Osservatorio Prada: observing from both sides of the camera

Osservatorio is the most recent addition to Fondazione Prada. Opened on December 21, 2016 it is located in the very heart of Milan and is meant to showcase “photography and visual languages” today.

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Curated by Francesco Zanot, the opening exhibition is “Give me yesterday”.

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Fourteen Italian and international artists are the protagonists. Their names? Melanie Bonajo, Kenta Cobayashi, Tomé Duarte, Irene Fenara, Lebohang Kganye, Vendula Knopova, Leigh Ledare, Wen Ling, Ryan McGinley, Izumi Miyazaki, Joanna Piotrowska, Greg Reynolds, Antonio Rovaldi, Maurice van Es.

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The art on display is eye-catching, as well as the sourroundings. Being on top of the historic Galleria Vittorio Emanuele II, from the huge windows we can observe the glass top of the ancient arcade. This unusual point of view makes Osservatorio a real observatory over the city.

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I visited the space at dusk and had a lot of fun with my Fuji X100T. But I was not alone, since lots of photographers and phonographers were all going back and forth from looking at pictures to actually taking pictures.

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And this composition of Italian panoramas by Antonio Rovaldi is probably the most instagrammed work of the entire exhibition.

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Osservatorio is an ideal place for those who really love photography, from both sides of the camera.

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Gli indignati e i silenziosi

pradadg.001-219 luglio 2013: i negozi milanesi di Dolce&Gabbana chiusi per indignazione.

20 luglio 2013: apre il nuovo negozio di Prada in Galleria Vittorio Emanuele.

In due soli giorni si sono visti due eventi molto diversi, difficilmente paragonabili, geograficamente vicini, ma che hanno espresso due stili distanti, due approcci forti e opposti nel concepire il rapporto tra moda e città, tra stilisti e Comune di Milano. Si è vista la differenza tra chi grida e chi sussurra, tra chi si scompone e urla per una (brutta, bruttissima) frase fuori posto e tra chi cerca accordi e fa qualcosa di vero e duraturo per la città. Se da una parte c’è chi inizia un percorso di lungo termine, che proseguirà nel progetto di creare spazi inclusivi e gratuiti per Milano (la Fondazione Prada), dall’altra c’è chi è solito comprare edifici per trasformarli in spazi privati, aperti su invito solo in occasione di feste esclusive (il Metropol).

Icona di questa vicenda saranno le immagini scattate da giornalisti e turisti, ma anche le due pagine uscite lo stesso giorno su La Repubblica: quelle di Prada che raccontano di un progetto snob e celebrativo, quelle di Dolce&Gabbana in cui si racconta (con un tono da melodramma e un’impaginazione approssimativa) il perché dello stato d’animo piccato, con tanto di intervento degli avvocati.

Entrambi i marchi cercano il profitto facendo cose belle: questo è il loro lavoro. Ma con una visione dell’impresa e dello stile diametralmente opposte. Che si esprimono non solo in scarpe e accessori, ma anche nel modo di comunicare e di mettersi in relazione con clienti e istituzioni.

È più #madeinitaly Prada o Armani?

Nel pieno della Settimana della Moda di Milano, di domenica mattina, prima ancora del primo caffè, Nospoilerplease mi chiede: “Ma è più Made in Italy Prada o Armani?”.

Appena svegli certe domande ti mandano in tilt. Ma dopo un caffè, zuccheri, carboidrati e un altro caffè, ho iniziato a chiarirmi le idee.

Entrambi sono altrettanto #madeinitaly (cancelletto tuttoattaccato), ovvero alfieri del buon gusto di quella moda che da poco più di 50 anni rappresenta lo stivale all’estero, poco importa dove sia prodotta. Ma lo sono in modo diverso, e non soltanto per la scelta di tessuti, colori, forme e accessori.

I dati economici (si possono trovare in questo articolo dell’ottima Paola Bottelli) sono equiparabili e immagino che anche i mercati siano più o meno analoghi.

Se Giorgio Armani rappresenta il meglio della tradizione italiana, Prada incarna il massimo dell’innovazione che gli italiani sanno fare. Strano, soprattutto se si considera che la prima sfilata di Giorgio Armani si è tenuta a Milano nel 1978, mentre il marchio dei F.lli Prada esiste dal 1913. Ma analizzando lo stile di ognuno si vede come le rispettive poetiche vadano in direzioni opposte rispetto all’età dei marchi.

Armani ha da sempre lavorato di fino per la definizione di un tocco che era già evidente agli esordi, all’insegna di moderazione, modulazione, armonie, sottigliezze. Infatti i suoi detrattori hanno gioco facile nel dire che fa le stesse cose da 35 anni, ma non è un’affermazione dimostrabile. Armani lavora come un artigiano, che gode nel migliorarsi ogni volta che si ripete. Come un calligrafo cinese, ripercorre per anni le stesse tracce, alla ricerca del gesto perfetto. Per lui le stagioni della moda non sono altro che un buon motivo per curare maniacalmente i suoi lavori; ogni nuova opportunità commerciale (dall’Emporio agli hotel) gli alza la palla a rete per applicare la sua visione ad altri contesti. Come Ralph Lauren, Armani lavora per ampiezza: ha costruito un universo sensoriale ed estetico, che potrà serenamente sopravvivere a lui grazie alla forza e alla chiarezza con cui è stato definito. Le sorprese ci sono e sono continue (il rosso, gli accessori giganti, le sperimentazioni della linea Privé), ma sono contrasti armonici e ben assestati, capaci di sottolineare sempre più la coerenza del contesto in cui vengono inseriti.

Da Prada, al contrario, la sorpresa è la norma. Fin dalle origini, già dall’apertura del negozio in Galleria, ogni oggetto nasceva dall’unione di oggetti esotici e meravigliosi: seta e avorio, osso e velluto, cristalli e galuscià, che davano forma a borse, guanti, bastoni da passeggio, perfetti eredi dei bottini commerciali dei grandi esploratori giramondo nostrani. L’italianità si trova anche nel comune e costante desiderio di scappare e poi tornare, il modo migliore per capire come casa nostra sia il posto più bello al mondo. Miuccia Prada fa questo ancora oggi: la sua voglia di scoprire artisti, pensatori, ispirazioni l’ha portata a creare la Fondazione e le scarpe con i fanali delle auto anni ’50, le stampe di Julie Verhoeven e i sombreri a righe, gli abiti chandelier fatti solo di cristalli e gli zainetti di nylon, i negozi Epicenter e i convegni con i filosofi. Il suo approccio allo moda è appassionato, viscerale, artistico ed esplorativo. Prada lavora per profondità, andando in cerca dell’ispirazione più sorprendente e adatta al momento, ma quella giusta, non quella trendy, quella che ci può ricordare lo spirito dei tempi che cambiano, non quella che ci racconta i capricci momentanei della moda. Il risultato più tangibile è una coerenza che lega ogni passo, dagli abiti neri elasticizzati alle cascate di cristalli e borchie sugli accessori.

E se Armani si definisce “sarto”, qualche giorno fa Miuccia ha detto a Gianni Riotta di essere una “modaiola”: due figure chiave del Made in Italy, in cui il mondo si può riconoscere in egual modo.

Promesse e regali

Milano

La nuova Fondazione Prada è un gradito regalo, per chi vive a Milano ma anche per chi si trova a passarci di frequente.

Nel giro di qualche anno, la nuova fondazione metterà a disposizione 17.500 metri quadrati di spazi per mostre, cinema, arti applicate, ma anche cucina, caffè e un’area dedicata a Luna Rossa.

Operazione furba? Non importa: se il risultato sarà buono per la città, ben venga un’operazione di immagine di questo genere. Meglio questo delle promesse fatte da stilisti dal fatturato equiparabile a quello di Prada, che hanno costruito teatri e luoghi per la città, usati solo per cene tra amici; oppure negozi che dovevano essere le nuove piazze e che invece chiudono prima che la gente esca dal lavoro; ma anche mostre bellissime ma riservate alla stampa anche durante il Salone del Mobile, quando la città si apre per magia.

La Fondazione Prada è la dimostrazione che la moda può avere anche uno stile, oltre gli abiti e gli accessori.