La moda in movimento

IMG_7936La scorsa domenica ho avuto il piacere e l’onore di partecipare ad una chiacchierata attorno ad ASVOFF, il glorioso festival del fashion film creato da Diane Pernet, arrivato a Roma al Tempio di Adriano. Con Federico PolettiClara Tosi PamphiliFabio Mollo e Susie Bubble e Valentina Grippo, abbiamo discusso di cosa sia questa forma espressiva così giovane (almeno in termini di diffusione di massa, visto il caso di Fendi) e in quale direzione stia andando.

Nei Future Vision Workshop di Future Concept Lab e nelle lezioni all’IstitutoMarangoni (soprattutto) utilizzo i fashion film ormai da anni, per la loro capacità di unire alto e basso, concetti e oggetti, visioni ardite (quando ci sono) e oggetti meravigliosi (quando arrivano). E la capacità di condensazione del cortometraggio è spesso sorprendente, a volte superiore a quella della fotografia. Il video di moda rivela più che evocare, contribuisce a far emergere la sostanza di un’idea, è capace di dare peso ad un sogno che altrimenti rischia di essere inutilmente etereo.

I fashion film sono anche la dimostrazione che la moda vince quando continua a fare il suo lavoro, ovvero attingere da altri mondi e sintetizzarli in modo nuovo. Quando la moda non fa altro che guardare il suo ombelico, ecco che prendono il via pericolosi loop che hanno portato buona parte della moda contemporanea a non essere più in grado di raccontare nulla sui tempi che stiamo vivendo. La moda deve saper respirare, assorbire, metabolizzare e dopo, solo dopo, restituire.

Ma qual è il futuro del fashion film? Sono convinto che la dimensione del racconto sia quella più ricca di possibilità per il genere, soprattutto nella dimensione del backstage e del documentario, o persino del mockumentary. Ancora una volta la moda deve imparare dal mondo dell’alimentazione e della tecnologia: il racconto di quello che accade prima e attorno alla passerella, di quello che porta alla nascita di un pezzo da sogno, non può che portare beneficio a tutto il sistema, aumentando il valore e il peso culturale di abiti e accessori.

Il fashion film è diventato quello che è grazie al web e credo si possa dire che si tratta del primo genere cinematografico nato in rete (ma sono pronto ad essere smentito). Il suo futuro è dunque nella rete, nelle sue dinamiche di sintesi e approfondimento, alla ricerca di nicchie (globali) di appassionati e di studiosi della cultura contemporanea.

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(A)social Fashion Week

Mai come quest’anno sono riuscito a seguire tanti eventi della settimana della moda milanese. Sfilate, presentazioni, eventi, rumor: tutto dal vivo, tutto in diretta, tutto in tempo reale.

Tutto via web.

La sfilata di Prada me la sono vista comodamente seduto in treno tra Ginevra e Milano, i dettagli dei ricami 3D mi sono arrivati direttamente dal backstage grazie a Giovanna Battaglia, la notizia del giro di poltrone Jil Sander/Dior/YSL me l’ha tweettata nell’orecchio Anna Dello Russo quando mi trovavo all’IstitutoMarangoni, le lacrime di Raf Simons me le ha descritte Federico Marchetti mentre stavo pranzando a Roma, la sfilata di Dolce&Gabbana me la sono goduta in streaming sul divano prima di fare una passeggiata al laghetto dell’EUR.

La moda sta diventando social? Quello che ho scritto qualche giorno fa è già invecchiato?

Certo che no. La moda istituzionale non sta cambiando, ha solo scoperto un nuovo medium, e non lo sa usare se non per sottolineare la sua esclusività, ovvero il contrario del dialogo da socialcosi. Il tono dei tweet e dei post è di solito: “Guardate, sono in prima fila!”, “Eccomi, sono entrato alla festa”, “Questo il mio outfit per il pomeriggio”, “Collezione perfetta!”, “Look stupendo!”, “Amazing!”. Tutto questo ci vuole e piace. Ma non è abbastanza.

Quello che ancora manca sono le voci fuori dal coro, sono le persone che osano dire che una collezione è sbagliata, che una scelta non è innovativa, che un look è fuori luogo. Ma non per il gusto di criticare (anche se il cinismo degli utenti Twitter può raggiungere livelli di piacevolezza assoluta…), per il piacere di discutere, capire, costruire, crescere. Insomma, per il gusto di fare quello che la Rete sa fare meglio: creare conversazione e conoscenza, non solo comunicazione.

Alla fine, il futuro

Milano

Qualche giorno fa si è tenuta la sfilata dei lavori del terzo e quarto anno dell’IstitutoMarangoni di Milano, scuola nella quale insegno Metodologia della Ricerca da diverso tempo.

Devo ammettere con piacere che i lavori degli studenti mi hanno colpito per qualità e livello professionale, al punto che in più di un’occasione mi sono trovato di fronte ad abiti che si sarebbero potuti trovare anche sulle passerelle ufficiali di una qualsiasi settimana della moda. Alcuni momenti sono stati davvero emozionanti, in particolare l’apertura della sfilata dei diplomati dell’ultimo anno.

In queste occasioni è facile fare un bilancio, ma è utile fare anche qualche previsione sul futuro della moda di domani, visto che questi ragazzi saranno presto gli artefici dello stile (e del successo) della moda dei grandi stilisti. Alcuni di loro hanno però una maturità che mi fa sperare che i loro nomi possano emergere in fretta, dando un po’ di vita e novità ad un sistema a volte troppo stanco e ripetitivo.

In generale si è visto un tentativo (spesso ben riuscito) di ridefinire i volumi, sia degli abiti sia del corpo. Lo si è visto nelle vite alte, nelle spalle e nelle schiene piene di volume, quasi come se il corpo fosse all’interno di un’armatura o di un involucro, ma mai di un bozzolo. Si sta passando quindi dal cocooning ad un vero e proprio sculpting, in cui lo spazio tra abito e pelle è al centro dell’attenzione. Molti sono stati gli omaggi ad Alexander McQueen, alle sue iron maidens, ma questa tensione è stata calibrata con molti bustini e fasciature al limite del bondage. Scolpire il corpo vuol dire dunque renderlo più grande o più piccolo, ricrearlo da zero o delimitarlo con elementi costrittivi. Queste scelte hanno messo al centro gambe (lunghe e slanciate) e spalle (larghe e alte): che siano questi i punti focali del corpo del prossimo futuro?

Anche le citazioni artistiche non sono mancate. Si è vista tanta geometria, riferimenti a Sonia DelaunayMondriancubisti e futuristi: e non si trattava solo di scelte cromatiche o decorazioni, bensì di un approccio strutturale profondo, vicino alla sensibilità visionaria delle avanguardie storiche. Che sia giunto il momento in cui la moda si è accorta che l’architettura e il design di prodotto stanno definendo le estetiche di oggi in modo profondo?

Il lavoro sui tessuti e sui materiali è stato un altro ambito in cui i ragazzi hanno molto lavorato: innanzitutto non c’era solo stoffa, si è vista anche molta pelle, un po’ di plastica, ma soprattutto molti contrasti di leggero e pesante, di rigido e morbido, di nudo e vestito, di veli e spalmature, di effetti metallici e camoscio, di plissettature ed aspetto di carta. Grande spazio è stato lasciato ai materiali della tradizione, con un gusto del locale, del tradizionale folkloristico, che da molte parti si sta rivelando una valida e azzeccata alternativa all’etnico dal sapore esotico (come ha magistralmente dimostrato Riccardo Tisci per Givency solo qualche giorno fa).

Nei lavori più interessanti c’è dunque sempre “qualcosa di troppo”: troppo alto, troppo basso, troppo coperto, troppo grande, troppo corto, troppo duro, troppo morbido e così via. Buon segno: non riuscire a spiegarsi un elemento ricorrente, avere un piccolo fastidio di fronte ai medesimi segnali, significa che il nuovo sta inesorabilmente avanzando.