National Pavilions

My new article for Cool Hunting

“Common Ground”—the theme this year for Venice’s Biennale Architettura 2012—covers all exhibition spaces from Giardini to Arsenale, as well as the vast range of venues spread out all over town. Fitting into this larger concept while presenting their own respective themes were a number of national participants. Here are three standouts from Japan, Russia and the USA.

USA

For its unifying motif the US chose the idea of “Spontaneous Interventions: Design Actions for the Common Good.” The installation marks a huge living catalogue of 124 spontaneous urban interventions, put in place by architects, designers, planners and artists, as well as common citizens willing to intervene in their neighborhoods and cities.

After an open call for projects, commissioner and curator Cathy Lang Ho worked with co-curators David van der Leer and Ned Cramer to narrow down the selection among more than 450 submissions. The result is a clever choice of local projects, urban gardens, community farms, websites and art activities which foster and enhance relationships, leisure, comfort, functionality, safety, sharing and sustainability in US cities. Every project—which ties back to the central notion of collaboration—is visible on a constantly updated dedicated website.

A system of movable banners conceived by the Brooklyn-based design studio Freecell lies at the core of the installation—each banner presents and describes a project, and which of the ideas it explores improve the public realm. The visitors can lower a banner while a counterweight is pulled up, revealing a keyword for the future of cities and graphics designed by communication design studio M-A-D. The Jury of the Biennale has assigned a Special Mention for the national participation in this project.

Russia

The same prize went to the Russian National Pavillion, but here it’s a totally different story. Where the US installation is totally mechanical, concrete and evident, the choice of curator’s Sergei Tchoban, Sergey Kuznetsov and Valeria Kashirina was to go digital, virtual and invisible, with “i-city” and “i-land.”

The i-city area is completely covered with QR codes from walls to floors to windows, with no exceptions. The visitors are provided with a special tablet with a camera that lights up the squares according to a specific rhythm. Then, the monitor unveils projects for Skolkovo, the so-called Russian Silicon Valley. The Skolkovo area is not far from Moscow and is one of the most ambitious architectural, financial and scientific projects in the country, anticipating buildings and development plans by David ChipperfieldOMAHerzog & De MeuronStefano Boeri Architetti and Bernaskoni Architecture Bureau, just to name a few.

On the lower level, the i-land project is a completely dark area, with mysterious tiny backlit holes that create a sort of underground constellation. Looking inside the holes, the visitor can directly spy into the Soviet past, discovering a series of formerly secret science cities. Those citadels represented the excellence of USSR’s scientific research and were kept hidden until the end of the Cold War.

Japan

The Golden Lion for the Best National Participation went to “Architecture. Possible here? Home-for-All,”Toyo Ito‘s project for the Japanese Pavillion, which starts with the consequences of the 2011 earthquake and tsunami. With the help of architects Kumiko Inui, Sou Fujimoto, Akihisa Hirata, and photographer Naoya Hatakeyama, Ito documents the realization of community centers for victims.

Questions about the possibility of post-quake architecture find an answer in apparently primeval construction techniques, where wood and stilts make up the basic elements. The entire installation looks and feels like a work-in-progress, where the contribution from everyone is considered and accepted, in a spirit of authentic collaboration between architects and common people. This is the epitome of this year’s Biennale, an authentic “common ground” for the future of architecture.

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La moda del futuro a Milano

Qualche settimana fa, l’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano ha coinvolto una serie di attori della moda in una tavola rotonda, presieduta da Stefano Boeri: il tema era “Moda a Milano: spazi, risorse e visibilità per i giovani”. La sorpresa più grande è stata vedere una sala piena all’inverosimile, con tanti interventi da dover organizzare una seconda serata. C’erano i grandi vecchi accanto ai giovanissimi, le istituzioni e gli emergenti, le boutique di nicchia e le università, tutti assieme, tutti a proporre il proprio punto di vista su quello che Milano può fare per garantire il tanto agognato passaggio generazione.

Sabato sera ho fatto una passeggiata nel quadrilatero della moda: guardando le vetrine di Montenapoleone e via Della Spiga, ho pensato che oggi più che mai il nuovo deve avanzare. Quello che ci propongono i grandi marchi sa di muffa, non ha anima e – soprattutto – non sa più raccontare la contemporaneità. Per questo mi è venuta voglia di pubblicare su Stylops le idee che ho proposto nella serata del 13 dicembre scorso, mettendo assieme un po’ di conoscenza del settore e la grande passione per l’argomento.

 

Moda a Milano: spazi, risorse e visibilità per i giovani, 13 dicembre 2011

Dopo anni in cui la moda ha creduto di essere il faro che poteva illuminare il mondo, finalmente ha iniziato a capire che la sua leadership creativa è caduta.

I “grandi vecchi” (eccezion fatta per pochi casi) si beano ancora di questo bel ricordo, incapaci di spiegarsi perché il loro pubblico adorante si sia rivolto altrove.

Per fortuna le giovani generazioni non credono a questo gioco, ma crescono e alimentano il proprio fare in una rete fatta di condivisione di esperienze, rapporti, stimoli. Laddove la vecchia moda faceva da catalizzatore, assorbiva stimoli culturali per rivenderli come propri, oggi, nel lavoro dei giovani designer, l’ispirazione è tracciabile, onesta e rivelata. Così come l’origine è diversa (design industriale, architettura, fotografia ecc.), allo stesso modo i punti d’arrivo sono imprevedibili: c’è chi parte dall’architettura per arrivare agli accessori, chi inizia con la fotografia e arriva all’abbigliamento, chi dal design industriale per progettare il web. Ma si nota anche chi sa gestire diversi mondi, senza l’obiettivo di creare uno stile unico, monolitico, riconoscibile, ma per dare vita e progetti diversi e complementari.

Accade anche con le collaborazioni creative, più umili e alla pari rispetto al passato: non più stilisti tanto arroganti da pensare di disegnare con la stessa competenza un abito o una cucina, ma creativi che applicano il loro saper fare (e saper vedere) soltanto laddove abbiano qualcosa da dire, un contributo da dare, un legame da instaurare.

Cosa può fare il Comune di Milano?

1. Valorizzare la filiera creativa

La filiera della moda non è soltanto quella della produzione (filati, tessuti, produttori) ma è anche quella unica “filiera del pensiero” che si muove a Milano tra le scuole, i giovani designer, gli artisti, i grafici, i fotografi. Sarebbe un’opportunità rappresentare questa catena di idee e di ispirazioni incrociate in qualche luogo della città, una sorta di nuova Stecca degli Artigiani, fatta in questo caso di creativi “vicini di casa”. Perché non utilizzare i tunnel di Ferrante Aporti? Ora che le Regie Poste sono state trasformate in uno spazio istituzionale, un contraltare più genuino che ne aumenterebbe il valore, sotto ogni punto di vista.

2. Sfidare il talento con spazi fisici ed elastici

Gli spazi per la moda giovane dovrebbero basarsi su questo modello cognitivo: spazi flessibili, dinamici, in cui la moda è soltanto uno dei settori in gioco, in aree trasformabili nelle diverse ore del giorno, nei diversi momenti della settimana e nelle occasioni stagionali e commerciali. Un mercato che sia anche un incubatore, una bottega di botteghe, in cui la temporaneità dello spazio possa essere l’elemento che fa emergere la forza del talento, un tempo breve che sia lo stimolo sano per rafforzare determinazione e capacità progettuale.

Gli spazi elastici dei creativi dovrebbero essere a tempo, a orologeria: il Comune ti garantisce lo spazio ad affitto agevolato, la Camera della Moda ti fornisce consulenza, expertise e presenza alle occasioni istituzionali, ma sai che in un tempo prestabilito (uno, due anni?) l’incubatrice si apre e ce la devi fare da solo.

3. Rimettere in gioco l’esperienza del settore

Una grande opportunità potrebbe nascere dal mettere a disposizione della moda emergente l’esperienza dei professionisti in pensione: disegnatori, consulenti strategici e finanziari, modellisti, sarte, calzolai. Il Comune, le scuole e la Camera della Moda potrebbero lanciare un progetto di vero e proprio head hunting di competenze uscite dal mercato ma non esaurite.

Una santa alleanza tra creativi emergenti e pensionati: è quello che accade in ogni distretto produttivo italiano. Perché non a Milano?

4. Pensare eventi costantemente temporanei

Anche se solo pochi anni fa poteva apparire impensabile, oggi il modello Fuorisalone può essere vincente anche per la moda. Nell’ottica di una commistione di generi e settori, il Comune si potrebbe fare garante di un incontro sano tra scuole e giovani creativi, in cui rappresentare il meglio delle scuole (con i lavori dei neo diplomati) e il meglio del lavoro di chi le scuole le ha finite da poco.

I luoghi in cui la creatività della moda viene messa in scena, i “distretti del pensiero”, dovrebbero diventare le aree più calde delle Fashion Night Out, delle Settimane della Moda, di tutte le “feste comandate” del settore.

5. Far toccare con mano

Durante le settimane della moda (così come da anni accade in occasione della London Fashion Week o della Affordable Art Fair) i momenti dedicati ai giovani talenti non dovrebbero essere riservati alla stampa, non dovrebbero concludersi con una sfilata, qualche foto e qualche articolo, ma dovrebbero portare ad un momento di verifica, di incontro col mercato in cui le persone possano letteralmente toccare con mano e avere la possibilità di acquistare i capi e gli accessori realizzati. Così facendo le fiere della moda potrebbero smettere di essere soltanto un impiccio per i cittadini, anzi, trasformarsi in un’occasione rara, piacevole, bella per appassionati ma anche semplici curiosi, in cui acquistare piccole collezioni o pezzi unici.