Costume e lingua

Come si pronuncia Costume National? All’inglese (Costium Nescional) o alla francese (Costüm Nasional)? Nel settore moda pare non ci sia una risposta univoca.

Anche alla sfilata della collezione uomo PE2015 si sentivano entrambe le versioni, pronunciate da fashionisti di ogni latitudine. Ma poco importa. Quello che conta è che anche questa volta Ennio Capasa è riuscito a parlare la sua lingua, quella di uno stile chiaro, netto, definito, preciso, focalizzato. Può piacere o meno, ma è uno dei pochi stilisti che abbia il coraggio di lavorare di fino, aggiungendo a ciascuna collezione un pezzo di percorso senza doverlo stravolgere ogni volta, senza scopiazzare tendenze preconfezionate o facendo – chessò – salti mortali dalla Sicilia alla Spagna cercando una giustificazione da sussidiario ormai scaduto.

Capasa parla la lingua di una trasgressione raffinatissima, che normalizza quello che una volta faceva storcere il naso, che sa cristallizzare la storia delle subculture e ce le fa vedere con occhi nuovi.

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È più #madeinitaly Prada o Armani?

Nel pieno della Settimana della Moda di Milano, di domenica mattina, prima ancora del primo caffè, Nospoilerplease mi chiede: “Ma è più Made in Italy Prada o Armani?”.

Appena svegli certe domande ti mandano in tilt. Ma dopo un caffè, zuccheri, carboidrati e un altro caffè, ho iniziato a chiarirmi le idee.

Entrambi sono altrettanto #madeinitaly (cancelletto tuttoattaccato), ovvero alfieri del buon gusto di quella moda che da poco più di 50 anni rappresenta lo stivale all’estero, poco importa dove sia prodotta. Ma lo sono in modo diverso, e non soltanto per la scelta di tessuti, colori, forme e accessori.

I dati economici (si possono trovare in questo articolo dell’ottima Paola Bottelli) sono equiparabili e immagino che anche i mercati siano più o meno analoghi.

Se Giorgio Armani rappresenta il meglio della tradizione italiana, Prada incarna il massimo dell’innovazione che gli italiani sanno fare. Strano, soprattutto se si considera che la prima sfilata di Giorgio Armani si è tenuta a Milano nel 1978, mentre il marchio dei F.lli Prada esiste dal 1913. Ma analizzando lo stile di ognuno si vede come le rispettive poetiche vadano in direzioni opposte rispetto all’età dei marchi.

Armani ha da sempre lavorato di fino per la definizione di un tocco che era già evidente agli esordi, all’insegna di moderazione, modulazione, armonie, sottigliezze. Infatti i suoi detrattori hanno gioco facile nel dire che fa le stesse cose da 35 anni, ma non è un’affermazione dimostrabile. Armani lavora come un artigiano, che gode nel migliorarsi ogni volta che si ripete. Come un calligrafo cinese, ripercorre per anni le stesse tracce, alla ricerca del gesto perfetto. Per lui le stagioni della moda non sono altro che un buon motivo per curare maniacalmente i suoi lavori; ogni nuova opportunità commerciale (dall’Emporio agli hotel) gli alza la palla a rete per applicare la sua visione ad altri contesti. Come Ralph Lauren, Armani lavora per ampiezza: ha costruito un universo sensoriale ed estetico, che potrà serenamente sopravvivere a lui grazie alla forza e alla chiarezza con cui è stato definito. Le sorprese ci sono e sono continue (il rosso, gli accessori giganti, le sperimentazioni della linea Privé), ma sono contrasti armonici e ben assestati, capaci di sottolineare sempre più la coerenza del contesto in cui vengono inseriti.

Da Prada, al contrario, la sorpresa è la norma. Fin dalle origini, già dall’apertura del negozio in Galleria, ogni oggetto nasceva dall’unione di oggetti esotici e meravigliosi: seta e avorio, osso e velluto, cristalli e galuscià, che davano forma a borse, guanti, bastoni da passeggio, perfetti eredi dei bottini commerciali dei grandi esploratori giramondo nostrani. L’italianità si trova anche nel comune e costante desiderio di scappare e poi tornare, il modo migliore per capire come casa nostra sia il posto più bello al mondo. Miuccia Prada fa questo ancora oggi: la sua voglia di scoprire artisti, pensatori, ispirazioni l’ha portata a creare la Fondazione e le scarpe con i fanali delle auto anni ’50, le stampe di Julie Verhoeven e i sombreri a righe, gli abiti chandelier fatti solo di cristalli e gli zainetti di nylon, i negozi Epicenter e i convegni con i filosofi. Il suo approccio allo moda è appassionato, viscerale, artistico ed esplorativo. Prada lavora per profondità, andando in cerca dell’ispirazione più sorprendente e adatta al momento, ma quella giusta, non quella trendy, quella che ci può ricordare lo spirito dei tempi che cambiano, non quella che ci racconta i capricci momentanei della moda. Il risultato più tangibile è una coerenza che lega ogni passo, dagli abiti neri elasticizzati alle cascate di cristalli e borchie sugli accessori.

E se Armani si definisce “sarto”, qualche giorno fa Miuccia ha detto a Gianni Riotta di essere una “modaiola”: due figure chiave del Made in Italy, in cui il mondo si può riconoscere in egual modo.