Like a stone

Some more memories from the Milan Fashion Week.

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Reflection Week

Some more memories form Milan Fashion Week.

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Chiara Ferragni

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Animal Fashion Week

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L’essenza di Tom

Milano

A Single Man è la pura essenza di Tom Ford.

Un film per nulla emozionante ma meraviglioso in tutto, che ama indulgere sui dettagli e non mostra mai un insieme, per non distrarre dalla cura estrema di ogni particolare. Nulla è fuori posto: luce, materiali, colore, bianco e nero si succedono con una grazia magistrale. Ma tutto si ferma all’occhio, senza mai arrivare al cuore.

Tom Ford è un maestro di stile, del suo stile, che ha creato prima con il suo lavoro di Gucci, poi con la tappa da Yves Saint-Laurent, infine con il suo marchio che – non per caso – è partito da occhiali e profumi per arrivare ad una linea che è quella che conosciamo oggi. Con questo film ha realizzato un poderoso moodboard nel quale è riuscito a sintetizzare tutte le ispirazioni del suo lavoro, della sua incredibile creatività senza fantasia. Ogni scena potrebbe essere presa, separata dal tutto e vivrebbe comunque di vita propria. Sarebbe interessante provare a smontare e rimontare tutto il film, combinarlo come si fa con giacche, camicie, pantaloni e accessori: tutto è così coordinato e coerente che il risultato sarebbe comunque bellissimo.

Il bello: è l’ossessione di Tom Ford ed è anche la punteggiatura della vita lineare del professor Falconer (interpretato da un ottimo Colin Firth), che si completa per contrasto la vita da baraccona di Charley (resa indimenticabile da una Julianne Moore in splendida forma).

Facendo sintesi della sua moda, delle sue campagne pubblicitarie e del suo (primo) film, emerge chiaramente che lo stile di Tom Ford è fatto di citazioni calibrate, reminiscenze nitide, nostalgie purissime, regole rigorose, talmente cristalline ed essenziali da arrivare a congelare ogni tipo di obiezione o emozione.

A Single Man non è un film: è un profumo che non ha nessun profumo, ma che arriva nella boccetta più bella che ci sia.

Too much is too much?

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New York

Abbiamo comprato, stracomprato, iperacquistato. E ora ci siamo stufati.

Si sta già parlando di un ritorno dell’understatement, ma non è detto che sia solo una questione etica. Di certo è anche una questione di stile, di vero e proprio stile di vita, di comportamento e di pensiero (massì, mettiamoli tutti assieme!). Ancora una volta etica ed estetica vanno di pari passo, scavalcando la moda, che dimostra di nuovo una arretratezza cronica, ormai decennale.

Nel noiosissimo documentario Terra Madre, l’attivista indiana Vandana Shiva esprime un concetto condivisibile: non dobbiamo lavorare sui nostri acquisti, ma sui nostri desideri. Desiderare meno è la chiave per consumare meglio. Ridefinire i bisogni è una necessità che si è imposta con la crisi mondiale in corso, ma si sta dimostrando un efficace antidoto anche al cattivo gusto, al troppo che stroppia, all’eccesso di tutto, dal cibo ai vestiti, dal design alle decorazioni.

Il consumo sta quindi definendo “per forza” quello che la moda avrebbe dovuto intraprendere “per stile”.

Davvero stile italiano

New York

Molti operatori della moda stanno parlando della minaccia di una serpeggiante “russizzazione” di molti marchi italiani, proprio quelli dei quali ci vantiamo quando andiamo all’estero, o quando accompagniamo qualche amico straniero per le strade delle nostre città. In questi giorni di fiere e sfilate, è normale entrare un uno showroom e di vedere due sezioni distinte, una delle quali riservata al mercato russo. Ma anche le vetrine di Montenapo e le pagine di Vogue di questi mesi, sembrano confezionate apposta per fare l’occhiolino a clienti che arrivano da noi attraversando gli Urali.

Lo stile italiano è Armani, ma anche Cavalli, tanto quanto Scervino e Dolce&Gabbana, così come i decoratori di interni romani o i sarti napoletani. Stile italiano è pizza e cotoletta, cassöla e prosciutto e melone, salame e tiramisù. Sono tutte cose diversissime tra di loro, spesso agli opposti, ma solo se consideriamo lo stile inteso come insieme di segni. Noi italiani lo stile l’abbiamo sempre definito in modo da piacere al conquistatore di turno: gli austriaci a Milano, i Borbone a Napoli, gli americani con i dollari negli anni ’70.

L’origine della moda italiana viene fatta risalire alla Sala Bianca, legata alle iniziative imprenditoriali di Giovan Battista Giorgini: non si trattava altro che di un modo di dare un bel volto, una bella faccia ad un metodo produttivo esistente ma in affanno dopo la guerra. Giorgini chiese ai migliori sarti italiani di reinterpretare il Rinascimento e la storia dell’arte, in sostanza di dare agli americani quello che si aspettavano, di rendere abbigliamento quello che vedevano per le strade e nei musei.

Oggi la storia si ripete: ci stiamo semplicemente trasformando, per l’ennesima volta. E non sarà l’ultima, sicuramente. Gli stili si devono evolvere nella direzione più opportuna, e di solito vanno nella direzione degli affari migliori. Quello che non deve cambiare è il nostro sistema produttivo, il “made in” che ci rende veramente unici al mondo.

Edizioni limitanti

New York

Le edizioni limitate sono un limite esse stesse: chiudono e non hanno visione. Sono un’illusione di unicità, un’esclusività serializzata, non autentica. Sono programmazioni un po’ più piccole, ma sempre legate al meccanismo più becero della moda che fa consumare per il gusto di farlo.

Portare prodotti di massa come fossero unici oppure personalizzarli direttamente: questo non limita, non chiude ma al contrario apre alla vera personalizzazione, alla vera identità che si può definre anche attraverso quello che indossiamo.