Il sentimento della tecnologia

NikeIMG_6273LucianaGolcmanTecnologia e sport: temi già affrontati da queste parti. Ma stavolta ci aggiungiamo pure un pizzico di arte.

Per il lancio newyorchese della Free HyperfeelNike ha chiesto agli artisti multimediali Aramique Krauthamer e Jeff Crouse di visualizzare le sensazioni. La loro idea è tanto semplice quanto sconvolgente: ogni visitatore dello spazio temporaneo allestito per l’occasione, veniva dotato di un neuro trasmettitore. Le reazioni ad passeggiata a piedi nudi su diverse superfici, venivano trasformate in segnali, inviate ad un software specifico, per poi essere visualizzate in forma grafica su appositi monitor. Ed ecco che l’emozione provata dai piedi, passando per una macchina, diventava arte unica e irripetibile.

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NikeIMG_5986LucianaGolcmanIn quella stessa occasione è stato anche presentato un video (qui di seguito), che continua il percorso du esplorazione della scientificità e dell’artisticità legate al corpo. Questa volta realizzato da Emrah Gonulkirmaz, il video mette in scena una serie di sensazioni create dalla corsa, fondendo immagini e suoni in maniera organica. Le sensazioni in questo caso generano reazioni al limite tra il godimento e la sofferenza, il piacere e il fastidio. Proprio come in una bella sessione di corsa.

E se l’arte fosse la strada per far accettare la tecnologia per il corpo? E se lo sport fosse il mezzo per rendere l’arte e la tecnologia altrettanto quotidiane? E se tecnologia e arte tornassero ad essere teknè?

 

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Nike VS Apple VS Jawbone

loghi.001Nel mese di agosto mi sono dedicato all’esplorazione del West americano, da Vancouver a San Francisco. In questo percorso ho avuto la fortuna di visitare le sedi di tre belle aziende: Nike, Apple e Jawbone. Realtà molto diverse che – da nord a sud – rappresentano dimensioni molto diverse dell’impresa e dello stile americano.

La sede di Nike è una sorta di grande campus universitario poco fuori Portland: tutto è molto informale, le persone della security sono severe ma gentili e sorridenti, l’atmosfera generale è tranquilla e rilassata, gli spazi ampi (le distanze da percorrere tra un ingresso e l’altro sono letteralmente chilometriche e molti si portano le biciclette da casa). Ogni dipendente – compatibilmente con i propri impegni lavorativi – ha la possibilità di praticare ogni tipo di sport, a qualsiasi ora, a qualsiasi livello (dall’amatoriale al professionistico), completamente gratis. Come tutte la aziende americane il lavoro è quasi 24/7 e alle mail di lavoro si risponde anche da casa prima di mettersi a dormire. Ma qui non è New York, non c’è lo stress della East Coast: questo è l’Oregon, qui siamo a Beaverton, a due passi da Portlandia, a pochi minuti dalla natura più estrema (che sia oceano o alta montagna non importa) e a stretto contatto con il nostro corpo.

Tutta un’altra storia a Cupertino, dove la Apple è una presenza palpabile e massiccia, cresciuta negli anni fino ad occupare ogni isolato di questo angolino di California circondato dalle autostrade. Dopo la foto di rito accanto all’insegna di 1 Infinite Loop, fatta la gimcana tra i turisti che sperano di trovare memorabilia nel piccolo negozio aperto al pubblico, entriamo con i nostri accompagnatori e ci registriamo con estrema facilità. Decidiamo di pranzare nella mensa, magnifica e brulicante di centinaia di persone (in grandissima maggioranza under 40) che si fanno strada per scegliere il cibo migliore ed accaparrarsi un tavolo per sedersi. Il cibo è ottimo, la scelta incredibile (dal vegano al carnivoro, dalla pizza alle ostriche) e i prezzi bassissimi. Ma la sensazione generale resta quella di un friendly estremamente controllato, di uno spirito da surfista che corre libero ma sotto sorveglianza speciale. Lo si vede nell’attenzione ad ogni gesto fatto e ad ogni parola detta, alla sottile tensione competitiva che sottopelle dice: “Attenzione. Qui in un attimo mi possono far fuori”. E visto che ogni cosa che accade qua dentro rappresenta un segreto da non svelare, ovviamente quell’attimo è un’ipotesi nemmeno troppo remota.

Dopo aver visitato Apple, dopo una visita al Computer History Museum, andiamo a San Francisco per un veloce salto da Jawbone. Qui si respira un’aria totalmente diversa, da startup, ma comunque da startup con 400 dipendenti. Partiti dagli auricolari bluetooth e dalle casse acustiche, ora stanno sbancando con i braccialettini traccatutto: il benessere per le orecchie sembra essere stato il grimaldello per arrivare al benessere a trecentosessanta gradi, quello che sconfina persino nella salute. Arriviamo verso sera assieme ad una quantità enorme di cibo, perché qui non c’è la mensa, ma se lavori fino a tardi l’azienda ti offre la cena. Tacos e insalate corrono da una scrivania all’altra, tra i Mac e le scartoffie. Anche qui l’età media è bassissima e si intravedono un sacco di hipster e fashioniste. Potrebbe essere una festa qualsiasi all’Ace Hotel, ma siamo nel cuore del domani tecnologico, che unisce magistralmente design e funzione, hardware e software, corpo e cervello. E il futuro sembra essere proprio qui, tra queste le aziende che hanno imparato la lezione dei grandi, tra marketing, ricerca, design delle funzioni, design delle forme, design delle interfacce, ergo innovazione.

Se Nike è la storia dell’attività fisica che diventa mercato, se Apple è la storia del design che si fonde con le idee, aziende come Jawbone rappresentano la miglior sintesi di tutti questi aspetti, che si alleano, si fondono e, magicamente, si trasformano in un design invisibile, che nasconde la tecnologia e aiuta a gestire il proprio corpo.

Sportivi e riflessivi

IMG_6607Da qualche settimana sto indossando i braccialetti traccatutto di Nike e Jawbone, FuelBand e Up. Sono i campioni (per ora) di una categoria di prodotto nuova, quasi fantascientifica, che rappresenta l’evoluzione intelligente e matura dello smart clothing e del wearable computing.

A cavallo tra anni ’90 e 2000 erano temi sulla bocca di tutti (e qualche giornalista nostalgica e a corto di idee ha puntualmente rispolverato l’argomento proprio in questi giorni). Sembrava che giacche con i comandi per il cellulare, cappucci con occhiali e cuffie incorporate, tessuti reattivi fossero solo la premessa per la prossima inarrestabile diffusione di microchip sottocutanei e rapporti soltanto virtuali. Come sempre – per fortuna – il corpo vince sulla tecnologia e il futuro cupo da Grande Fratello (quello di Orwell) non si avvera mai. Almeno nei suoi aspetti più prevedibili.

Non è un caso che un’azienda come Nike abbia deciso di affrontare questa strada: la tecnologia per il corpo deve stare sul corpo. E che forma deve avere questa tecnologia? Prima di tutto deve essere piccola e nascosta, come è accaduto con il progetto pilota Nike+ (quello fatto con Apple). Il braccialetto è però più comodo e, soprattutto, fa l’occhiolino alla moda (altro settore che il corpo lo conosce bene) e può diventare altre cose (un’orologio o uno strumento di gioco social). Poi si collega via Bluetooth con ogni smartphone e i dati si integrano con il profilo Nike+ in un’attimo. L’app è divertente e piena di premi virtuali, che ogni giorno ti dicono quanti obiettivi puoi raggiungere. E come sempre accade da Nike, qui si parla di sudore, performance, gara, ma soprattutto sfida.

Jawbone ha invece scelto un approccio più vicino al benessere, persino alla salute. Il braccialetto Up registra ogni movimento di chi lo indossa, calcolando l’attività che si compie ogni giorno. Ma con l’aiuto dell’utente può fare molto di più: usando l’apposita app, intuitiva e molto ben disegnata, si possono annotare allenamenti, pasti, ore di sonno. Incrociando i dati raccolti dal braccialetto con quelli inseriti, Up è un grado di definire delle medie di comportamento e di dare dei suggerimenti, con un tono di voce sottilmente motivazionale e leggero. È interessante scoprire quanti passi si fanno ogni giorno, ma anche quanto sonno profondo e quanto sonno leggero vanno a comporre la nostra notte. Chiaramente si può formare una squadra di amici e contatti, con i quali si riesce a decidere facilmente di scambiare solo alcune cose invece di altre. Nota positiva sulla privacy e i big data: è molto facile cancellare i propri dati con una delle opzioni delle impostazioni dell’app.

In sintesi, Nike FuelBand è più adatto per gli sportivi, per i pratici, per chi corre sempre e ha spirito competitivo. Jawbone Up è più per geek e riflessivi, per chi è preciso e metodico, per chi vuole approfondire più che gareggiare.

Io per ora continuo a indossarli entrambi, così capirò meglio chi e cosa sono.

Arte da parte

Buenos Aires

Arte e impresa oggi vanno di pari passo, come nel Rinascimento.

Le aziende si fanno sempre più spesso mecenati, promuovendo giovani artisti (come nel caso di Nike Argentina e Doma), dando vita a fondazioni (come la DB Art Foundation) o campagne pubblicitarie che sono vere e proprie opere d’arte. Però anche gli artisti non sono da meno, come dimostra la mossa imprenditoriale di Damien Hirst, che si è messo a vendere direttamente le sue opere, senza gallerie di mezzo.

Il risultato è che sempre più spesso sono le aziende a fare cose belle, mentre gli artisti fanno solo oggetti estetci.