In principio era l’acqua

Fendi ha da poco reso publica la versione restaurata di “Histoire d’Eau” un fashion film del 1977, realizzato per presentare la loro prima linea di prêt-à-porter. La collezione era già disegnata da Karl Lagerfeld e il film è stato diretto da Jacques de Bascher (amante sia di Lagerfeld sia di Saint-Laurent, come racconta Cathy Horyn sul NYT).

È la storia di Suzie, una ragazza ricca e annoiata che vuole far credere di essere a Baden Baden, quando in realtà si trova a Roma a prendere il sole su meravigliose terrazze, ad acquistare pellicce e a mangiare caviale con le sorelle Fendi. Il suo passatempo preferito è fare il bagno nelle fontane di Roma e raccoglierne l’acqua in apposite bottiglie.

Si tratta in assoluto del primo esempio di film per la moda, per cui diventa interessante fare un paragone con quelli di oggi. Il film è nostalgicamente naïf e collocato storicamente nel decennio da cui arriva, con pose languide, scorci di seni nudi, luci sfumate, zoomate drammatiche, calze su ogni obiettivo. Ma quello che più colpisce è il montaggio: i contenuti di questi 23 minuti, oggi sarebbero presentati in meno di 2, con un ritmo accelerato, fatto di accenni e suggerimenti, non di piani sequenza che si soffermano su ogni dettaglio. Lo dimostra il racconto della serata di apertura della mostra “The Glory of Water” di Karl Lagerfeld, un video rapido e sincopato in cui si presentano la nuova boutique Parigina di Fendi, l’opening della mostra di dagherrotipi dedicati alle fontane di Roma e la proiezione di “Histoire d’Eau”. In 2 minuti, appunto.

Cubismo digitale

New York

Chanel è cubismo digitale.

L’essenza del cubismo (quello storico, quello di Picasso e Braque) è la capacità di prendere la realtà, distruggerla, farla a pezzi e ricostruirla su due o tre dimensioni. Il risultato non è un oggetto destrutturato, bensì un corpo ristrutturato, persino ricreato in una forma nuova, mai vista e per questo sorprendente.

Coco Chanel – guardacaso proprio negli anni d’oro del cubismo – ha fatto la stessa cosa con l’abbigliamento, usando materiali mai visti nell’alta moda e dando una nuova forma al corpo, che non è stato solo liberato, ma letteralmente ricostruito. Il nuovo corpo femminile era bidimensionale, piatto, senza curve, ma esaltato da accessori che erano l’apoteosi della rotondità, delle tre dimensioni e della matericità più golosa.

Anche Karl Lagerfeld sta continuando sulla stessa strada, confermando ad ogni stagione una via allo stile che ormai ha quasi cento anni. Nelle sue sfilate i corpi delle modelle sono eterei e immobili, ma escono da strutture enormi e complicatissime. Lagerfeld lavora oggi con Zaha Hadid così come Mme Gabrielle collaborava con Jean Cocteau; collabora con H&M per perseguire una democratizzazione snob dell’estetica; benedice un’applicazione per iPhone che appiattisce ancora di più uno stile sempre in cerca di una via a due dimensioni.

Negli anni di Coco Chanel e Pablo Picasso è stata la massiccia diffusione dell’elettromagnetismo a rendere possibile un tale passaggio di sensibilità. Oggi è la digitalizzazione ad avvicinarci a questa ricerca che Lagerfeld e il suo team perseguono con grande lucidità e continue scoperte. Il risultato è un filo lungo quasi un secolo, che ancora oggi affascina le ragazzine e le loro nonne, ovvero chi vive appieno la tecnologia e non ci capisce nulla di Picasso, ma anche chi rimpiange la pittura e non si rassegna a un telefono senza tasti.