Smiling Fashion Week 3

Viviana Volpicella

Viviana Volpicella

Simone Marchetti

Simone Marchetti

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Satoshi Klein e Paula Cademartori

Satoshi Klein e Paula Cademartori

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Smiling Fashion Week 2

Anna Dello Russo

Anna Dello Russo

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Elisa Nalin

Elisa Nalin

Alessandro Enriquez

Alessandro Enriquez

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Giovanna Battaglia

Giovanna Battaglia

Gli indignati e i silenziosi

pradadg.001-219 luglio 2013: i negozi milanesi di Dolce&Gabbana chiusi per indignazione.

20 luglio 2013: apre il nuovo negozio di Prada in Galleria Vittorio Emanuele.

In due soli giorni si sono visti due eventi molto diversi, difficilmente paragonabili, geograficamente vicini, ma che hanno espresso due stili distanti, due approcci forti e opposti nel concepire il rapporto tra moda e città, tra stilisti e Comune di Milano. Si è vista la differenza tra chi grida e chi sussurra, tra chi si scompone e urla per una (brutta, bruttissima) frase fuori posto e tra chi cerca accordi e fa qualcosa di vero e duraturo per la città. Se da una parte c’è chi inizia un percorso di lungo termine, che proseguirà nel progetto di creare spazi inclusivi e gratuiti per Milano (la Fondazione Prada), dall’altra c’è chi è solito comprare edifici per trasformarli in spazi privati, aperti su invito solo in occasione di feste esclusive (il Metropol).

Icona di questa vicenda saranno le immagini scattate da giornalisti e turisti, ma anche le due pagine uscite lo stesso giorno su La Repubblica: quelle di Prada che raccontano di un progetto snob e celebrativo, quelle di Dolce&Gabbana in cui si racconta (con un tono da melodramma e un’impaginazione approssimativa) il perché dello stato d’animo piccato, con tanto di intervento degli avvocati.

Entrambi i marchi cercano il profitto facendo cose belle: questo è il loro lavoro. Ma con una visione dell’impresa e dello stile diametralmente opposte. Che si esprimono non solo in scarpe e accessori, ma anche nel modo di comunicare e di mettersi in relazione con clienti e istituzioni.

Ma c’era una volta?

La sfilata di Dolce&Gabbana per il prossimo AI 2012/2013 è stata salutata dalla stampa internazionale come una delle loro migliori prove di sempre. Barocchismi, oro, mediterraneo, ricami, pizzi, fiori, opulenza, Bellucci, Pavarotti, La donna è mobile: insomma, il mash-up definitivo, la perfetta visione dell’Italia così come la immagina il resto del mondo, “a dramatic Italianate vision of Palazzo life” (come ha scritto Suzy Menkes). In sostanza, un passato che prima non c’era e ora c’è.

Se domenica scorsa un alieno fosse atterrato al Metropol, avrebbe immaginato di trovarsi alla sfilata di un marchio storico, una solida azienda giunta alla terza o alla quarta generazione di imprenditori, una collezione magistrale pensata per ribadire la forza di una tradizione. Ma Domenico Dolce e Stefano Gabbana hanno sfilato per la prima volta nel 1985, senza nessuna eredità stilistica alle spalle. È vero che già da qualche stagione hanno spinto al massimo la retromarcia, andando alla ricerca di fondamenta forti nella sartorialità, nel calcio, nel cinema, nelle immagini più riconoscibili: ma usano la retromarcia per andare avanti, con una Ferrari che non procede in contromano, ma sulla corsia giusta, la coda al posto della testa. E lo dimostra anche il fatto che siano i migliori tra gli stilisti italiani ad usare il web e i social network.

Stanno immaginando uno scintillante futuro, così come fece Giovan Battista Giorgini nel dopoguerra con le sfilate della Sala Bianca, quando chiese ai nostri sarti di creare una tradizione della moda ispirata ai classici del Rinascimento, per poi invitare gli americani a comprarli. Allo stesso modo Dolce&Gabbana sta creando un passato che fino a ieri non c’era, ma che domani ci sarà, senza rivoluzioni ma con chiarezza di idee e una dose massiccia di creatività.

Vista la forza del loro presente e passato, sarebbe bello vederli lavorare non soltanto attraverso la creazione di stimoli stilistici e comunicativi, ma anche con la produzione di veri e propri contenuti culturali inediti. Verso un futuro che non c’era.

Peccato

Milano

Extreme Beauty in Vogue è una mostra interessante. Tutto qua.

Si tratta di una grande celebrazione di Vogue&Dolce&Gabbana, nella quale non si vedono molte novità, ma vale la pena di essere vista in quanto (parziale) antologia di volti e stili di rappresentazione dei volti stessi. Passeggiando per la grande sala del Palazzo dei Mercanti, non si hanno sussulti e le provocazioni (come le cappelle simil darkroom che custodiscono le opere o i cori da chiesa) sono prevedibili.

Un peccato. Ma non perché si sia andati contro qualche comandamento, soltanto per l’occasione persa. Troppa confusione, una linea curatoriale assente, un percorso troppo lineare.

Il vero scandalo estremo è dover pagare per entrare, vista la natura puramente pubblicitaria dell’evento.