La lentezza della velocità

moonsun_backstage_15Qualche giorno fa è uscito il primo videoclip italiano realizzato interamente a 120 fps con un iPhone 5S. Impressionante vedere la qualità di questo lavoro, che dimostra come ogni mezzo (anche potente, per carità) in mano ai creativi giusti, possa dare risultati sorprendenti.

La potenza è nulla senza controllo, è vero, e sono certo che nei prossimi mesi vedremo un sacco di video inutili fatti con questa tecnica. Ma questo è un gioiellino di lavoro, realizzato con cura dai ragazzi di Sistemi Affini per (e con) la cantante Olivia Salvadori. Si tratta di una piccola performance, avvenuta lo scorso fine settimana all’Assab One di Milano. Elia Castangia e il suo team hanno dovuto lavorare non poco alle luci, per ottenere un video che, girato in pochi secondi, potesse andare oltre il mezzo per sorprendere con la sua poesia e qualità.

Questa è creatività vera, che assomiglia tanto a quella degli artigiani, che sanno trovare le soluzioni ai problemi, che sono rapidi nell’individuare il da farsi, che con sapienza e mestiere usano al meglio i mezzi a loro disposizione.

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Nike VS Apple VS Jawbone

loghi.001Nel mese di agosto mi sono dedicato all’esplorazione del West americano, da Vancouver a San Francisco. In questo percorso ho avuto la fortuna di visitare le sedi di tre belle aziende: Nike, Apple e Jawbone. Realtà molto diverse che – da nord a sud – rappresentano dimensioni molto diverse dell’impresa e dello stile americano.

La sede di Nike è una sorta di grande campus universitario poco fuori Portland: tutto è molto informale, le persone della security sono severe ma gentili e sorridenti, l’atmosfera generale è tranquilla e rilassata, gli spazi ampi (le distanze da percorrere tra un ingresso e l’altro sono letteralmente chilometriche e molti si portano le biciclette da casa). Ogni dipendente – compatibilmente con i propri impegni lavorativi – ha la possibilità di praticare ogni tipo di sport, a qualsiasi ora, a qualsiasi livello (dall’amatoriale al professionistico), completamente gratis. Come tutte la aziende americane il lavoro è quasi 24/7 e alle mail di lavoro si risponde anche da casa prima di mettersi a dormire. Ma qui non è New York, non c’è lo stress della East Coast: questo è l’Oregon, qui siamo a Beaverton, a due passi da Portlandia, a pochi minuti dalla natura più estrema (che sia oceano o alta montagna non importa) e a stretto contatto con il nostro corpo.

Tutta un’altra storia a Cupertino, dove la Apple è una presenza palpabile e massiccia, cresciuta negli anni fino ad occupare ogni isolato di questo angolino di California circondato dalle autostrade. Dopo la foto di rito accanto all’insegna di 1 Infinite Loop, fatta la gimcana tra i turisti che sperano di trovare memorabilia nel piccolo negozio aperto al pubblico, entriamo con i nostri accompagnatori e ci registriamo con estrema facilità. Decidiamo di pranzare nella mensa, magnifica e brulicante di centinaia di persone (in grandissima maggioranza under 40) che si fanno strada per scegliere il cibo migliore ed accaparrarsi un tavolo per sedersi. Il cibo è ottimo, la scelta incredibile (dal vegano al carnivoro, dalla pizza alle ostriche) e i prezzi bassissimi. Ma la sensazione generale resta quella di un friendly estremamente controllato, di uno spirito da surfista che corre libero ma sotto sorveglianza speciale. Lo si vede nell’attenzione ad ogni gesto fatto e ad ogni parola detta, alla sottile tensione competitiva che sottopelle dice: “Attenzione. Qui in un attimo mi possono far fuori”. E visto che ogni cosa che accade qua dentro rappresenta un segreto da non svelare, ovviamente quell’attimo è un’ipotesi nemmeno troppo remota.

Dopo aver visitato Apple, dopo una visita al Computer History Museum, andiamo a San Francisco per un veloce salto da Jawbone. Qui si respira un’aria totalmente diversa, da startup, ma comunque da startup con 400 dipendenti. Partiti dagli auricolari bluetooth e dalle casse acustiche, ora stanno sbancando con i braccialettini traccatutto: il benessere per le orecchie sembra essere stato il grimaldello per arrivare al benessere a trecentosessanta gradi, quello che sconfina persino nella salute. Arriviamo verso sera assieme ad una quantità enorme di cibo, perché qui non c’è la mensa, ma se lavori fino a tardi l’azienda ti offre la cena. Tacos e insalate corrono da una scrivania all’altra, tra i Mac e le scartoffie. Anche qui l’età media è bassissima e si intravedono un sacco di hipster e fashioniste. Potrebbe essere una festa qualsiasi all’Ace Hotel, ma siamo nel cuore del domani tecnologico, che unisce magistralmente design e funzione, hardware e software, corpo e cervello. E il futuro sembra essere proprio qui, tra queste le aziende che hanno imparato la lezione dei grandi, tra marketing, ricerca, design delle funzioni, design delle forme, design delle interfacce, ergo innovazione.

Se Nike è la storia dell’attività fisica che diventa mercato, se Apple è la storia del design che si fonde con le idee, aziende come Jawbone rappresentano la miglior sintesi di tutti questi aspetti, che si alleano, si fondono e, magicamente, si trasformano in un design invisibile, che nasconde la tecnologia e aiuta a gestire il proprio corpo.

Portland, ovvero della grazia hipster

IMG_6301Portland è il parco giochi degli hipster. Da queste parti edifici di mattoni, camicie a quadri, barbe e scarponi da montanaro, negozi di felpe couture, librerie che mescolano libri vintage a blockbuster, qui sono la norma. E appaiono con una spontaneità disarmante.

Se è vero – come diceva Baldassarre Castiglione – che la grazia è sforzo senza affettazione, Portland è il regno della grazia hipster. Sembra Williamsburg in formato città, ma senza la mascheratura di fasullo che spesso traspare da chi si atteggia a “io non sono mainstream”. Qui è l’amore per la vita all’aperto che spinge a possedere scarponcini da hiking, è la passione per le notti in tenda che abitua ad indossare tessuti scozzesi, sono le gite a Mount Rainer che fanno scegliere zainetti tecnici, sono le insegne anni ’50 di Fish Grotto e Georgia’s Grocery che fanno nascere la grafica retro-tipografica, sono i pomeriggi passati da Powell’s City of Books (il negozio di libri più grande del mondo!) a farti passeggiare con libri stropicciati sottobraccio.

Poi c’è la moda, of course: ci sono l’Ace Hotel e Stumptown Coffee, ma qui è pari pari come essere a New York. Però basta passare sull’altro lato della strada per trovare un’unicum: si sta finendo di realizzare Union Way, una piccola galleria commerciale in cui regna un meraviglioso equilibrio tra costruzioni in legno e iPad, sushi e caramelle artigianali, moda commerciale e rarità, hype e heritage: insomma, il paradiso hipster.

Passeggiando per Portland si ha davvero l’impressione che la definizione di hipster vada rivista e approfondita, che non sia solo un trend passeggero ma più radicale, che non sia un fenomeno di facciata ma uno stile destinato a rimanere ancora a lungo.

E probabilmente le sue radici non sono da cercare sulla East Coast, ma in Oregon.

Flos 50th Anniversary

My new article from Cool Hunting

In its 50-year tenure Flos has truly embodied the spirit of Italian design, serving as a laboratory of experimentation for designers such as Ronan and Erwan BouroullecAchille CastiglioniAntonio CitterioPaul CocksedgeRodolfo DordoniRon GiladKonstantin GrcicPiero Lissoni,Jasper MorrisonMarc NewsonTobia ScarpaPhilippe StarckPatricia Urquiola and Marcel Wanders, just to name a few. Entrepreneurs Dino Gavina, Arturo Eiseinkeil and Cesare Cassina established the brand in 1962 based on the simple values of talent, art and culture, and in 1964 Flos— meaning “flower” in Latin—moved to the Brescia area under the guidance of Sergio Gandini, the visionary who brought in legendary talents like Achille and Pier Giacomo Castiglioni and Tobia Scarpa.

Gandini thus began the brand’s remarkable story of passion, hard work and a near obsessive devotion to experimentation, research and innovation—all of which has been diligently documented in the Flos Historical Archive by Gandini’s wife and the 2011 Compasso d’Oro winner Piera Pezzolo Gandini. With the help of a team of professionals and friends, for the last six years Pezzolo Gandini has undertaken meticulous research, restoration and classification work to bring together prototypes, designs, original drawings, packaging, graphics, advertising, photographs, film clips, books, catalogues, awards and appearances at trade fairs, exhibitions and museums. The archive takes various forms—multimedia, paper and collections of products and objects.

In order to celebrate this important anniversary, Flos is launching an iPad application developed by Mobile Dream Studio. We recently had the chance to preview the app in Milan, and it is not simply a catalogue, but a true journey in the history of design. Sergio and Piera’s son, Piero, the CEO of Flos, collaborated with writer and journalist Stefano Casciani and photographer Ramak Fazel to create a real family history focused on “precision, project and poetry”.

The app—available late April 2012—offers a detailed chronological sequence of facts, full of archived images of the people who started the company, as well as sketches, prototypes, games, products and videos of the production processes.

When bigger is better

Visitando la mostra A Bigger Picture, la prima cosa che si nota è che David Hockney sa dipingere, eccome se sa dipingere!

La qualità di ogni suo gesto è quella dei grandi maestri. Possiede la tecnica, sa come applicarla e sa come stravolgerla nello stesso dipinto. Conosce la storia della pittura e passa con disinvoltura dallo spazio barocco allo spazio elettrico di Cèzanne. Ma non solo. In questa mostra si riscoprono le nebbie nordiche di Leonardo, i colori acidi di Pontormo, l’ampiezza grandangolare dei panorami di Constable e Turner, le ombre colorate degli impressionisti, i cieli allucinati di Van Gogh, le forme sbilenche di Picasso, la vertigine fredda di De Chirico, la natura carnosa di Matisse e Rousseau il Doganiere, gli alberi di Mondrian (prima che diventassero pure geometrie), le pennellate grasse di Morlotti, ma anche quelle essenziali di De Pisis. Ma non si tratta di omaggi: Hockney sa prendere il passato senza citarlo, lo utilizza e sfrutta come fosse materia, a suo uso e consumo. Infatti riconosciamo anche l’occhio contemporaneo, quello che usiamo noi oggi, quello delle fotografie che facciamo con le app, gli alberi blu, i tronchi rosa, i campi rossi e terra viola come in un set dei Simpsons.

E la tecnologia che usa (fotografia, video, iPhone e iPad) non è che uno strumento che nelle sue mani assume un significato pieno e completo. La sua è una ricerca instancabile, una passione purissima per la raccolta di sfumature, in ogni stagione e con ogni condizione atmosferica. Nel ciclo The arrival o spring ogni quadro sembra la pagina di un diario. O di un calendario.

Colpisce anche l’abbondanza di spazi vuoti, senza esseri umani, solo qualche traccia del loro passaggio e della loro presenza.

Hockney sa fare quello che sanno fare solo le grandi menti: mostrarti l’ovvio come se lo stessi scoprendo per la prima volta. I suoi video a 18 schermi scompongono la visione in 18 megapixel ad altissima definizione. Roba che nemmeno il 3D. E i suoi enormi quadri compositi sono somme di visioni parziali che diventano totali.

David Hockney RA, A Bigger Picture

Royal Academy of Arts, Londra 21 gennaio – 9 Aprile 2012

(Ispirato da uno splendido 74enne, questo è il mio primo post scritto completamente con un’iPhone, un po’ durante la visita alla mostra, un po’ in aereo, sulla via per Milano).