Amori da discarica

Qualche tempo fa mi sono fermato a riflettere sull’assurdità del fatto che spesso porto i rifiuti in Montenapoleone. Parlo delle capsule Nespresso che, grazie al progetto Ecolaboration, possono essere restituite al punto vendita per garantirne un corretto smaltimento (io vado in via Verri o in San Babila). E oramai mi trovo a non gettare più una sola capsula nella raccolta indifferenziata.

I rifiuti oggi sono così importanti che ci preoccupiamo di indicare una giusta e corretta strada anche quando siamo costretti a separarcene. E a volte non vorremmo nemmeno allontanarci da loro.

Ce lo dimostra anche un nuovo progetto che – tra design e  arte – crea teneri, dolci, affettuosi rifiuti. Sono i robottini di Massimo Sirelli, realizzati per il progetto Adotta un Robot, “la prima casa adozioni di robot da compagnia al mondo”, presentato durante il Salone del Mobile di Milano alla Mediateca Santa Teresa.

L’idea è semplice e porta a riflettere sull’importanza di recuperare materiali di scarto. Infatti Massimo recupera vecchie latte, lattine, oggetti della memoria, che poi assembla a formare dei robot di varie dimensioni. Andando sul sito del progetto si può scegliere un piccolo da adottare. Ma attenzione, non è sufficiente “acquistarli”, si deve motivare la richiesta, pattuire una cifra per l’adozione e ci si deve impegnare a tenere costantemente aggiornata la community sullo stato di salute e benessere dell’esserino meccanico.

Come non innamorarsi della spazzatura?

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This was Plastic

IMG_8033Qualche giorno fa a Milano si è tenuta alla Mediateca Santa Teresa l’anteprima del film This is Plastic. Il documentario diretto da Patrizio Saccò, che lo ha scritto con Massimiliano Fraticelli. 

Nicola Guiducci e Lucio Nisi raccontano la storia della gloriosa discoteca milanese e accompagnano il pubblico in un bel viaggio nella memoria, partito nel 1980 e che nel 2012 ha subito un brusco cambio di rotta con la chiusura della sede di Viale Umbria 120 e lo spostamento in via Gargano.

Si tratta di un documento interessante e dovuto, ricco di foto degli anni ’80, immagini dei frequentatori ormai entrati nella storia del costume (Andy Warhol e Keith Haring sopra tutti), immagini di feste e serate (alcune organizzate da Maurizio Cattelan). Non mancano i cameo della Pinky e di Sergio Tavelli (gli odiati e venerati selezionatori all’ingresso), ma anche di Saturnino e Elio Fiorucci, sinceri fan e sostenitori del Plastic.

Ma al centro ci sono la musica e la libertà, sempre, la qualità della selezione di Guiducci combinata con le idee talmente al passo coi tempi da essere in grado di anticiparli. Come ha scritto Mariuccia Casadio, “quello spazio ha infatti saputo chiamare a raccolta, mescolare, fondere modi diversi di essere, sentire, ascoltare, apparire, vestirsi, travestirsi”.

Nel documentario la nostalgia la fa da padrona, forse un po’ troppo. In sintesi, è un gran bel documentario sul passato di un mito vivente, ma che vive e lotta in mezzo a noi. Ha inciso  la decisione di concentrarsi sul passaggio dalla vecchia alla nuova sede, lo smantellamento contrapposto all’allestimento, l’ultima serata e la saracinesca che scende definitivamente. Ma se questo era il Plastic, com’è quello di adesso?

Sarebbe bello vedere un altro documentario, per capire cosa e come sia cambiato il passaggio da Killer a Palace. Inutile ripetersi che tutto è rimasto uguale, anzi, tutto è diverso. Ma non è detto che sia un male, visto che il Plastic non è mai stato uguale a se stesso.