Il cervello con le mani

IMG_7976Una delle più belle sorprese del fine settimana ad Altaroma è stato l’allestimento della nuova edizione di A.I Artisanal Intelligence. Clara Tosi Pamphili e Alessio de’ Navasques, curatori dell’iniziativa, hanno inserito i giovani artigiani del futuro all’interno della mitica (ed è proprio il caso di dirlo) Sartoria Farani, nota per aver vestito i più grandi attori del cinema italiano e realizzato i lavori di costumisti quali Danilo Donati e Franca Squarciapino.

La sartoria è un laboratorio ma anche un archivio, un labirinto perfettamente organizzato in cui gorgiere, cravattini, guanti, maniche, cappelli (solo per citare qualche articolo) sono catalogati e organizzati in scaffali come nella migliore delle biblioteche. Anche se solo per tre giorni, la Sartoria Farani è aperta al pubblico, con l’idea di visitare un luogo vivo, non un magazzino. Infatti le sarte sono all’opera come sempre, anche se attorno a loro una serie di manichini presenta i pezzi più rari e preziosi della collezione, a costruire il percorso espositivo “From Costume to Couture”.

E se non bastasse, la storia del costume è punteggiata dalla presenza di giovani e giovanissimi autori dei quell’intelligenza artigianale che vede unirsi mano e cervello in un vincolo magico. Pochi ma buoni, i protagonisti di questa edizione di A.I. sono presentati nel loro ambiente naturale e non sui tavolini traballanti di una fiera piena di gente distratta.

Vale la pena di segnalare il lavoro di Silvia Massacesi (che ha messo in atto un avanzatissimo quanto credibile lavoro attorno alla sostenibilità), Hiroki Higuchi (che sorprende non poco con la sua linea di calze Hh) e The Loser Project di Rui Duarte (e le sue opere in pelle, tutte da raccontare, mostruose e delicatissime allo stesso tempo).

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In principio era l’acqua

Fendi ha da poco reso publica la versione restaurata di “Histoire d’Eau” un fashion film del 1977, realizzato per presentare la loro prima linea di prêt-à-porter. La collezione era già disegnata da Karl Lagerfeld e il film è stato diretto da Jacques de Bascher (amante sia di Lagerfeld sia di Saint-Laurent, come racconta Cathy Horyn sul NYT).

È la storia di Suzie, una ragazza ricca e annoiata che vuole far credere di essere a Baden Baden, quando in realtà si trova a Roma a prendere il sole su meravigliose terrazze, ad acquistare pellicce e a mangiare caviale con le sorelle Fendi. Il suo passatempo preferito è fare il bagno nelle fontane di Roma e raccoglierne l’acqua in apposite bottiglie.

Si tratta in assoluto del primo esempio di film per la moda, per cui diventa interessante fare un paragone con quelli di oggi. Il film è nostalgicamente naïf e collocato storicamente nel decennio da cui arriva, con pose languide, scorci di seni nudi, luci sfumate, zoomate drammatiche, calze su ogni obiettivo. Ma quello che più colpisce è il montaggio: i contenuti di questi 23 minuti, oggi sarebbero presentati in meno di 2, con un ritmo accelerato, fatto di accenni e suggerimenti, non di piani sequenza che si soffermano su ogni dettaglio. Lo dimostra il racconto della serata di apertura della mostra “The Glory of Water” di Karl Lagerfeld, un video rapido e sincopato in cui si presentano la nuova boutique Parigina di Fendi, l’opening della mostra di dagherrotipi dedicati alle fontane di Roma e la proiezione di “Histoire d’Eau”. In 2 minuti, appunto.

Help me say trend

Assieme ai colleghi di Future Concept Lab stiamo curando una rubrica su Radio24 dedicata ai trend, tutti i sabati pomeriggio all’interno della trasmissione Essere e Avere.

Sabato scorso è toccato a me parlare di makers e auto fai-da-te, tra realtà dei fatti e futuro possibile. Qui si trova tutta la trasmissione, mentre di seguito l’estratto con il mio intervento.

Dire, fare, innovare

foto-6La Maker Faire è il web trasformato in fiera del villaggio (globale, of course). Come nel web ci sono cose meravigliose e meravigliose inutilità, sprazzi di futuro e progetti nati già vecchi, strumenti utilissimi a pochissimi e costosissimi gadget. Come in una fiera ci sono prodotti da tutto il mondo e il tuo vicino che fa cose che non ti aspettavi, personaggi che urlano e persone che fanno roba tosta, piccoli tesori nascosti in fondo a un corridoio e multinazionali che provano ad essere “vicine alle persone”. Come ha giustamente detto Danilo, a Roma non si è visto il futuro, ma il presente.

E ora si tratta solo di vedere quando (non se) le stampanti 3D arriveranno nelle nostre case e a cosa serviranno veramente: per stampare regali last minute? chiavi smarrite? pezzi di ricambio per la lavatrice? opere d’arte? Probabilmente tutte queste cose assieme. E non pensiamo solo alla stampante in sé, ma anche a tutta l’economia che ci girerà attorno, dai materiali (anche qui ci sono diversi livelli di qualità e prestazione) ai file di stampa (con relativi software, che spesso sono l’elemento in grado di fare la differenza), fino alla relazione con gli altri strumenti tecnologici (qui internet of things ha già superato e dimenticato il vecchio concetto di domotica).

Discorsi analoghi si possono fare anche per Arduino & Co., scanner tridimensionali, macchine domestiche per riciclare la plastica, attrezzature di precisione low cost da costruire in casa come il meccano (dagli strumenti per la diagnostica ai giochi di società ai microscopi).

Molto verrà dimenticato, molto verrà superato in pochi minuti, ma alcune cose sono arrivate per restare, perché questa si chiama innovazione, baby.

Noise & the City

Venezia

Le nostre città sono macchine gigantesche per la produzione di rumore, ma anche il rumore può avere un suo stile, delle caratteristiche che – messe in fila – creano una serie di segni riconoscibili. Forse anche riproducibili. Non si tratta solo di maggiore o minor volume, ma di suoni diversi che si alzano e si abbassano, come in un’orchestra.

Milano ha alti e bassi improvvisi, persino dolorosi. Roma e Napoli sono costantemente chiassose, ti ci abitui molto rapidamente. Parigi è un tweeter, produce una specie di sibilo continuo. Londra è un woofer, emette quasi solo bassi. New York è tornado roboante, ti assorda e ti stordisce.

Sarebbe bello vedere l’effetto che fa riprodurre i suoni di una città in quella sbagliata.