La metropoli (praticamente) perfetta

fotoSe esiste una metropoli perfetta, deve assomigliare molto a Chicago.

Pare proprio che gli architetti migliori del ‘900 abbiano fatto a gara per costruirci le loro opere più belle e che i contemporanei vogliano mettersi in gara con loro per definire l’architettura di domani. E non è un caso che sia così: infatti la storica Tribune Tower è stata costruita quasi cent’anni fa per essere (parole testuali dal testo del concorso originale) “the most beautiful and distinctive office building in the world”.

Qualche nome che ha accettato la sfida verso la città ideale? Frank Lloyd Wright con la mitica Robie House, la doppietta di Ludwig Mies van der Rohe con l’Illinois Institute of Technology e 330 North Wabash, Eero Saarinen con il Law School Building, Kenzo Tange con il puntuto American Medical Association Building, Ricardo Bofill con il postmodernissimo United Building, Bertrand Goldberg con le fantascientifiche torri tonde di Marina City, Frank Gehry e Anish Kapoor en plein air al Millennium Park, Jeanne Gang con la torre “digitale” Aqua, Skidmore, Owings and Merrill con il classico John Hancock Center e la svettante Trump International Hotel and Tower, il nostro Renzo Piano con la splendida Modern Wing dell’Art Institute.

Grattacieli a parte, passeggiare per Chicago è una goduria, un po’ perché ci sono passato in agosto (e tutta la città è per strada a godersi il sole prima del rigidissimo inverno) ma anche perché ogni isolato è una sorpresa: passi dalle feste esclusive del Public Hotel agli scorci del Loop con la metropolitana sopraelevata, dalle viste sull’onnipresente Sears (oops!) Willis Tower alla fontana in granito e led di Jaume Plensa e Krueck and Sexton Architects, dal ristorante di Ralph Lauren a quel gioiello nascosto che è il Driehaus Museum, dalle passeggiate lungo il Chicago River alle camminate su un lago che sembra un oceano.

Se da un lato si ha la sensazione di vivere dentro a SimCity (cit. Nospo), dall’altro siamo di fronte alla conferma che bellezza chiama bellezza, che la qualità vuole confrontarsi solo con la qualità, che la cultura non la fanno solo i privati nei circoli ma anche le amministrazioni pubbliche per strada.

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È più #madeinitaly Prada o Armani?

Nel pieno della Settimana della Moda di Milano, di domenica mattina, prima ancora del primo caffè, Nospoilerplease mi chiede: “Ma è più Made in Italy Prada o Armani?”.

Appena svegli certe domande ti mandano in tilt. Ma dopo un caffè, zuccheri, carboidrati e un altro caffè, ho iniziato a chiarirmi le idee.

Entrambi sono altrettanto #madeinitaly (cancelletto tuttoattaccato), ovvero alfieri del buon gusto di quella moda che da poco più di 50 anni rappresenta lo stivale all’estero, poco importa dove sia prodotta. Ma lo sono in modo diverso, e non soltanto per la scelta di tessuti, colori, forme e accessori.

I dati economici (si possono trovare in questo articolo dell’ottima Paola Bottelli) sono equiparabili e immagino che anche i mercati siano più o meno analoghi.

Se Giorgio Armani rappresenta il meglio della tradizione italiana, Prada incarna il massimo dell’innovazione che gli italiani sanno fare. Strano, soprattutto se si considera che la prima sfilata di Giorgio Armani si è tenuta a Milano nel 1978, mentre il marchio dei F.lli Prada esiste dal 1913. Ma analizzando lo stile di ognuno si vede come le rispettive poetiche vadano in direzioni opposte rispetto all’età dei marchi.

Armani ha da sempre lavorato di fino per la definizione di un tocco che era già evidente agli esordi, all’insegna di moderazione, modulazione, armonie, sottigliezze. Infatti i suoi detrattori hanno gioco facile nel dire che fa le stesse cose da 35 anni, ma non è un’affermazione dimostrabile. Armani lavora come un artigiano, che gode nel migliorarsi ogni volta che si ripete. Come un calligrafo cinese, ripercorre per anni le stesse tracce, alla ricerca del gesto perfetto. Per lui le stagioni della moda non sono altro che un buon motivo per curare maniacalmente i suoi lavori; ogni nuova opportunità commerciale (dall’Emporio agli hotel) gli alza la palla a rete per applicare la sua visione ad altri contesti. Come Ralph Lauren, Armani lavora per ampiezza: ha costruito un universo sensoriale ed estetico, che potrà serenamente sopravvivere a lui grazie alla forza e alla chiarezza con cui è stato definito. Le sorprese ci sono e sono continue (il rosso, gli accessori giganti, le sperimentazioni della linea Privé), ma sono contrasti armonici e ben assestati, capaci di sottolineare sempre più la coerenza del contesto in cui vengono inseriti.

Da Prada, al contrario, la sorpresa è la norma. Fin dalle origini, già dall’apertura del negozio in Galleria, ogni oggetto nasceva dall’unione di oggetti esotici e meravigliosi: seta e avorio, osso e velluto, cristalli e galuscià, che davano forma a borse, guanti, bastoni da passeggio, perfetti eredi dei bottini commerciali dei grandi esploratori giramondo nostrani. L’italianità si trova anche nel comune e costante desiderio di scappare e poi tornare, il modo migliore per capire come casa nostra sia il posto più bello al mondo. Miuccia Prada fa questo ancora oggi: la sua voglia di scoprire artisti, pensatori, ispirazioni l’ha portata a creare la Fondazione e le scarpe con i fanali delle auto anni ’50, le stampe di Julie Verhoeven e i sombreri a righe, gli abiti chandelier fatti solo di cristalli e gli zainetti di nylon, i negozi Epicenter e i convegni con i filosofi. Il suo approccio allo moda è appassionato, viscerale, artistico ed esplorativo. Prada lavora per profondità, andando in cerca dell’ispirazione più sorprendente e adatta al momento, ma quella giusta, non quella trendy, quella che ci può ricordare lo spirito dei tempi che cambiano, non quella che ci racconta i capricci momentanei della moda. Il risultato più tangibile è una coerenza che lega ogni passo, dagli abiti neri elasticizzati alle cascate di cristalli e borchie sugli accessori.

E se Armani si definisce “sarto”, qualche giorno fa Miuccia ha detto a Gianni Riotta di essere una “modaiola”: due figure chiave del Made in Italy, in cui il mondo si può riconoscere in egual modo.

La traduzione della tradizione americana

Passeggiando per New York, ci sia accorge di quanto il desiderio globale di recupero delle origini abbia raggiunto anche l’America dello stile. Ma come si può risalire alle radici di una cultura che ha delle fondamenta così recenti (se paragonate a quelle di noi europei, of course)?

I Mast Brothers hanno creato in pochi anni una tradizione del cioccolato, aprendo laboratorio e negozio in un vecchio magazzino di Williamsburg. Poco distante si compra il formaggio al Bedford Cheese Shop, con l’impressione di entrare in una centenaria charcuterie parigina. A Soho, Ralph Lauren ha inaugurato diversi negozi della sua linea Double RL: entrando si ha l’impressione che per l’allestimento abbiano portato persino la povere da distribuire tra abiti ed allestimenti invecchiati ad arte. Per non parlare poi della rinnovata passione per la “american cuisine”: ricette di famiglia, polpette e polpettoni, biscotti e cookies, modern Jewish.

Non è vintage, ma next-age: è un nuovissimo antico che avanza, un recupero colto di sapore hipster, l’idea di un passato perfetto, genuino, integro, che forse non è mai esistito, ma che attrae per la sua unicità e (soprattutto) rassicura.

Non è tradizione, ma traduzione: qualche piccolo elemento di recupero (idea, pratica, oggetto che sia) viene ricontestualizzato come in un restauro troppo aggressivo, che integra le parti mancanti, senza necessità di dichiarare dove siano le aggiunte le novità.

In buona fede, lo stile americano sta affrontando il futuro in maniera diversa, con la nuova consapevolezza che il nuovo non deve radere al suolo il passato. Il futuro non è in fondo ad una strada dritta: lo si trova dopo aver affrontato un meraviglioso percorso fatto di curve, inversioni di marcia, soste obbligate, ma anche di quei momenti in cui è bello riposare e godersi il panorama.