Gaga Knowles

Non ho mai particolarmente amato Beyoncé: mi ha sempre dato l’idea della perfetta autrice da sottofondo non molesto. Ma mi sono dovuto ricredere.

Dopo un tweet entusiasta di Nick Cerioni (uno spacciatore di pop di alta qualità in mille forme) ho fatto un salto su iTunes a scoprire cosa ci fosse di tanto interessante in un album lanciato di sorpresa, senza titolo, tutto in un colpo, con 14 canzoni e 17 video. Roba che nemmeno House of Cards e il miglior binge watching.

Le canzoni me le sono ascoltate a raffica per giorni e giorni, scoprendo che la Sig.ra Carter è una che sa fare i dischi. I video invece me li sono gustati poco alla volta, scoprendo qua e là citazioni di Madonna e Prince, collaborazioni con nientepopodimeno che Terry Richardson o il nostro Francesco Carrozzini. Il risultato è uno stile molto composito, barocco e pop, vintage e futurista, postmoderno e premoderno, fatto di strati e sovrapposizioni, narrazioni emozionanti e immagini algide, bianco e nero cupissimo e colori da farti venire la carie, hip-hop da ghetto di Houston e ballate degne di una penthouse di Manhattan.

Guardare questo album (ebbene sì, siamo alla sinestesia) consente di evitare di fare zapping, visto che è un palinsesto di delirio organizzato, di caos progettuale al quale non è stato nemmeno possibile dare un nome. E non si tratta di avanzi o di un prodotto arraffazzonato alla meno peggio: siamo di fronte all’ennesimo gagaismo, ad un’ulteriore incarnazione del principio di surrealismo pop che diventa cifra estetica, con tensioni universalistiche se non addirittura misticheggianti. Piaccia o no, questo stile sta definendo con sempre maggiore forza i nostri anni e l’operato della “Ctrl+C Ctrl+V Generation”.

E visto che in 6 giorni ha superato il milione di copie vendute (oggi una cifra astronomica), sembra che anche il mercato le abbia dato ragione.

Madonna Gaga Lana

Tre ordini di grandezza, tre spessori diversi, tre pseudonimi, quasi tre generazioni (due di certo), comunque tre musiciste di cui è inevitabile parlare se ci si occupa di stili.

Madonna è la regina (anzi, da qualche settimana l’imperatrice) della sovrapposizione: il suo lavoro è accostare, sovrapporre, aggiungere, citare, con l’atteggiamento di chi allestisce un museo. Prende a prestito, espone, restituisce. Sempre. E in questo processo da curatrice sistema gli oggetti e gli stili fino a creare contrasti orientati al sublime: antico Egitto e circo hip-hop, parkour francese e grafica giapponese, Marilyn e luna park, Metropolis e Gola Profonda, “Greta Garbo and Monroe, Dietrich and Di Maggio”. Le sue fonti sono tutte perfettamente ricostruibili e tracciabili, ogni suo progetto è un omaggio, un ricordo, in un esercizio genuinamente postmoderno. Non è un caso che da qualche anno appoggi ovunque la sua M maiuscola, come fosse un marchio di fabbrica, un timbro nella ceralacca, messo a suggello di ogni suo passaggio, dalla copertina dell’album al palcoscenico, dagli occhiali all’abito di scena. E ai fan non resta che restare immobili e adoranti.

Gaga no: lei prende miriadi di ispirazioni, le clona, le duplica, le copia, le incolla e le muta geneticamente. Non è una curatrice, ma una scienziata che lavora a livello di DNA, dando vita a creature meravigliosamente mostruose, sorprendenti e inaspettate, scherzi della natura e dello stile, in un delirio sperimentale che ricorda da vicino Frankenstein. E infatti ogni suo progetto “è vivo!”: dopo qualsiasi performance inizia la mitosi, la proliferazione in rete di emulazioni, interpretazioni, trasformazioni messe in atto dai suoi piccoli mostri, creativi quanto lei, attivi quanto lei, fondamentali quanto lei allo sviluppo del progetto Lady Gaga. Il suo laboratorio è la Haus of Gaga, non per caso un collettivo, che opera ad ogni livello ed è in grado generare un livello mai visto di varietà è creatività. Se le dinamiche sono quelle della fringe sicence, il risultato è un fringe style (musicale e visivo) che può piacere o disgustare, far amare o disprezzare, e per i medesimi motivi. Di certo Lady Gaga si è imposta con una rapidità sorprendente e dimostra una capacità di definire il corso degli stili come non la si vedeva da tempo.

L’apprendista è Lana del Rey. Tra alti e bassi è con noi da pochi mesi, ma è già riuscita a creare fazioni di sostenitori e detrattori che si chiedono: autentica o costruita? Figlia di papà o ribelle di famiglia? La prossima Lady Gaga o la prossima meteora? Certo è che si tratta di un work in progress che sta dando risultati interessanti ma anche qualche delusione. La prima release era Elizabeth Grand, ma si trattava di una versione alpha che non ha convinto molti. Ora Lana è in beta: ci sono alcune cosucce da sistemare, visto che ogni tanto si presenta un calo nel servizio, partito con molte ambizioni ma forse non ancora all’altezza. Ma se questa fase convincerà gli investitori (i fans) allora si potrà parlare di successo vero. Sicuramente il prodotto è buono, visto che Born To Die è bel disco e ben confezionato. Da Madonna ha imparato la capacità di giustapporre (Fointainebleau e le tigri, l’haute couture e i tatuaggi, Massive Attack e orchestra), da Lady Gaga la generosità nell’offrirsi, in Rete e fuori (la si vede parecchio su Facebook). Per ora è difficile  scommettere su di lei, ma di certo sa esprimere un piccolo aspetto di quello che succede oggi nel mondo della creatività, sempre più aperto ai processi e ai backstage.

Passato, presente e futuro si rincorrono nello stile di ognuna delle tre, nella loro storia, nella loro musica. Ma chi sopravviverà a se stessa?

Lady Project

Lady Gaga non è un’artista: è un progetto. E come ogni progetto raccoglie elementi, li macina e li rilancia, lasciandoli interpretare da chi li raccoglie.

Quando esce un nuovo video, molti si divertono a dissezionare il suo processo di copia e incolla, cercando le fonti nell’arte (“Mariko Mori l’aveva già fatto nel 1990”), nella musica (“Sembra proprio Express Yourself…”), nella moda (“Si veste come Shania Twain”). Ma sfugge il succo del progetto, ovvero quello che succede dopo: nel giro di pochi minuti dalla pubblicazione di un suo qualunque video, iniziamo a comparire in Rete copie alla seconda, con i little monsters che ne fanno cover da soli in camera da letto. Non appena escono le foto di un red carpet, ecco che si scatena la corsa all’emulazione, al parossismo divertito, alla parodia più seria.

Se il processo di copia e mostrificazione iniziale vale 10, quello di diffusione e replica vale 90, perché genera la vera comunicazione condivisa che rende Gaga un progetto/prodotto di successo.