Parti del tutto

Barcellona

In natura il macro e il micro si assomigliano in maniera impressionante, dagli atomi ai pianeti, dalle cellule agli oceani.

Gaudì è il grande maestro che ci ha insegnato che i dettagli sono parte integrante della sostanza del tutto. Ogni sua opera può essere osservata partendo dal generale per scendere al particolare, ma anche con il movimento opposto. Si possono osservare le guglie organiche della Sagrada Familia per poi osservare ogni dettaglio delle colonne che creano il bosco al suo interno, ma si possono anche analizzare fino all’ossessione tutti i pezzetti di ceramica che decorano il Parc Güell per poi osservarlo dall’altro ed immaginare che sia costruito sul dorso di un dinosauro dormiente.

Oggi moda, design e tecnologia stanno imparando questa lezione, dando vita a capolavori di operosità, di una meravigliosa complessità che scompare nel momento in cui si adoperano o si fruiscono. Questo è vero per gli abiti di Riccardo Tisci ma anche per l’iPhone, per il Bird’s Nest di Herzog & de Meuron tanto quanto per gli oggetti di Marcel Wanders.

Questi progetti e personaggi mettono in pratica un vero e proprio di trencadis, una tecnica che consente di vedere l’intero progetto in ogni piccolo dettaglio.

Alla fine, il futuro

Milano

Qualche giorno fa si è tenuta la sfilata dei lavori del terzo e quarto anno dell’IstitutoMarangoni di Milano, scuola nella quale insegno Metodologia della Ricerca da diverso tempo.

Devo ammettere con piacere che i lavori degli studenti mi hanno colpito per qualità e livello professionale, al punto che in più di un’occasione mi sono trovato di fronte ad abiti che si sarebbero potuti trovare anche sulle passerelle ufficiali di una qualsiasi settimana della moda. Alcuni momenti sono stati davvero emozionanti, in particolare l’apertura della sfilata dei diplomati dell’ultimo anno.

In queste occasioni è facile fare un bilancio, ma è utile fare anche qualche previsione sul futuro della moda di domani, visto che questi ragazzi saranno presto gli artefici dello stile (e del successo) della moda dei grandi stilisti. Alcuni di loro hanno però una maturità che mi fa sperare che i loro nomi possano emergere in fretta, dando un po’ di vita e novità ad un sistema a volte troppo stanco e ripetitivo.

In generale si è visto un tentativo (spesso ben riuscito) di ridefinire i volumi, sia degli abiti sia del corpo. Lo si è visto nelle vite alte, nelle spalle e nelle schiene piene di volume, quasi come se il corpo fosse all’interno di un’armatura o di un involucro, ma mai di un bozzolo. Si sta passando quindi dal cocooning ad un vero e proprio sculpting, in cui lo spazio tra abito e pelle è al centro dell’attenzione. Molti sono stati gli omaggi ad Alexander McQueen, alle sue iron maidens, ma questa tensione è stata calibrata con molti bustini e fasciature al limite del bondage. Scolpire il corpo vuol dire dunque renderlo più grande o più piccolo, ricrearlo da zero o delimitarlo con elementi costrittivi. Queste scelte hanno messo al centro gambe (lunghe e slanciate) e spalle (larghe e alte): che siano questi i punti focali del corpo del prossimo futuro?

Anche le citazioni artistiche non sono mancate. Si è vista tanta geometria, riferimenti a Sonia DelaunayMondriancubisti e futuristi: e non si trattava solo di scelte cromatiche o decorazioni, bensì di un approccio strutturale profondo, vicino alla sensibilità visionaria delle avanguardie storiche. Che sia giunto il momento in cui la moda si è accorta che l’architettura e il design di prodotto stanno definendo le estetiche di oggi in modo profondo?

Il lavoro sui tessuti e sui materiali è stato un altro ambito in cui i ragazzi hanno molto lavorato: innanzitutto non c’era solo stoffa, si è vista anche molta pelle, un po’ di plastica, ma soprattutto molti contrasti di leggero e pesante, di rigido e morbido, di nudo e vestito, di veli e spalmature, di effetti metallici e camoscio, di plissettature ed aspetto di carta. Grande spazio è stato lasciato ai materiali della tradizione, con un gusto del locale, del tradizionale folkloristico, che da molte parti si sta rivelando una valida e azzeccata alternativa all’etnico dal sapore esotico (come ha magistralmente dimostrato Riccardo Tisci per Givency solo qualche giorno fa).

Nei lavori più interessanti c’è dunque sempre “qualcosa di troppo”: troppo alto, troppo basso, troppo coperto, troppo grande, troppo corto, troppo duro, troppo morbido e così via. Buon segno: non riuscire a spiegarsi un elemento ricorrente, avere un piccolo fastidio di fronte ai medesimi segnali, significa che il nuovo sta inesorabilmente avanzando.