La lentezza della velocità

moonsun_backstage_15Qualche giorno fa è uscito il primo videoclip italiano realizzato interamente a 120 fps con un iPhone 5S. Impressionante vedere la qualità di questo lavoro, che dimostra come ogni mezzo (anche potente, per carità) in mano ai creativi giusti, possa dare risultati sorprendenti.

La potenza è nulla senza controllo, è vero, e sono certo che nei prossimi mesi vedremo un sacco di video inutili fatti con questa tecnica. Ma questo è un gioiellino di lavoro, realizzato con cura dai ragazzi di Sistemi Affini per (e con) la cantante Olivia Salvadori. Si tratta di una piccola performance, avvenuta lo scorso fine settimana all’Assab One di Milano. Elia Castangia e il suo team hanno dovuto lavorare non poco alle luci, per ottenere un video che, girato in pochi secondi, potesse andare oltre il mezzo per sorprendere con la sua poesia e qualità.

Questa è creatività vera, che assomiglia tanto a quella degli artigiani, che sanno trovare le soluzioni ai problemi, che sono rapidi nell’individuare il da farsi, che con sapienza e mestiere usano al meglio i mezzi a loro disposizione.

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Decodificare la moda

10315971636_8cd4067e64_cIeri si è tenuta a Milano l’edizione italiana di Decoded Fashion, forum internazionale su moda, digital e startup, a cura di e-Pitti. Ed è stato molto più interessante del previsto. Visto che #DFMilan è diventato subito trending topic su Twitter, lo racconto per tweet.

Prima di tutto un ricordo e un applauso per Marco Zamperini e la giornata parte con un bel pollice alzato.

Poi qualche dato interessante.

Ma a me una domanda è subito venuta spontanea.

Marco Formetno di Condé Nast introduce il tema del dialogo come base della vita (e del commercio) in Rete.

Katie Jacobs Stanton di Twitter introduce un concetto interessante.

E a me nasce un’ulteriore domanda.

Renzo Rosso dimostra ancora una volta di aver capito fino in fondo il ruolo della Rete.

Carla Sozzani, super direttore di Vogue Italia, dice la sua sulla democrazia nella moda.

Un bravo giornalista che ha capito un paio di cose della Rete è Simone Marchetti di Repubblica. Invece di criticare i fashion blogger (lo sport preferito dai giornalisti italiani, anche in sala) racconta cosa un giornalista debba fare per raccontare la moda oggi.

Ancora sui contenuti dice la sua anche Tamu McPherson, una che il “fashion circus” lo conosce da dentro.

Anche Federico Marchetti di Yoox ha sottolineato un paio di cose mica male.

Chicca finale: scaricate Sayduck e puntate all’immagine qui sotto con l’iPhone.

Nike VS Apple VS Jawbone

loghi.001Nel mese di agosto mi sono dedicato all’esplorazione del West americano, da Vancouver a San Francisco. In questo percorso ho avuto la fortuna di visitare le sedi di tre belle aziende: Nike, Apple e Jawbone. Realtà molto diverse che – da nord a sud – rappresentano dimensioni molto diverse dell’impresa e dello stile americano.

La sede di Nike è una sorta di grande campus universitario poco fuori Portland: tutto è molto informale, le persone della security sono severe ma gentili e sorridenti, l’atmosfera generale è tranquilla e rilassata, gli spazi ampi (le distanze da percorrere tra un ingresso e l’altro sono letteralmente chilometriche e molti si portano le biciclette da casa). Ogni dipendente – compatibilmente con i propri impegni lavorativi – ha la possibilità di praticare ogni tipo di sport, a qualsiasi ora, a qualsiasi livello (dall’amatoriale al professionistico), completamente gratis. Come tutte la aziende americane il lavoro è quasi 24/7 e alle mail di lavoro si risponde anche da casa prima di mettersi a dormire. Ma qui non è New York, non c’è lo stress della East Coast: questo è l’Oregon, qui siamo a Beaverton, a due passi da Portlandia, a pochi minuti dalla natura più estrema (che sia oceano o alta montagna non importa) e a stretto contatto con il nostro corpo.

Tutta un’altra storia a Cupertino, dove la Apple è una presenza palpabile e massiccia, cresciuta negli anni fino ad occupare ogni isolato di questo angolino di California circondato dalle autostrade. Dopo la foto di rito accanto all’insegna di 1 Infinite Loop, fatta la gimcana tra i turisti che sperano di trovare memorabilia nel piccolo negozio aperto al pubblico, entriamo con i nostri accompagnatori e ci registriamo con estrema facilità. Decidiamo di pranzare nella mensa, magnifica e brulicante di centinaia di persone (in grandissima maggioranza under 40) che si fanno strada per scegliere il cibo migliore ed accaparrarsi un tavolo per sedersi. Il cibo è ottimo, la scelta incredibile (dal vegano al carnivoro, dalla pizza alle ostriche) e i prezzi bassissimi. Ma la sensazione generale resta quella di un friendly estremamente controllato, di uno spirito da surfista che corre libero ma sotto sorveglianza speciale. Lo si vede nell’attenzione ad ogni gesto fatto e ad ogni parola detta, alla sottile tensione competitiva che sottopelle dice: “Attenzione. Qui in un attimo mi possono far fuori”. E visto che ogni cosa che accade qua dentro rappresenta un segreto da non svelare, ovviamente quell’attimo è un’ipotesi nemmeno troppo remota.

Dopo aver visitato Apple, dopo una visita al Computer History Museum, andiamo a San Francisco per un veloce salto da Jawbone. Qui si respira un’aria totalmente diversa, da startup, ma comunque da startup con 400 dipendenti. Partiti dagli auricolari bluetooth e dalle casse acustiche, ora stanno sbancando con i braccialettini traccatutto: il benessere per le orecchie sembra essere stato il grimaldello per arrivare al benessere a trecentosessanta gradi, quello che sconfina persino nella salute. Arriviamo verso sera assieme ad una quantità enorme di cibo, perché qui non c’è la mensa, ma se lavori fino a tardi l’azienda ti offre la cena. Tacos e insalate corrono da una scrivania all’altra, tra i Mac e le scartoffie. Anche qui l’età media è bassissima e si intravedono un sacco di hipster e fashioniste. Potrebbe essere una festa qualsiasi all’Ace Hotel, ma siamo nel cuore del domani tecnologico, che unisce magistralmente design e funzione, hardware e software, corpo e cervello. E il futuro sembra essere proprio qui, tra queste le aziende che hanno imparato la lezione dei grandi, tra marketing, ricerca, design delle funzioni, design delle forme, design delle interfacce, ergo innovazione.

Se Nike è la storia dell’attività fisica che diventa mercato, se Apple è la storia del design che si fonde con le idee, aziende come Jawbone rappresentano la miglior sintesi di tutti questi aspetti, che si alleano, si fondono e, magicamente, si trasformano in un design invisibile, che nasconde la tecnologia e aiuta a gestire il proprio corpo.

When bigger is better

Visitando la mostra A Bigger Picture, la prima cosa che si nota è che David Hockney sa dipingere, eccome se sa dipingere!

La qualità di ogni suo gesto è quella dei grandi maestri. Possiede la tecnica, sa come applicarla e sa come stravolgerla nello stesso dipinto. Conosce la storia della pittura e passa con disinvoltura dallo spazio barocco allo spazio elettrico di Cèzanne. Ma non solo. In questa mostra si riscoprono le nebbie nordiche di Leonardo, i colori acidi di Pontormo, l’ampiezza grandangolare dei panorami di Constable e Turner, le ombre colorate degli impressionisti, i cieli allucinati di Van Gogh, le forme sbilenche di Picasso, la vertigine fredda di De Chirico, la natura carnosa di Matisse e Rousseau il Doganiere, gli alberi di Mondrian (prima che diventassero pure geometrie), le pennellate grasse di Morlotti, ma anche quelle essenziali di De Pisis. Ma non si tratta di omaggi: Hockney sa prendere il passato senza citarlo, lo utilizza e sfrutta come fosse materia, a suo uso e consumo. Infatti riconosciamo anche l’occhio contemporaneo, quello che usiamo noi oggi, quello delle fotografie che facciamo con le app, gli alberi blu, i tronchi rosa, i campi rossi e terra viola come in un set dei Simpsons.

E la tecnologia che usa (fotografia, video, iPhone e iPad) non è che uno strumento che nelle sue mani assume un significato pieno e completo. La sua è una ricerca instancabile, una passione purissima per la raccolta di sfumature, in ogni stagione e con ogni condizione atmosferica. Nel ciclo The arrival o spring ogni quadro sembra la pagina di un diario. O di un calendario.

Colpisce anche l’abbondanza di spazi vuoti, senza esseri umani, solo qualche traccia del loro passaggio e della loro presenza.

Hockney sa fare quello che sanno fare solo le grandi menti: mostrarti l’ovvio come se lo stessi scoprendo per la prima volta. I suoi video a 18 schermi scompongono la visione in 18 megapixel ad altissima definizione. Roba che nemmeno il 3D. E i suoi enormi quadri compositi sono somme di visioni parziali che diventano totali.

David Hockney RA, A Bigger Picture

Royal Academy of Arts, Londra 21 gennaio – 9 Aprile 2012

(Ispirato da uno splendido 74enne, questo è il mio primo post scritto completamente con un’iPhone, un po’ durante la visita alla mostra, un po’ in aereo, sulla via per Milano).

Pijama Cases

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My new article from Coolhunting.com

Pijama, a small company embodying the luxury trademark phrase “Made in Italy”—represents good design, deep research, fine materials and a handmade process. This time, rather than designating shoes or clothing with the highly-regarded label, instead it applies to a fashionable and sturdy case for electronic devices.

The project began in 2006 when Monica Battistella (fashion and web designer) and Sergio Gobbi (deejay and architect) decided to join their passions for handmade objects and technology. They came up with a collection of scratch-proof soft cases for computers, iPods, cameras and other tech gear.

“We started designing and producing only Mac-oriented covers,” Monica tells CH, “but the rapid success made us develop also cases for PCs, digital cameras and more. We aimed to have something to cuddle and take care of, like a soft and stylish pajama.” Initially the pair handmade everything in their basement. But as the business grew rapidly, they passed off production to a few small laboratories around Milan, which guarantees both precision and craftsmanship.

The research for the right textiles is central for Pijama and part of the design process itself, often using dead stock and unexpected fabrics. “The fabrics are not exclusively made for us,” Monica explains. “We select what is originally meant for traditional blankets, drapery or classic menswear and then we double it with a special high-density material (a kind of neoprene), which makes for a certain degree of protection.”

Distributed through Fabrica Features and other design retailers, Pijama products are also available at regular computer stores, booksellers and online, ranging from €16-37.


Parti del tutto

Barcellona

In natura il macro e il micro si assomigliano in maniera impressionante, dagli atomi ai pianeti, dalle cellule agli oceani.

Gaudì è il grande maestro che ci ha insegnato che i dettagli sono parte integrante della sostanza del tutto. Ogni sua opera può essere osservata partendo dal generale per scendere al particolare, ma anche con il movimento opposto. Si possono osservare le guglie organiche della Sagrada Familia per poi osservare ogni dettaglio delle colonne che creano il bosco al suo interno, ma si possono anche analizzare fino all’ossessione tutti i pezzetti di ceramica che decorano il Parc Güell per poi osservarlo dall’altro ed immaginare che sia costruito sul dorso di un dinosauro dormiente.

Oggi moda, design e tecnologia stanno imparando questa lezione, dando vita a capolavori di operosità, di una meravigliosa complessità che scompare nel momento in cui si adoperano o si fruiscono. Questo è vero per gli abiti di Riccardo Tisci ma anche per l’iPhone, per il Bird’s Nest di Herzog & de Meuron tanto quanto per gli oggetti di Marcel Wanders.

Questi progetti e personaggi mettono in pratica un vero e proprio di trencadis, una tecnica che consente di vedere l’intero progetto in ogni piccolo dettaglio.