegno alcuno, pensando intensamente alle calli di Venezia.

L’eredità di Jole

10630545824_8820491af6_oJole Veneziani è uno dei nomi più noti della storia della moda italiana, ma allo stesso tempo uno dei meno conosciuti. In questi giorni e fino al 24 novembre, Villa Necchi Campiglio ospita un piccolo gioiello di mostra che ne racconta la storia attraverso una curatissima selezione di abiti, provenienti dalla Fondazione Bano di Padova. Il sottotitolo della retrospettiva dice tutto quello che ci si vede aspettare: “alta moda e società a Milano”.

Gli abiti in mostra sono sparpagliati per le stanze della Villa, su manichini che raccontano i preparativi per una festa, in un percorro ideale che va da mattina a sera. Tessuti e lavorazioni si possono osservare nel dettaglio, facendo scoprire particolari incredibili, ma soprattutto mostrando l’eredità che Jole Veneziani ci ha lasciato.

La Veneziani faceva dunque alta moda, mica prêt-à-porter. Dopo aver iniziato con la pellicceria è passata agli abiti, vestendo le donne più eleganti di Milano e alcune delle dive più note del secondo dopoguerra, come Maria Callas. Gli abiti su misura erano destinati a rendere indimenticabili le prime della Scala oppure film come “Giulietta degli Spiriti”. È stata una delle protagoniste delle mitiche sfilate organizzate da Giorgini a Firenze, ma anche consulente di Alfa Romeo per l’utilizzo del colore nelle automobili.

Guardando i ricami, i tagli netti, le forme geometriche, le piccole trasgressioni nelle lunghezze, si scopre ad esempio che l’abbigliamento disegnato da Miuccia Prada, per come lo conosciamo oggi, non sarebbe mai esistito. Si vede benissimo che le reti di cristalli, i ricami scultorei e tridimensionali, l’uso delle pietre, i pantaloni drittissimi e leggermente svasati alla caviglia, portati in passerella da Prada negli ultimi anni “massimalisti”, erano il marchio di fabbrica di Veneziani già negli anni ’50 e ’60. La Veneziani sosteneva che la sua donna ideale deve essere semplice e seria di giorno, allegra e pronta a fare festa di notte, due poli opposti che ben si adattano anche all’approccio al giorno e alla sera di Prada. Fa anche piacere scoprire che Prada in questo caso non è né copiona né citazionista, solo fortemente legata alla tradizione della milanesità più profonda e autentica, in cui la creatività e il rigore non si separano mai.

I cambiamenti del 1968 (quelli con i lanci di uova ai suoi abiti alle prime della Scala) sono stati l’inizio della fine dello stile (e della maison) Veneziani. E proprio in quegli anni Miuccia Prada prendeva parte alle manifestazioni studentesche: avrà tirato qualche uovo anche lei sugli abiti realizzati da Jole Veneziani? Probabilmente no, perché Miuccia ne ha idealmente raccolto il testimone, trasformando negli anni ’80 uno stile che non aveva più ragion d’essere, ma che avrebbe mantenuto la tradizione della moda di Milano.

Il Sole sui Tetti

My new article from Cool Hunting

Il Sole sui Tetti (The Sun on the Roofs), a project of contemporary culture and communication, is a citywide installation created by Felice Limosani for Gruppo 24 ORE. This evocative and spectacular event takes place in the heart of the city of Florence—the first edition was launched in June 2011, while the second is on display now through 15 January, 2012.

The majestic renaissance Palazzo Strozzi is the core of “Luci e Ombre” (Lights and Shadows), a video mapping aiming to evoke the big transformations of today’s culture, economy and society. This site-specific work sees an ambitious counterpart in a fascinating network of rays of light, symbolically and visually linking the towers and domes of some of the most beautiful squares of Florence. Departing from Forte Belvedere to the Basilica of Santa Croce, from the tower of Palazzo Vecchio to Giotto’s bell tower in Piazza del Duomo, the rays of white light link various parts of the city, creating new points of view on the city’s iconic beauty.

Felice Limosani tells us that Il Sole sui Tetti was born as a visualization of a clear message: the change in perspective between reality and imagination. The first edition’s setting were some of the most beautiful terraces in Florence, endowed with mirrors and special machinery which gave new and artistic visions on the city. The new project draws on the aesthetics of light and shadows with the languages of video art, performance and light art photography. It’s a tale of light and creates shadows that allow us to understand the light itself. A metaphor to inspire new light to be contrasted to the old shadows.”

Il Sole sui Tetti
Palazzo Strozzi
Florence, Italy 50123