Un buono spettacolo

Lo scorso sabato Italia a Tavola ha premiato i personaggi dell’anno al Baglioni di Firenze. Una bella occasione per mettere assieme una bella combriccola di grandi chef, in uno showcooking che ha riservato una serie di interessanti sorprese.

La prima è stata l’idea di mettere assieme cibo e moda, con gli abiti che prendevano ispirazione dalla cucina, una prima assoluta per l’Italia. Un gruppo di studenti dello IED Firenze ha collaborato con gli chef per realizzare una serie di abiti, con il supporto operativo di Manusa. D’altronde anche i vestiti sono fatti di ingredienti e ricette che, se svolti a dovere, danno origine alla bellezza. E se è vero che questo primo esperimento poteva apparire un po’ naif, si tratta di una strada interessante e ricca di potenzialità, che potrebbe portare a progetti di intreccio vero e fecondo tra le discipline, un legame che non sia il solito rapporto strumentale della moda che cerca di recuperare la coolness perduta (tipo i ristoranti e i bar aperti dalle griffe, per intenderci).

Ma i vincitori assoluti della serata di sabato sono stati i piatti. Ecco i miei preferiti.

IMG_6976Giancarlo Morelli ha preparato un tuorlo d’uovo confit tiepido affumicato, insalatina di quinoa amaranto e riso soffiato, tartare di salmerino e le sue uova. Bello e buono, anche se il riso soffiato non ce l’avrei messo (non riesco a fare a meno di pensare ai Rice Crispies…). Il tuorlo tiepido mi ha ricordato le uova appena deposte, ancora calde, che bevevo da piccolo nel pollaio di mia nonna: la prospettiva di Anton Egò.

IMG_6975Marco Stabile serviva la sua bruschetta al Grana Padano Dop, cavolo nero e olio del Consorzio Toscano Igp, consigliando di mangiarla con le mani. Ottima scelta: un piatto “ignorante” (come direbbero a Roma) ma pieno di ingredienti sopraffini, da mangiare in piedi, circondati da una sala piena di persone in black tie, facendo facce buffe e leccandosi le dita. Il miglior complimento per lo chef.

IMG_6972Ho fatto due belle scoperte in un colpo solo, perché non conoscevo Rosanna Marziale e non sapevo cosa fosse la maritata. Quella di Rosanna (fatta con Grana Padano Dop all’olio del Consorzio Toscano Igp) era davvero un piatto della memoria, che sapeva di feste in famiglia e dell’amore di chi cucina per i suoi cari.

IMG_6971La manioca croccante con baccalà mantecato, guacamole e paprika affumicata di Andrea Berton è stato il vero fuoco d’artificio della serata: il gusto della paprika (affumicata) dava un profumo di legna bruciata al primo boccone, per poi svanire completamente e lasciare il campo a un gioco tra morbido (il baccalà e il guacamole) e croccante (la cialda di manioca). Una notevole infilata di sorprese per naso, palato e cervello.

IMG_6968Il baccalà mantecato di Daniele Zennaro era tanto semplice quanto sorprendente, perché servito in una cialda rigida, che lo ha trasformato in un potenziale ottimo street food del futuro. Da mangiare a volontà, senza ritegno alcuno, pensando intensamente alle calli di Venezia.

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I fashion blogger non sono la rovina della moda

IED Barcelona

IED Barcelona

Puntuali come ogni giro di fashion week, ecco che in quei giorni si svegliano i difensori del “Vero Stile”, quelli che “i fashion blogger sono la rovina della moda”, “Christian Dior si rivolterebbe nella tomba”, “che pagliacci”, “non sopporto quello che mi tocca di vedere all’ingresso delle sfilate”, “faccio foto ma non sono una fashion blogger”, “ormai non riesco più a fotografare degli outfit interessanti” e così via.

Suzy Menkes ha già fatto una perfetta analisi del fenomeno dal punto di vista di una giornalista che sa fare bene il suo mestiere, ma vedere il popolo del web (blogger, influencer, outfitter, Instagrammer, redattori digitali et similia) che si rivolta, francamente sa tanto di teatro dell’assurdo.

Perché di teatro si tratta. Cosa sono le sfilate se non il momento di rappresentazione massima del sistema moda? Cosa sono se non l’apoteosi dell’immagine sopra il contenuto? Ci sono mille altre occasioni per sperimentare la qualità dei dettagli, la meraviglia delle lavorazioni, la bellezza del progetto, l’eccellenza di tagli e forme, ma le fashion week sono per definizione il tempo della rappresentazione, non del racconto.

Succede anche durante il Salone del Mobile, quando i puristi si scandalizzano davanti al “Sagrone del Mobile” di zona Tortona, alle vetrine della moda trasformate in contenitori di oggetti d’arredo, alle feste in cui non vedi nemmeno un oggetto. Piaccia o no, questi fuochi d’artificio sono il necessario momento di richiamo per il grande pubblico, le casse di risonanza in cui vale tutto, le migliori occasioni possibili per dare sfogo alla visibilità e per incontrare persone e personaggi.

Il vero lavoro di chi ama lo moda dovrebbe essere la ricerca del bello, non la critica del brutto. Tutte le volte in cui ci troviamo di fronte alle chiassose celebrazioni collettive delle “week”, ad ogni latitudine, vediamo la sperimentazione più pura. E non tutti gli esperimenti sono ciambelle con un bel buco al centro. La sperimentazione estrema non arriva solo dagli stilisti, dai designer, dalle aziende, ma oggi arriva anche dalle persone comuni, dagli utenti, da chi la moda la mette suo suo corpo e non su quello di una modella professionista.

Per cui ben venga il circo, se il circo ci consente di osservare il nuovo, non solo il passato che non passa mai, fatto solo di bellezza e regole della nonna. Chissenefrega dell’eleganza pura, quella delle cariatidi dello stile che oggi vediamo solo nei musei. La moda, se vuole avere ancora un’occasione per dire qualcosa sul mondo che cambia, deve accettare di essere maltrattata, ripresa, stravolta e ricomposta. Magari con un po’ di ironia e leggerezza, con il sorriso di chi può imparare qualcosa di nuovo anche da chi ci sembra strano e fuori luogo, persino kitsch.

Le reazioni indignate dei benpensanti sono state il sale e il pepe che ha permesso a ogni grande nome di fare un passo avanti. Oggi è facile e comodo rimpiangere Anna Piaggi, Coco Chanel, Isabella Blow, Yves Saint-Laurent, solo per citare i più citati: ognuno di loro ha fatto esperimenti, fregandosene bellamente di quello che si diceva attorno a loro, facendo errori e correggendoli, provando a fare quello che avevano voglia di fare per poi modificarlo in base a quello che avrebbero pensato poco dopo.

Gli stilisti da passerella oggi sono (giustamente) influenzati anche da quello che succede al di fuori delle loro sfilate, perché i più intelligenti sanno osservare il cambiamento senza prendere posizioni retrograde e chiuse, sapendo poi rifinire il loro stile di conseguenza, per assonanza o per contrasto. Perché Prada ha deciso di inserire le pellicce nelle collezioni Primavera/Estate? Sicuramente per vendere nell’emisfero australe, ma anche perché nell’emisfero boreale le sfilate Autunno/Inverno si fanno a febbraio, quando fa piuttosto freddo, e in quell’occasione la gente della moda indossa già i primi abiti proposti per la bella stagione. Se in collezione c’è qualcosa che possa scaldare un po’ (non le calze, quelle non si mettono!) è probabile che appaia su tutti i giornali e blog del mondo indosso ad Anna dello Russo come anteprima di quello che si trova già nei negozi. E questa nuova regola è stata dettata anche dal proliferare del “circus of fashion”.

Infatti, se la strada influenza ancora la passerella, oggi è anche la strada con i binari del tram di Milano, il blogger mile di Parigi, il cortile della Somerset House di Londra e la piazza del Lincoln Center di New York. Certo è che vediamo le esagerazioni, le esasperazioni, le pagliacciate: ma non succedeva anche negli anni ’80? Ah, i mitici anni ’80, spesso resi mitici soltanto dalla nostalgia di chi in quegli anni iniziava la sua carriera nel mondo della moda e si sentiva libero di fare quello che voleva, errori e orrori inclusi.

Solo il tempo sarà in grado di dire chi aveva ragione o no, chi aveva una visione e chi invece aveva solo voglia di fotografare per essere fotografato. Ma fintanto che si prova a fare qualcosa di nuovo e di diverso, vive la revolution!

Perché se il giudizio sullo stile può essere personale, sulla sperimentazione sarebbe utile essere quantomeno possibilisti. Con la certezza che (giusto per citare il solito Oscar Wilde) “il brutto può essere bello, il carino mai”.